Aki Shimazaki.
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Il peso dei segreti.
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Traduzione dal francese di: Cinzia Poli.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice.
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TSUBAKI.
HAMAGURI.
TSUBAME.
WASURENAGUSA.
HOTARU.
GLOSSARIO.
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Fine indice.
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TSUBAKI.
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Piove da quando mia madre  morta. Sono seduta accanto alla finestra che d sulla strada.
Aspetto l'avvocato di mia madre nel suo studio, ci lavora solo una segretaria. Sono qui per firmare tutti
i documenti relativi all'eredit: il denaro, la casa e il negozio di fiori di cui lei si occupava dalla
scomparsa di mio padre. Se lo  portato via un cancro allo stomaco sette anni fa. Sono figlia unica e
sola erede legittima.
Mia madre teneva alla casa. Una vecchia abitazione circondata da una siepe di arbusti. Sul retro,
un giardino con una piccola vasca rotonda e un orto. All'angolo, alcuni alberi, tra i quali, poco tempo
dopo l'acquisto della casa, i miei avevano piantato delle camelie. Piacevano a mia madre.
Il rosso di questi fiori  vivace quanto il verde delle foglie. Alla fine della stagione, cadono uno
a uno, senza perdere la forma: corolla, stame e pistillo non si separano mai. Mia madre li raccoglieva
da terra ancora freschi e li gettava nella vasca. Galleggiavano sull'acqua per qualche giorno, rossi con il
cuore giallo.
Un mattino disse a mio figlio: "Vorrei morire come un fiore di tsubaki1.  cos che si chiamano
in giapponese le camelie".
Ora, come desiderava, le sue ceneri sono sparse per terra intorno alle camelie mentre la sua
lapide al cimitero  accanto a quella di mio padre.
Nonostante avesse solo una sessantina d'anni, riteneva di aver vissuto abbastanza in questo
mondo. Soffriva di una grave malattia polmonare. Era sopravvissuta alla bomba atomica caduta sulla
citt di Nagasaki tre giorni dopo Hiroshima. In un attimo, quella seconda bomba caus ottantamila
vittime e determin la capitolazione del Giappone. Rimase ucciso anche suo padre, mio nonno.
Mio padre era nato in Giappone e dopo la guerra part dal suo paese per venire qui perch lo zio
gli aveva offerto un impiego nella sua piccola ditta. Aveva una sartoria di abiti in cotone ispirati alla
foggia dritta e semplice del kimono. Prima di partire, mio padre voleva sposarsi. Una coppia di parenti
organizz un miai con mia madre, un incontro combinato in vista del matrimonio. Era figlia unica,
anche mia nonna era morta di leucemia cinque anni dopo la bomba atomica. Essendo rimasta sola,
decise di accettare quella proposta.
Lavor al fianco di mio padre senza sosta per far crescere l'impresa poi, quando andarono in
pensione, dedic molto tempo al negozio di fiori che aprirono insieme. Assist il marito fino all'ultimo.
Al funerale, qualcuno mi disse che doveva essere stato felice con una donna devota come lei.
Solo dopo la morte di mio padre condusse una vita pi tranquilla e riservata in compagnia di
una domestica straniera, la signora S., che non capiva n il giapponese n la lingua del posto. Aveva
bisogno soltanto di soldi e di una camera mentre mia madre aveva bisogno di una persona che potesse
prendersi cura di lei a casa sua. Non sopportava l'idea di vivere da me o andare in un ospizio, ancora
meno in una clinica. All'occorrenza, faceva chiamare il medico dalla signora S., che al telefono
riusciva appena a dirgli: "Venga dalla signora K.".
Del resto mia madre si fidava della signora S. "Per me  sufficiente," rispondeva a mio figlio
quando le domandava come comunicassero. "Mi trovo bene senza parole. La signora S.  una persona
discreta. Mi aiuta e non mi disturba affatto. Non  istruita ma non importa. Quello che conta  la sua
capacit di stare al mondo."
Mia madre si rifiutava di parlare della guerra e della bomba di Nagasaki. Non solo, mi vietava
di raccontare che era sopravvissuta all'atomica. Nonostante fin da bambina fossi molto curiosa, dovevo
lasciarla in pace. Credevo che non avesse superato il dolore per la perdita del padre, morto in quella
carneficina.
Poi, appena adolescente, inizi mio figlio a farle le stesse domande che continuavano a
ossessionarmi. Quando diventava troppo insistente, lei gli gridava di tornarsene a casa sua.
Nelle ultime tre settimane, ci diceva di non riuscire a dormire. Aveva chiesto dei sonniferi al
medico. Fu allora che di punto in bianco divenne molto loquace sulla guerra. Andavamo a trovarla
quasi ogni sera, e anche la sera prima di morire ne parl ancora con mio figlio.
Era seduta in una poltrona in salotto, davanti alla cucina dove stavo leggendo un libro. Potevo
vedere e sentire tutti e due.
Mio figlio le chiese:
 Nonna, perch gli americani hanno lanciato due bombe atomiche sul Giappone?
 Perch in quel momento ne avevano solo due, disse con franchezza.
Guardai mia madre. Pensavo che stesse scherzando ma aveva un'espressione austera. Sorpreso,
mio figlio disse:
 Volete dire che se ne avessero avute tre, avrebbero sganciato la terza su un'altra citt
giapponese?
 S, non lo escludo.
Dopo una pausa, mio figlio continu:
 Ma gli americani non avevano gi distrutto la maggior parte delle citt prima di buttare le
bombe atomiche?
 S, nei mesi di marzo, aprile e maggio i B-29 avevano raso al suolo quasi cento citt.
 Per loro quindi era ovvio che il Giappone non avrebbe potuto continuare a combattere?
 S. D'altro canto, i governanti sapevano che a giugno il Giappone, per intercessione della
Russia, cercava di avviare negoziati di pace con gli americani. Il Giappone temeva anche l'invasione
dei russi.
 Allora perch hanno lanciato lo stesso quelle due bombe, nonna? Le vittime erano quasi tutti
civili innocenti. In poche settimane sono state uccise oltre duecentomila persone! Che differenza c'
con l'olocausto nazista?  un crimine!
 La guerra  cos. Conta solo vincere, rispose.
 Ma avevano gi vinto la guerra! A che cosa servivano le bombe atomiche? Secondo me, il
mio bisnonno  stato ucciso da una bomba del tutto inutile.
 Per loro non erano inutili. Le azioni sono sempre mosse da motivi o interessi.
 Allora ditemi, nonna, che interesse avevano a lanciare quelle due bombe?
 Minacciare un nemico pi grande. La Russia.
 Minacciare la Russia? Ma in quel caso una sola atomica non bastava?
 Bella domanda, mio caro! Credo che i governanti americani volessero mostrare ai russi che ne
avevano pi di una. Forse volevano sperimentare anche gli effetti delle due bombe, soprattutto della
seconda, perch non erano proprio uguali: quella di Hiroshima era stata fabbricata con l'uranio e quella
di Nagasaki con il plutonio. In segreto, avevano speso cifre ingenti per quei due ordigni. Il popolo
americano ne ignorava l'esistenza. Perfino il vicepresidente Truman era all'oscuro di tutto. Pu darsi
che prima della fine della guerra fossero obbligati a usarle.
Mio figlio non era soddisfatto della risposta.
Seguit a interrogarla:
 Se le bombe atomiche servivano a minacciare la Russia oppure a testare le nuove armi, perch
l'hanno fatto sul Giappone, dove non c'era pi niente da distruggere? Perch non sulla Germania?
 Ah! Un'altra domanda interessante! La Germania si era gi arresa ufficialmente. Ma anche se
non lo avesse fatto, gli americani non avrebbero osato sganciare le bombe atomiche nel centro
dell'Europa. Dopotutto i loro avi sono europei. Per gli americani, tutti i giapponesi, civili o militari,
erano nemici perch non erano hakujin.
 Anche i cristiani? chiesi.
 Certo, rispose senza esitazione. Quando abitavo a Nagasaki conoscevo molti cattolici.
Nagasaki  nota per i credenti. Un giorno, una ragazza cattolica della mia scuola, con aria serissima, mi
disse: "Gli americani sono cristiani. Se trovano delle croci nella nostra citt, passeranno senza buttare
bombe". Le replicai subito: "Per loro, i giapponesi sono giapponesi". E la bomba atomica  caduta
proprio davanti a una chiesa.
Mio figlio taceva. Per met  di origine europea. I suoi bisnonni erano tedeschi. Anche suo
nonno era nato in Germania ma cresciuto negli Stati Uniti, era diventato pastore e, dopo la guerra,
aveva lavorato in Giappone. Il padre di mio figlio, il mio ex marito,  nato in Giappone e parla
giapponese bene quasi quanto la sua lingua materna. L'ho incontrato negli Stati Uniti e ci siamo
sposati. Siamo separati da diversi anni. Ora mio figlio e io abitiamo nel paese dove sono nata mentre il
mio ex  rimasto negli Stati Uniti.
Mia madre continu:
 In realt, gli americani volevano radere al suolo il Giappone e impadronirsene prima che fosse
invaso dai russi. L'8 agosto, la vigilia del lancio della bomba su Nagasaki, i russi hanno sferrato un
attacco contro i giapponesi in Manciuria, all'epoca colonia giapponese.
Li ascoltavo, facendo finta di leggere un libro di cui non voltavo mai le pagine. Per un attimo
restarono in silenzio. Poi mia madre gli chiese un po' di acqua. Mio figlio venne in cucina.
Mi sussurr:
 Oggi la nonna parla molto.
 Non stancarla con la tua raffica di domande.
  lei che ha voglia di parlare.
Era contento. Dalla cucina dissi a mia madre:
 Sarai spossata dal bombardamento di domande.  la prima volta che ti sento parlare tanto.
Sorrise:
 Spero che sia anche l'ultima.
Mentre le portava un bicchiere d'acqua, mio figlio riprese:
 A quanto mi spiegava mio padre, i governanti americani sapevano che il Giappone avrebbe
attaccato Pearl Harbor.
 S, continu lei, gli esperti dei servizi segreti avevano decifrato i codici giapponesi e letto le
informazioni "top secret".
 Secondo mio padre, hanno fatto di tutto per spingere l'americano medio a odiare i giapponesi.
Cos iniziare la guerra  stato pi facile.
 Come un gioco.  una strategia per vincere. Non a caso il Giappone  stato costretto ad
attaccare.
 Vale a dire?
 Gli americani avevano imposto l'embargo sulle loro esportazioni verso il Giappone,
soprattutto sul petrolio.
 Perch?
 Il Giappone aveva gi cominciato ad ammassare truppe in Asia e gli americani erano
preoccupati per l'espansione giapponese.
 Allora, nonna, sono stati gli americani per primi a spingere il Giappone alla guerra?
 Poco importa chi ha attaccato per primo. La guerra era gi cominciata con il conflitto
russo-giapponese che contrappose il Giappone e la Russia per la spartizione della Manciuria e della
Corea. Il Giappone vinse grazie all'aiuto degli Stati Uniti e dell'Inghilterra che non volevano che l'Asia
cadesse sotto il controllo dei russi o dei giapponesi.
 Quando  successo?
 Nel 1904. In realt il Giappone era diventato cos debole economicamente da non poter
continuare a combattere. All'epoca la Russia aveva gravi problemi. Non solo economici ma anche
sociali, penso ai movimenti rivoluzionari, e questo ha consentito la vittoria del Giappone. Il presidente
americano si era offerto come mediatore, vigilando cos sulla pace fra i due paesi.
 Allora la guerra russo-giapponese ha rappresentato una buona occasione per gli Stati Uniti per
invadere l'Asia?
 S. In questo modo, la guerra del Pacifico era iniziata prima dell'attacco di Pearl Harbor.
 Perch non possiamo lasciare in pace gli altri? Perch non smettiamo di fare la guerra?
  l'imperialismo che conduce alla guerra.
 Ma la cosa che mio padre non accettava era la giustificazione degli americani: quando si parla
di guerra, hanno sempre ragione loro.
 Ci si giustifica per difendersi dalle accuse.
 Ma allora la giustizia non conta niente?
 La giustizia non esiste. Esiste solo la verit.
Mia madre beveva l'acqua a piccoli sorsi dal bicchiere.
 Eppure, continu,  chiaro che dopo la guerra gli americani hanno portato la democrazia in
Giappone. E i giapponesi credono che sia preferibile aver subto una sconfitta dagli americani piuttosto
che dai russi: altrimenti il paese sarebbe stato diviso in due come la Corea o la Germania.
 A prezzo delle bombe atomiche?
 Sei cinico, disse. In realt, prima delle bombe, durante la conferenza di Potsdam, Truman e i
suoi alleati avevano promesso la democratizzazione del Giappone.
Mio figlio la interruppe:
 Ma gli americani non volevano la colonizzazione del Giappone? Come sapete, dopo la guerra
mio nonno faceva il pastore in Giappone, e lui diceva cos.
Mia madre chiuse gli occhi, incrociando le mani. Mio figlio si alz per tirare le tende della
finestra. Era buio. Si sedette di nuovo accanto a lei.
Riprese:
 Non siete arrabbiata con gli americani? Voi e la vostra famiglia siete vittime della bomba.
Invece mi sembra che li difendiate. Non capisco.
Non rispose. Guardava verso il muro, con aria assente.
 Sai, replic, come si comportavano certi militari giapponesi nelle colonie asiatiche? "Violenti,
crudeli, brutali, inumani, sadici, selvaggi..." questo dicevano le loro vittime. E se il Giappone avesse
vinto, forse sarebbe stato ancora pi spaventoso. Molta gente aveva buoni motivi di esultare per la
disfatta dell'impero giapponese. Ricordati che prima di occupare Nanchino in Cina, i giapponesi hanno
massacrato pi di trecentomila persone. Non hanno ucciso solo i soldati e i loro prigionieri, ma anche la
gente comune, i civili disarmati. Hanno stuprato donne per poi ucciderle. Non hanno risparmiato
neppure i bambini di sette e otto anni.
 Oh Dio! Ma  terribile.
Mio figlio era sconvolto. Rest a lungo con la testa fra le mani.
 Comunque, continu, tutto questo non giustifica il ricorso alle bombe atomiche. Non era
affatto necessario. Gli americani avrebbero potuto evitare quella catastrofe.
Mia madre taceva. Il telefono appeso al muro della cucina squill. Risposi. Era l'avvocato di
mia madre. L'avvertii e lei si avvicin a piccoli passi. Dopo aver ascoltato per pochi istanti, si limit a
concludere:  Perfetto. Grazie. Riagganci. Le proposi:
 Ti preparo una tisana alla menta. Poi ce ne andiamo.
 Grazie, Namiko. Stasera potr dormire bene, senza sonniferi, disse accennando un sorriso.
Torn alla sua poltrona e riprese a parlare con mio figlio. Pi tardi le portai una tazza di tisana. Lui
continuava a farle domande sulla guerra e lei, paziente, cercava di rispondergli.
Le chiese:
 Cos'ha in testa la gente che scatena simili catastrofi? Deve essere odio o razzismo o vendetta.
Segu un lungo silenzio. Si sentiva il tic tac delle due pendole. Un ritmo moderato.
Poi mia madre afferm:
 Purtroppo certe cose non si possono evitare.
 Nonna, credete nel destino?
 S, moriamo se cos  scritto nel nostro destino.
 Se cos  scritto nel nostro destino? Anche la morte del mio bisnonno?
Mia madre non rispose. Disse invece:
 Sono stanca. Stasera andr a letto presto.
Si alz dalla poltrona per recarsi in bagno. Avevamo sentito rientrare la signora S. Chiusi il
libro su cui non riuscivo a concentrarmi. Lo misi in borsa ed esortai mio figlio:
 Andiamo.
Stavamo per uscire quando, mettendosi a letto, mia madre asser:
 Ci sono crudelt che non si possono dimenticare. Per quanto mi riguarda, non si tratta della
guerra n della bomba atomica.
Rapida, la guardai in viso. "Allora a quali crudelt ti riferisci, mamma?" Avrei voluto
chiederglielo, ma mi trattenni. Mio figlio le sistem la coperta. Non le fece altre domande e la salut: 
Buonanotte, nonna. Lei allung la mano per accarezzargli la testa e augurargli la buonanotte con un
debole sorriso.
L'indomani mattina era morta. Quando mio figlio e io arrivammo, c'erano gi il medico e la
signora S. La sua morte repentina mi aveva stupita, eppure aveva un'espressione calma e dolce.
 Se ne  andata in pace, credo, disse il dottore.
La signora S. annu.
1 I termini in corsivo sono raggruppati nel glossario in fondo al volume.
 Signora, da questa parte.
L'avvocato di mia madre mi chiama. Entro nello studio, proprio accanto alla sala d'attesa dove
la segretaria scrive a macchina. Leggo i documenti dell'eredit e comincio a firmarli quasi
automaticamente, perch mia madre me li aveva fatti gi vedere tutti. Nessun problema finch lui non
mi tende due buste su cui sono scritti due nomi. Vedo il mio sulla prima, che sembra contenere un
libro. Sulla seconda, meno massiccia, ne leggo un altro che non mi dice niente e un messaggio per me:
"Quando riuscirai a trovare mio fratello, consegnagli questa busta di persona. Altrimenti curati di
bruciarla".
Mio zio? Chi ? Mia madre diceva di essere figlia unica, come me. E dove sarebbe questo
fratello? Come posso trovarlo? Perch ora? Che cosa strana... Guardo l'avvocato. Dubito che mia
madre abbia potuto raccontare del fratello a lui, senza averne mai parlato con sua figlia. Perch dovrei
chiedere notizie sulla mia famiglia a un estraneo?
Esitante, dico:
 Credevo che non avesse fratelli n sorelle.
 Mi dispiace, non ne ho idea. Non mi ha detto niente al riguardo.
L'avvocato fa spallucce. Taccio, sollevata e un po' delusa. Chiudendo l'incartamento, lui
prosegue:
 Come sa bene, aveva preparato tutti i documenti per lei tre anni fa. Escluse queste due buste.
 Escluse queste due buste?
 S. In effetti, le ha portate di recente lei stessa.
 Di recente? Non capisco. Era molto malata e non usciva mai. Com' possibile...
 Aspetti un momento...
Apre di nuovo il fascicolo e scorre i documenti:
 Ah! Ecco, esclama. Tre settimane prima di morire, sua madre  venuta qui in taxi, senza la
signora S. Le avevo detto che avrei potuto mandare la segretaria a casa, vista la distanza. Ma lei mi ha
risposto che era troppo importante e che voleva venire di persona.
Continuo a essere confusa. Aggiunge:
 Conosco sua madre, la signora K., da qualche anno. Quella volta ho avuto l'impressione che
fosse di nuovo tranquilla. Mi scusi, mi rallegra soltanto l'idea che sia morta in pace. Spero che per lei
vada tutto bene. Se posso aiutarla in qualche modo, per esempio riguardo allo zio, non esiti a
contattarmi.
 S. Grazie, avvocato. Mi fido di lei, come mia madre.
Prendo le due buste e le metto in borsa. Esco dallo studio. Ha ricominciato a piovere, pi forte
di prima. Fermo un taxi e me ne vado, con la borsa stretta fra le braccia.
 Siamo arrivati. Si sente bene, signora?
Davanti a casa, il tassista ha dovuto alzare la voce.
In salotto mi siedo sul divano. Poso le buste sul tavolo. Indugio prima di aprire la mia. Mi
chiedo perch mia madre volesse che cercassi suo fratello e perch non lo avesse fatto lei in vita. Fisso
la busta indirizzata a lui.
Yukio Takahashi. Si chiama cos. Ha un nome quasi uguale a quello di mia madre: Yukiko.
Nello studio dell'avvocato, non me ne ero accorta. Li scandisco: Yu-ki-o e Yu-ki-ko. Forse questa
somiglianza era stata voluta dai miei nonni. Ma il suo nome da ragazza  Yukiko Horibe, mentre il
fratello si chiama Takahashi.
Mi spiegava mio padre che, in Giappone, quando l'uomo si sposa conserva il suo cognome. A
meno che non venga adottato dalla famiglia della moglie, che, in assenza di figli maschi, desidera
continuare la discendenza. Potrebbe essere stato cos per suo fratello. O forse uno dei genitori di mia
madre si  sposato due volte, e Yukio  un figlio del primo matrimonio.
Mi turba che mia madre non mi abbia mai confessato queste cose, non solo di suo fratello ma
anche dei suoi genitori.
Quando sono nata, lei voleva chiamarmi Yuki ma mio padre era contrario. Lui sosteneva che
portasse sfortuna avere un nome simile a quello di un parente ancora vivo. In genere, non era
superstizioso. Eppure, quella volta, si  fermamente opposto all'idea di mia madre. Lei non ha insistito
e ha lasciato che la scelta ricadesse su Namiko.
Se mi fossi chiamata Yuki, invece di Namiko, adesso la mia vita sarebbe diversa e peggiore?
Chi pu dirlo? Bella o brutta, come si pu paragonare una vita a un'altra inesistente?
Alla fine prendo un paio di forbici. Apro la busta indirizzata a me e tiro fuori un quaderno. C'
una lettera di mia madre, scritta tre settimane prima di morire.
"Namiko,
ho appena scritto una lunga lettera a mio fratello. Presto scoprirai chi . Adesso, anche se fra
poco morir, mi sento molto meglio.  strano, vero? Chi l'avrebbe detto che si possa stare bene con
l'avvicinarsi della morte. So che finalmente quel momento sta arrivando.
Ora confesser la verit. Non  stata la bomba atomica a uccidere mio padre. Sono stata io. 
solo una coincidenza che la bomba atomica sia caduta il giorno della sua morte. A quanto pare, in un
modo o nell'altro, sarebbe morto quel giorno. Non ho alcuna intenzione di difendermi dall'omicidio
che ho commesso. Date le circostanze, non avevo altra scelta, bench fosse un genitore modello e fra
noi non fosse successo niente.
Yukio  figlio di mio padre e della sua amante. Ci vuol dire che siamo fratellastri. Da giovane,
la mamma di Yukio amava mio padre, ma lui si  sposato con mia madre. Dopo il matrimonio, ha
continuato a intrattenere quella relazione. Il mio fratellastro e io siamo nati lo stesso anno. Quattro anni
pi tardi, la madre di Yukio si  sposata con un uomo che desiderava adottare il bambino ed era
convinto che il vero padre fosse scomparso e non tornasse pi. Se ne sono andati da Tokyo per
sistemarsi a Nagasaki perch la famiglia del marito non approvava il matrimonio.
Quando avevo quattordici anni, anche noi ci siamo trasferiti in quella citt. Yukio e io ci siamo
innamorati senza sapere di avere lo stesso padre. Un giorno ho scoperto che cosa c'era stato fra i nostri
genitori. Non potevo svelare la verit a Yukio, non mi restava che lasciarlo per sempre.
Dopo qualche anno, ho incontrato tuo padre, gi pronto a partire per un paese sconosciuto. Ho
accettato di sposarlo. Lavoravo al suo fianco strenuamente per non avere pi il tempo di pensare al
resto. Ai funerali di tuo padre, qualcuno diceva che doveva essere stato felice con una donna devota
come me. Ti ricordi? In realt, sono stata io ad aver avuto la fortuna di vivere con un uomo tanto
sincero. Tuo padre era testardo ma onesto nei miei confronti.
Mi piaceva la vita semplice e la gente di cui potevo fidarmi, come oggi  con la signora S. Stare
in questo mondo  gi abbastanza complicato. Perch cercare altre complicazioni?"
Oh Dio... Mia madre ha ucciso suo padre. Mia madre ha ucciso mio nonno a Nagasaki il giorno
in cui  caduta la bomba atomica. Com' possibile?
Guardo dalla finestra. Non piove pi. Per strada intravedo mio figlio che sta arrivando. Guardo
la pendola sul muro bianco. Sono gi le quattro. Ripongo la lettera e nascondo entrambe le buste sullo
scaffale della credenza in salotto.
 Mamma, ho fame!
Entrando in casa, mio figlio lancia lo zaino sulla poltrona.
 Che cosa  successo? Sei pallida come un fantasma, dice, preoccupato.
 Sono appena stata dall'avvocato. Faceva freddo e mi sono bagnata.
 Non vorrei ti buscassi un raffreddore. Ti preparo un t caldo.
 Grazie, sei gentile.
Andiamo in cucina.
  andato tutto bene dall'avvocato?
 S, ma devo cercare qualcuno che tua nonna non  riuscita a trovare e consegnargli una busta
che mi ha lasciato dall'avvocato.
Mentre dico queste cose, mi chiedo se abbia mai provato a mettersi sulle tracce del fratello.
Mio figlio continua:
 Chi ?
 Non lo so.
Ancora non oso dirgli la verit.  troppo presto.
 Forse il suo innamorato.
Sorride. Gli rispondo vaga:
 No, non credo. La nonna amava il nonno, non credi?
Ignora la mia risposta. Dopo un attimo, afferma:
 L'amore  un'altra cosa.
Non mi guarda. Mette la pentola sul fornello.
Domando:
 Chi l'ha detto?
 La nonna, risponde.
 Ti ha raccontato qualcosa di questa persona?
 No, ma penso che si trattasse di qualcuno molto importante.
Mi versa una tazza di t caldo. Mangia in fretta pane, formaggio e una banana, e sale in camera
a fare i compiti.
Resto per molto tempo l, immobile. In casa c' ombra. La strada  diventata scura per la
nebbia. Riprendo le due buste in salotto e vado in camera, davanti a quella di mio figlio. Ho
dimenticato il t che mi aveva fatto. Scendo e lo porto su. Lo bevo ormai freddo. Ho la febbre. Mi butto
sul letto e mi addormento subito.
L'indomani mattina, verso mezzogiorno, mi sveglia il campanello. Guardo dalla finestra:  la
signora S. Mi sono scordata che  il giorno delle pulizie.
Abita ancora in casa di mia madre e potr restarci finch vorr, come aveva chiesto la mamma.
La signora S. continua a occuparsi dell'abitazione. Fa anche il giardinaggio: pianta i fiori e coltiva le
verdure. La casa e il giardino sono sempre in ordine. Riceve lo stesso stipendio che le dava mia madre.
Tramite un'amica che capisce la sua lingua, la signora S. mi ha detto che era troppo rispetto al lavoro
da fare ora. Le ho risposto che era la volont di mia madre. In quel caso, ha aggiunto, voleva pulire
anche casa mia e farmi la spesa. Ho accettato. Ci porta le verdure fresche e, quando  stagione, le
camelie del giardino.
Mi  di grande aiuto perch ho tenuto il negozio di fiori che aveva mia madre e continuo a
insegnare matematica a scuola.
La signora S. ha una cinquantina d'anni. Non ha famiglia. Ignoro da dove venga e dove sia nata.
Nemmeno mia madre sapeva niente di lei, ma era una persona di cui si fidava. Scendendo alla porta, mi
chiedo se abbia un passato pesante come quello di mia madre.
 Buongiorno, signora S., dico aprendo.
Entra in casa. Oggi nel carrellino ha portato melanzane, cetrioli, fagioli e gombo dell'orto.
Annuso la freschezza delle verdure. La ringrazio. Inizia subito a sistemare la sala da pranzo. Pulisce
tutte le stanze del pianterreno e la cantina. Non sale mai al primo piano dove abbiamo le camere.
Capisce tutto quello che le chiedo a gesti. Mia madre aveva ragione.
La lascio sola e risalgo in camera. Mi sistemo a letto e ricomincio a leggere la lettera.
"Ora, Namiko, cercher di descrivere ci che, a mio parere,  successo nella nostra famiglia.
Risale a oltre una cinquantina di anni fa. Ma il tempo non ha indebolito la mia memoria. Ricordo ogni
dettaglio.
Due anni prima della bomba, ci eravamo spostati a Nagasaki per seguire mio padre che era
farmacologo. Lavorava nel laboratorio di una grande impresa a Tokyo. Lo avevano trasferito in una
succursale a Nagasaki. Doveva sostituire un collega che presto sarebbe partito per la Manciuria.
Dopo tre mesi in centro, mio padre aveva trovato un'altra casa, migliore di quella in cui
abitavamo, ci disse. Si trovava in un piccolo quartiere nella valle di Urakami, a tre chilometri di
distanza da dove eravamo.
Con tono infastidito, mia madre chiese:
 Perch dobbiamo traslocare di nuovo? Gi non  stato facile abbandonare Tokyo per una
piccola citt. E ora pretendi che viviamo in un villaggio!
Mia madre era nata in una famiglia borghese molto nota a Tokyo. Mal sopportava la vita fuori
dalla capitale. L'unico motivo per cui accettava di vivere a Nagasaki era la presenza di una lontana
cugina che stava in centro. Suo marito era chirurgo nell'esercito.
Mia madre aggiunse:
 E poi siamo sempre yosomono. Capisci? Chi ti ha consigliato questa casa?
 Un amico. Abita in quell'edificio con la famiglia, rispose.
 Quale amico?
 L'ho conosciuto all'universit a Tokyo. Abbiamo fatto gli stessi studi.
 Non me ne avevi mai parlato prima.
 L'altro giorno l'ho incontrato per caso al laboratorio.
 Un cliente?
 No,  farmacologo anche lui.
Mia madre sorrise, con l'aria contenta.
 Vuoi dire che  un collega?
 S, ora  un collega.
 Sar venuto da Tokyo come noi?
 Esattamente.
 Ha figli?
 S, uno.
 Maschio o femmina?
 Maschio.
 Quanti anni ha?
 All'incirca dovrebbe avere l'et di Yukiko.
Pi che una conversazione sembrava un interrogatorio di polizia: mia madre voleva sapere ogni
particolare e mio padre raccontava il meno possibile.
Aggiunse:
 Per evitare i bombardamenti,  meglio non vivere in centro.
Questo bast a convincere mia madre. Cos traslocammo nella valle di Urakami.
Il laboratorio in cui mio padre e il suo collega lavoravano si trovava nel cuore di Urakami.
Yukio e io frequentavamo la scuola del quartiere. Poi, alla fine della guerra, lavorammo nella fabbrica
di armi. Ironia della sorte, la bomba atomica  caduta su quel quartiere.
La zona in cui avevamo la casa fu distrutta dal deflagrare dell'esplosione. Tutte le persone che
quel mattino non si erano mosse morirono all'istante, molte erano venute dalle citt vicine per mettersi
al riparo dai bombardamenti, come noi."
"Avevamo traslocato in una bifamiliare con il tetto spiovente. Le entrate erano alle due
estremit: la nostra a destra, l'altra a sinistra. Al centro erano divise da una siepe.
In origine era un'unica abitazione. L'ex proprietario ne aveva ricavato due appartamenti per
affittarli. Le due strutture erano perfettamente simmetriche.
Non avevo mai visto un fabbricato tanto vecchio e solido. I pali d'angolo erano grossi e dritti
come querce selvatiche. I travetti del soffitto erano storti: avevano mantenuto la forma dell'albero.
In una stanza c'era una scala retrattile per salire in soffitta. Era spaziosa perch non c'era un
muro divisorio in mezzo. Met dello spazio era gi occupato dalle cose dell'altra famiglia. Fra alcune
tavole c'erano delle fessure da cui si poteva intravedere una piccola porzione delle camere in basso.
Sul davanti, scorreva un ruscelletto. La riva era costeggiata da salici piangenti dove si trovavano
dei lumaconi. Dall'altra parte, c'era un bosco di bamb con delle camelie. Ogni tanto passeggiavo l da
sola o con Yukio.
Il giorno del trasloco pioveva e faceva stranamente freddo per essere l'inizio dell'estate. Era la
stagione dei biwa. C'erano frutti gialli ovunque. L'altra famiglia ci aspettava di fronte a casa nostra per
aiutarci. Quando siamo arrivati con il camion dei traslochi, il collega, il signor Takahashi, ha fatto le
presentazioni. Era un uomo robusto con una voce forte.
 Ecco mia moglie e mio figlio.
Parlava molto nitidamente e la moglie ci salut inchinandosi un po'. Il ragazzo era in piedi,
dietro alla madre. Mio padre ci present allo stesso modo.
 Avremo pur un nome, no?
Mia madre prendeva in giro gli uomini, e il signor Takahashi rise. Aveva i denti ben allineati,
bianchi e smaglianti. Con gentilezza, mia madre chiese il nome al ragazzo:
 Mi chiamo Yukio. Piacere, rispose.
 Yukio? Che coincidenza! Nostra figlia si chiama Yukiko. Saluta, Yukiko, disse mia madre
tenendomi per le spalle.
 Piacere.
Mi inchinai davanti alla famiglia Takahashi. Cominciammo a scaricare il camion. Mia madre e
il signor Takahashi parlavano senza sosta. Gli altri tacevano.
Mia madre disse:
 Sono felice di aver incontrato dei vicini di Tokyo. Qui, non conosco nessuno a parte una
lontana cugina che abita in centro a Nagasaki.
 Nemmeno noi. Abitiamo qui da dieci anni ma siamo ancora yosomono. Mia moglie sta in casa
e non le piace avere amiche qua. Spero che andrete d'accordo. Del resto, fra un mese dovr partire per
la Manciuria. Lavorer in un ospedale.
 In Manciuria? Allora  lei il collega che deve partire!
Si volt verso mio padre:
 Non me lo avevi detto.
 Che importa? Non sono fatti tuoi, rispose duramente.
 Gli uomini! Signor Takahashi, sono tutti come lui gli uomini? chiese al nostro vicino.
 Pi o meno. In casa mia, sono io che faccio le domande, disse ridendo.
 Andr anche lei? chiese mia madre alla signora Takahashi, che stava portando delle piccole
scatole.
 No, rester con Yukio, disse.
 Quanto tempo star laggi?
 Sei mesi.
 Non sar affatto facile per sua moglie e Yukio. Ovviamente, per qualunque necessit,
potranno rivolgersi a noi, propose guardando mio padre che annu.
Il signor Takahashi disse sorridendo:
 Grazie. Cos partir sollevato. Il tempo passa in fretta, sei mesi volano. Ci pensate? Abbiamo
studiato nella stessa universit quasi vent'anni fa, e ora eccoci qui come se fosse ieri.
Il signor Takahashi se ne and e, dopo la partenza, sua moglie rimase con Yukio. Mio padre era
sempre molto impegnato al laboratorio. Mia madre frequentava la cugina o faceva visita alla signora
Takahashi con la scusa di portarle le verdure che la sua parente prendeva dall'orto dei suoceri e le dava
spesso. Mia madre aveva sempre bisogno di qualcuno a cui parlare e porre domande. La signora
Takahashi, invece, non veniva mai da noi. Sembrava che non le piacesse chiacchierare.
Ogni tanto la trovavo attraente. Le palpebre un po' spesse. Le ciglia lunghissime. Le labbra
rosse come il bocciolo di un fiore. Il seno abbondante. I capelli, raccolti in trecce, erano davvero
nerissimi rispetto al viso bianco. Era una donna sensuale. Eppure aveva uno sguardo malinconico e
nostalgico."
"Una sera a cena, mia madre disse a mio padre:
 Sapevi che la signora Takahashi  orfana?  cresciuta in un istituto. Mia cugina conosce la
famiglia del marito. Yukio non  suo figlio. Lo ha adottato quando si sono sposati. Il giovane ignora chi
sia il suo vero padre. I genitori del signor Takahashi non approvavano il matrimonio con un'orfana n
l'adozione. Per questo motivo il signor Takahashi ha lasciato Tokyo con la moglie e il ragazzo.
 Non mi interessa affatto.
Mangiava come se la cosa non lo riguardasse.
Mia madre continu:
 Come l'ha incontrata il signor Takahashi?
 Che vuol dire come l'ha incontrata'?
 Voglio dire come ha potuto sposare una donna senza la minima istruzione n famiglia?
 Non le avrai fatto domande sulla sua educazione? Ora basta!
Sembrava che volesse evitare l'argomento:
  il secondo matrimonio per il mio collega.
 Questo spiega tutto! Il divorzio  una vergogna.
Era contenta della risposta ma prosegu:
 Perch ha divorziato dalla prima moglie? Nessuno divorzia se non ha ragioni gravi.
 La prima l'ha lasciato perch la suocera le rimproverava di essere sterile.
 Come faceva a sapere che lei era sterile? Poteva esserlo lui. Una mia amica di Tokyo senza
figli ha lasciato il marito perch la suocera, come la madre del signor Takahashi, la riteneva
responsabile della loro infertilit. Si  risposata e ora ha tre figli che somigliano tanto al marito. 
molto felice. Sapessi che cosa  successo all'ex marito!
 Non me frega niente.
 Si  risposato ma continuava a non funzionare. Allora la madre ha fatto in modo che la donna
andasse a letto con il fratello minore perch l'altro avesse almeno un figlio.  rimasta incinta. Il marito
era contentissimo: credeva che il bambino fosse suo. Nel frattempo, la moglie e il fratello si sono
innamorati. Quando lei ha partorito se ne  andata con il cognato e il neonato, non prima di raccontare
la verit al marito che, impazzito, ha tentato di uccidere la madre. Ora  in manicomio. Si pu
impazzire anche senza la guerra.
 Smettila!
 Sono cose che capitano. Calmati.
 Te lo ripeto! Non me ne frega se il mio collega  sterile o meno.  farmacologo come me. Sii
discreta. Non importa che parli di queste cose con la signora Takahashi.  una donna e tanto basta per
sposarla, lei o un'altra.
 S, tanto basta per andarci a letto, certo non per sposarla, disse.
Arrabbiato e innervosito, mio padre usc. Era raro che si alterasse cos facilmente e per un po'
di tempo mia madre non affront pi l'argomento.
A dire il vero, i miei non avevano nulla in comune. Non discutevano molto delle faccende
quotidiane. Mio padre odiava la sua chiacchiera e, per evitarla, in casa leggeva sempre.
Lei era contenta di mio padre solo quando lui si occupava di Yukio, in assenza del signor
Takahashi. Lo invitava spesso a casa nostra o lo portava al laboratorio per mostrargli le
apparecchiature. Mia madre era convinta che volesse aiutare il collega lontano. Sorridendo diceva:
Sono felice che ti occupi tanto di Yukio. Il signor Takahashi apprezzer'.
Io, invece, ero affascinata dalle conoscenze di mio padre in scienza, storia, musica e lingue
straniere. A Tokyo divertiva i figli dei vicini con esperimenti scientifici, suonando il violino e il
pianoforte. Ero fiera di lui.
Prima della guerra era stato in Nord America e in Europa per studiare lingue e musica. Diceva
che da una parte aveva imparato la democrazia e dall'altra la filosofia. Perlopi credo vivesse in
Germania ma andava spesso in Francia, dove trascorreva tutte le vacanze.
Mi ripeteva: Considera la realt come gli scienziati, rifletti bene prima di agire, sii realista, non
confondere una cosa con un'altra'. Queste idee mi piacevano molto. Adoravo mio padre qualunque
cosa dicesse e facesse.
Ogni sera mi leggeva i libri, tenendomi sulle ginocchia. Dopo il lavoro, mi portava al parco
mentre mia madre preparava la cena. Giocavo con un altro bambino nella sabbiera. Mio padre leggeva
su una panchina accanto a noi.
Il ragazzino che incontravo era sempre lo stesso. Pensavo che fosse il figlio di un vicino.
Andavamo molto d'accordo. Le donne del quartiere dicevano a mia madre:  fortunata! Mio marito
non dedica abbastanza tempo ai figli'.
Mio padre era sempre in ordine. Non fumava n beveva alcolici. L'unica cosa, sapeva di
medicinali."
"Nella nuova scuola non conoscevo nessuno. Restavo yosomono. Non capivo bene il dialetto.
Gli altri erano tutti della regione. Le ragazze che avevo intorno non erano cattive per mi tenevano a
distanza.
Passeggiavo nel bosco di bamb. Era cos tranquillo. Mi sedevo sempre nello stesso posto. Il
vento soffiava delicatamente. Percepivo solo il rumore delle foglie.
Un giorno, seduto su una pietra, c'era Yukio a leggere un libro. Era la prima volta che ci
incontravamo cos. Vedendomi, mi salut. Feci altrettanto. C'eravamo soltanto noi. Avevo la
sensazione che il mio territorio fosse invaso. Forse era cos anche per lui. Non glielo chiesi. Invece gli
dissi:
 Mi piace questo posto.  calmo.
 Vero.
Yukio aveva lo stesso sguardo nostalgico della madre.
Mi domand:
 Ti sei ambientata in citt?
 No, non ancora. Non ho amiche e tu?
 Nemmeno io.
 Ma com' possibile? Vivi qui da dieci anni.
 Mi sono abituato a stare da solo fin dall'infanzia perch mia madre mi teneva sempre in casa.
Non faceva alcuna differenza dove andassi n quanto tempo restassi in un luogo.
Ridendo esclamai:
 Comodo!
Non pensavo che mi avrebbe parlato tanto liberamente. Mi invit sulla pietra. Mi accomodai
accanto a lui come se fossimo amici di lunga data.
Gli chiesi:
 Che cosa stai leggendo?
 Una storia scientifica.  un libro che mi ha prestato tuo padre l'altro giorno.
Me lo mostr. Mi sorprese un po' ma gli dissi:
 Mio padre avrebbe voluto un maschio amante delle scienze. A me e mia madre non piacciono.
Povero pap!
 Che cosa ti piace?
 Mi piace leggere, i romanzi per. Ora sono vietati. Tutti i libri che mi interessano sono spariti
per colpa della guerra.
 Peccato. Mia madre ne ha conservato qualcuno, credo. Posso chiederglielo.
 S? Grazie!
Avevamo parlato cos per la prima volta nel bosco di bamb. Poi, ci capit di leggere un libro
seduti in pace, uno accanto all'altra.
Due ponti conducevano al bosco. La nostra casa era in mezzo. Non attraversavamo mai lo
stesso. Io prendevo quello a destra, lui quello a sinistra. Non ci mettevamo d'accordo per incontrarci.
Qualche volta c'ero io da sola, altre volte lui. A poco a poco, cominciammo ad avvertire l'assenza
dell'altro."
"Era il primo inverno a Nagasaki. Yukio ricevette una lettera del padre che gli annunciava che
sarebbe restato in Manciuria pi del previsto. Il ragazzo era deluso. Sua madre aspettava il marito senza
lamentarsi. Nessuno sapeva perch dovesse trattenersi laggi e mio padre non toccava mai
l'argomento.
Una sera, uscii per fare la solita passeggiata nel bosco, sperando che ci fosse Yukio. Fui felice
di vederlo all'altro capo della strada. Una volta vicini alla pietra, ci sedemmo.
Dissi:
 Mi dispiace che tuo padre non torni ancora.
Taceva. Tremavo di freddo.
 Hai solo un maglione! esclam.
Indossava un pesante cappotto del padre. L'apr perch potessi riscaldarmi. Sorpresa dal gesto,
mi appoggiai al suo petto. Il calore mi scorreva lungo il corpo.
Avvolta nel soprabito, restai immobile. Sentivo il vento spirare dolcemente fra le foglie di
bamb. La tranquillit e la pace erano fra noi e intorno a noi. Il tempo si fermava.
Vedevo i boccioli delle camelie, che fiorivano in inverno, ben sorretti dai calici. Quando
nevicava nella campagna vicino a Tokyo, trovavo quei fiori nel bosco di bamb. Il bianco della neve, il
verde delle foglie di bamb e il rosso delle camelie. Era una bellezza serena e solitaria."
"Erano passati due anni dal nostro arrivo a Nagasaki. Era di nuovo la stagione dei frutti di biwa.
Yukio non aveva pi notizie del padre. Non si sapeva neppure se era ancora vivo.
Hitler si suicid, la Germania si arrese. Circolava la parola gyokusai: morire valorosamente,
combattere fino alla morte. In realt, molti soldati lo facevano gi sul campo di battaglia nelle isole del
Pacifico.
La maggior parte delle citt giapponesi fu distrutta dalle bombe dei B-29 americani. I miei
nonni materni e paterni si erano rifugiati nella campagna vicino a Tokyo.
Avevamo smesso di studiare. Dovevamo lavorare in una fabbrica requisita dall'esercito. Ogni
giorno ripetevamo i soliti gesti. Ci sedevamo davanti al nastro trasportatore e assemblavamo pezzi di
metallo: parti degli aerei da combattimento. Era noioso e stancante.
Un giorno, nel bosco di bamb, Yukio mi disse:
 La guerra finir presto. Deve essere cos. Non riusciremmo a vincere la guerra nemmeno se
facessimo lavorare i bambini. Non c' libert. Per niente. Non possiamo dire ci che pensiamo. Non 
colpa della guerra.  una mentalit pericolosa che imperversa qui. Ci interessa solo il potere. Non
combattiamo per la libert.
Parlava nervosamente, come capitava di rado. Arrotol la manica sinistra della camicia
mostrandomi il braccio. Un livido sulla pelle. Era il segno di una botta. Mi alzai e lo guardai in faccia.
Molto preoccupata, gli chiesi:
 Chi te lo ha fatto?
 Un comandante in fabbrica. Stamani ho visto un giovane lavoratore frustare a sangue un
coreano sulla schiena. Lo accusava di avergli rubato del cibo. Ho preso il giovane lavoratore per le
braccia, dicendogli: Abbiamo tutti fame. Perdonalo, ti prego'. Il coreano si  difeso: Ho sempre fame,
ma non sono stato io a rubare'. Allora ho chiesto all'altro che sembrava avere la mia et: Lo ha visto
rubare?'. Furioso, mi ha risposto: No, ma era l! C'era solo lui, questo coreano.  una prova
sufficiente'. Ho insistito: No, non lo , e in ogni caso frustare non serve'. Subito dopo, il lavoratore ne
ha parlato al comandante. Mi hanno ordinato di andare da lui. Mi ha detto: Devi obbedirgli. Lavora qui
da pi tempo,  pi anziano mentre tu sei solo uno studente. Chiaro? Combattiamo contro gli americani
per l'unit e la pace in Asia. Per ottenere l'unit, l'ordine  la cosa pi importante. Capisci?'. Gli ho
risposto: Volevo semplicemente ristabilire la verit. Il ragazzo sosteneva di non aver rubato e il
lavoratore non lo aveva visto rubare'. Invece di lasciarmi finire, il comandante mi ha dato una
bastonata sul braccio sinistro, aggiungendo: Allora non hai capito! Non  il momento di cercare la
verit.  l'unit che ci interessa. Per l'unit, dobbiamo obbedire agli ordini. Con l'ordine e il rispetto, la
pace trionfer automaticamente. Quindi devi obbedire agli ordini.  tutto. Fuori dai piedi!'.
 Che logica! gridai.
 Davvero, che logica! Siamo tutti pazzi.
 Ma sta' attento. Scontrandoti con i pazzi, impazzirai anche tu.
Finalmente sorrise.
 Sei stato coraggioso a fermare quel lavoratore, dissi. Sono fiera di te, Yukio. Nemmeno io
sopporto la violenza. Ma chi  stato a rubare?
 Non lo so. Non  questo il punto. Tuo padre ha ragione! C' una mentalit chiusa.
Yukio mi strinse dolcemente al petto, appoggiandomi il mento sulla testa. Potevo sentire i battiti
del suo cuore. In quel momento, riuscivo a dimenticare tutto ci che accadeva intorno a noi: la guerra,
il lavoro in fabbrica, la solitudine. Pensavo solo a noi.
Yukio mi disse:
 Vorrei tanto che abitassimo da soli su un'isola tutta nostra!
Gli tenni le mani con intensit. Era la mia risposta. Dopo un lungo silenzio, sollevai il capo e lo
guardai. Aveva le lacrime agli occhi. Mi baci le labbra con delicatezza. Il mio corpo ardeva."
"Un giorno, nel bosco di bamb, precisando che non lo aveva mai confidato a nessuno, Yukio
mi disse:
 Sono stato adottato all'et di quattro anni. Prima mia madre amava un uomo con cui non si 
potuta sposare. I genitori di lui non l'accettavano perch era orfana e non abbastanza istruita. Non
aveva nemmeno soldi. Temevano che mirasse solo al denaro. Mia madre mi ha dato alla luce fuori dal
matrimonio e lui ha rifiutato di riconoscermi. I bambini dei vicini mi chiamavano tetenashigo. Quando
ero piccolo, mi ricordo che quell'uomo giocava con me. Veniva a trovarci sempre dopo il tramonto, ma
non passava la notte a casa nostra. Se mia madre preparava una cena speciale voleva dire che quel
giorno lui avrebbe mangiato con noi. Non si faceva vedere spesso. Capitava che restassimo seduti a
lungo ad aspettarlo, invano. Mia madre era triste e piangeva. Lui non usciva mai insieme a noi. Prima
del tramonto, mia madre mi accompagnava al parco dove veniva anche lui con la figlia. Lei lo
chiamava pap'. Ogni volta mia madre ci lasciava, dicendo che sarebbe tornata un'ora pi tardi.
Giocavo con quella bambina, vicino a suo padre. Era una situazione strana. Lo chiamavo Ojisan.
Probabilmente aveva un'altra moglie. Quando avevo quattro anni, mia madre ha sposato l'uomo che
oggi  diventato mio padre. Nemmeno i suoi genitori erano favorevoli e il mio padre adottivo si 
trasferito a Nagasaki con noi. Pensiamo che il mio vero padre sia scomparso perch cos ci ha
raccontato mia madre. In realt, sar da qualche parte a Tokyo con la famiglia.
Nel bosco di bamb, Yukio e io camminavamo sempre mano nella mano. Era l'unico posto in
cui potevamo farlo.
Mi chiese:
 Se un giorno volessimo sposarci, i tuoi genitori approverebbero?
Risposi:
 Mio padre ne sarebbe felice perch sei una persona intelligente. Per lui il sapere ha la priorit.
Inoltre ti vuole molto bene. Mia madre, non saprei. Si preoccupa solo della reputazione della famiglia.
Certo, tuo padre  coraggioso! Ha lasciato i genitori per voi, per te e tua madre. L'uomo che ti ha
abbandonato per colpa dei suoi, invece, non mi piace per niente. Immagino che tua madre abbia
sofferto molto e si sia sentita parecchio sola. E tu, che cosa faresti se mia madre si opponesse?
 Fuggirei con te!
Abbiamo sorriso tutti e due."
"Al lavoro chiacchieravo solo con una ragazza che si sedeva accanto a me. Si chiamava
Tamako. Era operaia. Siccome le parlavo, alcuni studenti della mia scuola mi disprezzavano. In effetti,
ero l'unica a farlo. All'inizio ignoravo il motivo. Era una ragazza come tante. Dopo qualche mese mi
disse: Mio fratello  stato catturato e ucciso dagli americani a Saipan. Raccontano che essere fatti
prigionieri gi  una vergogna, ma venire uccisi dai nemici  il peggiore affronto per un soldato. Mio
padre non sa come scusarsi con l'imperatore.  diventato molto debole. A quanto pare, prima della
cattura, mio fratello avrebbe dovuto suicidarsi. Io per gli voglio bene e gliene vorr sempre. Anche
mia madre  molto triste'.
Un giorno, durante una pausa in fabbrica, mi misi all'ombra di un albero. Tamako mi raggiunse.
Mi disse:
 Voglio farti vedere una cosa.
Tir fuori un sacchetto bianco di cotone che teneva nascosto sotto la camicetta estiva. Lo
guardai incuriosita. C'erano due pacchettini di carta bianca ripiegata. Le domandai:
 Che cos'?
Tamako ne apr uno. Era una polvere cristallina.
Le chiesi:
 Zucchero?
All'epoca lo zucchero era raro e prezioso. Scosse la testa. Mi disse:
 No,  cianuro di potassio.
 Cianuro di potassio? ripetei sorpresa.  un veleno! Perch hai una cosa tanto pericolosa?
Sottovoce Tamako mi spieg:
 Perch  letale. Se gli americani mi catturassero, potrei suicidarmi. Posso dartene, sei gentile
con me.
Mi tese uno dei due pacchetti. Lo rifiutai.
 No! Non voglio uccidermi per alcuna ragione.
Tamako, delusa, lo ripose nel sacchetto.
Mio padre mi diceva che il problema era l'ignoranza della gente. La mancanza di informazione.
Non credeva affatto che il Giappone potesse colonizzare l'Asia, per la mentalit dell'esercito. 
ridicolo,' ripeteva. Gli credevo."
"Il cibo scarseggiava sempre pi. La cugina di mia madre non poteva pi fornirci le verdure
dell'orto. I suoceri si erano ammalati e doveva occuparsi di loro. E poi suo marito era stato mandato a
Taiwan. Esausta, si era ammalata anche lei. Mia madre decise di andare ad aiutarla. Rest da lei una
settimana. Per me e mio padre, non era un problema. Lui era sempre al laboratorio e io tutto il giorno in
fabbrica.
Un pomeriggio, mentre mia madre non c'era, d'improvviso al lavoro mi venne la febbre alta.
Controvoglia, il direttore mi lasci tornare a casa, dove non c'era nessuno, ma era pur sempre meglio
che restare in fabbrica. Desideravo soltanto mettermi a letto il pi presto possibile.
Come al solito, aprii la porta scorrevole. Entrai nel piccolo ingresso in cui ci toglievamo le
scarpe per poi salire nelle camere. Trovai le calzature che mio padre indossava al laboratorio.  Pap?
lo chiamai. Niente. Era strano perch quel mattino era uscito prima di me.
Mi stesi sui tatami di camera mia. Tutto era perfettamente tranquillo. Eppure sentivo dei bisbigli
venire dalla stanza di Yukio.
Yukio  gi rientrato? No, non  possibile... O forse il signor Takahashi  tornato dalla
Manciuria?' mi chiesi. Ascoltai le voci con attenzione. Erano mio padre e la signora Takahashi!
Mi alzai. Non capivo che cosa stesse succedendo. Perch  da lei a quest'ora?' Andai
all'ingresso: c'erano le sue scarpe e anche i sandali. Si  recato a casa dei vicini scalzo?' Camminando
in punta di piedi, entrai in camera di mio padre. La porta scorrevole dell'oshiire era aperta. All'interno,
c'era uno scaffale su cui mettevamo i futon. Sotto la mensola, c'erano degli scatoloni che non
dovevamo spostare, cos aveva ordinato mio padre. Erano quattro e uno era stato tirato fuori.
Mi misi in ginocchio davanti all'armadio che era appoggiato a un muro divisorio e guardai
dentro. In fondo, nell'ombra, si vedeva una tavola addossata alla parete. Era facile da togliere. Dietro,
c'era un'apertura da cui si poteva passare. Dall'altra parte c'era l'oshiire della camera dei genitori di
Yukio. Era buio pesto. Toccai qualcosa di duro, forse una cassapanca di legno. Non sentivo niente.
Probabilmente mio padre e la signora Takahashi si trovavano dall'altra parte del muro di camera mia,
nella stanza di Yukio.
Mi ricordai che la scala retrattile per accedere alla soffitta era nella stanzetta d'angolo. Non ci
andavo molto spesso perch l tenevamo gli scatoloni con i kimono e gli utensili da cucina che durante
la guerra non usavamo pi, non pi di quella scala.
Salii su uno dei cartoni, tirai la corda che penzolava dal soffitto estraendo la scala, ma decisi di
tornare nell'ingresso a prendere le scarpe: mio padre poteva rientrare prima che fossi scesa. Alla fine
salii in soffitta, con le scarpe in mano. E richiusi la scala.
Dimenticai di avere la febbre."
Interrompo la lettura. Sospiro. Anch'io dimenticavo di avere la febbre. L'emozione per lo choc
si  un po' attenuata. Ora ho voglia di mangiare qualcosa. Mi alzo e scendo nella cucina pulita. La
signora S.  andata via. Mio figlio  a scuola. La prossima settimana dovr ricominciare a lavorare.
 gi pomeriggio, ma preparo una colazione: riso, zuppa di miso, uova e nori. Nella zuppa
metto qualche pezzo di melanzana che ha portato la signora S.  la colazione che ogni mattina mia
madre faceva con mio padre.
Da bambina, non mi piaceva molto: preferivo mangiare pane, marmellata e latte. Non osavo
dirlo per rispetto a mio padre che raccontava della pessima qualit del cibo durante la guerra. Mi diceva
che si mangiava qualunque cosa e che si rubava per sopravvivere. Sparivano perfino i fiori di certi
alberi. Mia madre, invece, non ne parlava. Il suo silenzio era pi convincente di tutte le parole di mio
padre.
Dopotutto non taceva a causa della guerra. Il suo silenzio era legato all'omicidio che aveva
commesso.
Ricordo le parole della sera prima di morire: "Ci sono crudelt che non si possono dimenticare.
Per quanto mi riguarda, non si tratta della guerra n della bomba atomica". Mi chiedo di nuovo che
cosa intendesse.
Finisco di mangiare e salgo in camera per continuare a leggere.
"La soffitta era buia. Era ancora pomeriggio. In fondo a ogni muro c'erano solo due finestrine
con sbarre di legno da cui penetrava la luce del sole. Camminavo senza fare rumore. Arrivai proprio
sopra la camera in cui mio padre e la signora Takahashi parlavano. Che cosa c' fra loro?' Avevo il
batticuore.
Cercavo fra le tavole le fessure che avevo visto la prima volta che ci eravamo saliti. Ne trovai
una e mi inginocchiai.
Come? Non credevo ai miei occhi. Mio padre e la signora Takahashi erano stesi sui tatami,
completamente nudi.
Il mio sguardo indugiava sul corpo della signora Takahashi: aveva il seno turgido come una
ragazzina. La pelle bianca come neve. I capelli neri sciolti le cadevano sulle spalle tornite.
Supino, mio padre le aveva appoggiato la mano sull'anca. Lei era voltata verso il muro. In
un'unica carezza, la mano seguiva la vita fino alle natiche. Riuscivo a vedere gli occhi di mio padre.
Appartenevano a un uomo che non conoscevo.
Le disse:
 Hai un corpo cos bello e morbido! Non puoi capire quanto mi manchi!
Lei taceva. Dopo un lungo silenzio, gli rispose qualcosa, ma la sua voce era troppo bassa perch
potessi udirla, a parte qualche parola: ... non va... non fare... Incollai l'orecchio alle tavole. Cos, ero
in grado di sentirla meglio.
 Perch non mi lasci in pace? Mio marito ha adottato Yukio tanto tempo fa.  un buon padre.
Yukio gli vuole molto bene.
Mio padre replic:
 Per suo padre sono io.  ovvio che voglia sapere come sta crescendo. Per quanto possibile
voglio restargli vicino.
Mio padre  il padre di Yukio? Yukio  il mio fratellastro? Non  possibile!' Battevo i denti. A
poco a poco una sensazione di caos e rabbia insieme mi invase. Ciononostante volevo sapere la verit.
Dovevo ascoltarli.
La signora Takahashi disse:
 Ora la mia famiglia sono mio marito e Yukio.
Mio padre continuava ad accarezzarle il corpo e sussurr:
 Che cosa intendi con ora', dopo questi due anni? Pensa a noi, ai nostri corpi. Quando lo
facciamo, siamo perfettamente complementari. I nostri corpi formano un'unit indissolubile. Perfino
dopo dieci anni di lontananza. I nostri matrimoni non cambiano nulla fra noi. Dici che non dobbiamo
continuare la nostra relazione, ma so che mi aspetti sempre, e anch'io.
Steso dietro di lei, l'abbracci. La baci sulla nuca. Le accarezz il seno. E lentamente lasci
scivolare la mano sul suo sesso. Gli occhi chiusi, lei gemette un po' aprendo la bocca. Ma quando le
baci il sesso, con le mani sul seno, lei si mise a gridare:  Smettila! Smettila! Gli prese la testa fra le
mani. Lui entr in lei.
Non riuscivo pi a guardarli. Restai immobile nel buio finch i gemiti non finirono.
Da allora, non andai pi nel bosco, evitai perfino di guardare Yukio. Come avrei potuto
rivelargli che eravamo fratellastri e che i nostri genitori avevano una relazione? Il signor Takahashi e
mia madre ignoravano quello che stava succedendo.
Mi chiudevo in camera. Parlavo il meno possibile. Quanto avevo appreso sfuggiva alla mia
comprensione."
"Una sera camminavo lungo il ruscello. Mi sentivo pesante. Mi sedetti sulla sponda. Intravidi
un adolescente che faceva rimbalzare i sassi nell'acqua. Mi venne in mente un gioco che facevo
insieme a mio padre a Tokyo quando ero piccola. Mostrava a me e a un bambino della mia et come
lanciare dalla diga delle pietruzze piatte sull'acqua. Il bambino le gettava benissimo, a differenza mia,
ma non mi prendeva in giro. Non parlava molto. Un giorno gli chiesi: Dov' tuo padre?', non
rammento pi la sua risposta, n il suo viso o il suo nome.
L'adolescente smise di far rimbalzare i sassi. Raccolse lo zaino da terra e se ne and. Lo
guardai allontanarsi.
E d'un tratto capii che era Yukio a giocare con me tanto tempo fa. Ero io la bambina di cui lui si
ricordava, con il padre in un parco di Tokyo. Giocavamo senza sapere di essere fratellastri.
E Yukio continuava a ignorare la verit."
"Prima che mia madre tornasse da casa della cugina, in una notte molto limpida fui svegliata da
un flebile rumore proveniente dalla camera di mio padre. Forse si stava infilando nel buco del muro
dell'oshiire come un topo.
Mi alzai. Salii in soffitta come avevo gi fatto. La luce della luna mi aiutava a ripercorrere i
passi della volta scorsa. E intanto, come allora, andai sopra la camera di Yukio. Non c'era nessuno.
Nemmeno Yukio. Dov'?' mi chiesi.
Decisi di spostarmi sopra la stanza dei suoi genitori. Cercavo il punto giusto. Li intravidi fra gli
interstizi.
La luce della luna penetrava nella stanza dalla finestra. Riuscivo a vederli nitidamente, erano
nudi. La signora Takahashi era seduta a cavalcioni sulla pancia di mio padre, con le gambe piegate sui
tatami. Si guardavano. Lui le accarezz delicatamente i capezzoli e la rotondit del seno. Lei volt la
testa verso il soffitto, a occhi chiusi, con la bocca appena aperta. Mio padre si tir su facendola
scivolare sotto di lui. La baci sul viso, sulla bocca, sul collo, intorno al petto. Le pos la mano sul
sesso.  Smettila! gli grid. Entr in lei. Ora era lui a gemere agitando energicamente le anche. Poi, si
stesero supini nella luce della luna.
Mio padre disse:
 Mia moglie sar di ritorno fra due giorni. Non riesco pi a stare senza di te. Dobbiamo trovare
un posto dove incontrarci.
Esitante, la signora Takahashi gli rispose:
 Lasciami riflettere. Sono confusa.
 Riflettere su cosa? Perch confusa? Non essere cos seria! Nessuno ci scoprir mai. Torner
domani. Yukio dormir un'altra notte a casa del mio collega che considera nostro figlio molto
intelligente e dotato di un discreto spirito scientifico. Sono molto fiero di lui.
Abbandon la camera passando dal buco nel muro. Dopo qualche secondo, sentii la signora
Takahashi piangere.
Quando mi coricai, erano le tre del mattino.
L'indomani mi alzai alle otto. A quell'ora dovevamo entrare in fabbrica. Mio padre era gi
andato al lavoro. Mi affrettai a raggiungere lo stabilimento. Il caposquadra mi url:
 Come osi arrivare cos tardi? Pensa ai soldati che combattono per l'Asia, per la nostra
nazione, per noi e per te!
Mi diede uno schiaffo. Ma non sentii male. Niente, in confronto a quello che era successo nella
mia testa. L'immagine di mio padre e della signora Takahashi mentre lo facevano occup tutta la mia
giornata.
La sera andai a letto presto. Avevo molto sonno. Mio padre entr in camera e mi chiese:
 Che cosa c'? Non stai bene?
Risposi senza guardarlo in faccia:
 No, sono soltanto stanca per la giornata di lavoro.
Con dolcezza disse:
 Dormi bene.
Mezzanotte. Come previsto, sentii che varcava il muro. Non avevo pi sonno. Avevo dormito
quattro ore. Salii in soffitta. Mio padre e la signora Takahashi erano seduti accanto a un tavolo basso,
indossavano un kimono estivo. Parlavano. Mio padre la baci sul collo, ma lei lo respinse, dicendo:
 No, no... smettila... per favore. Stasera devo dirti una cosa.
 Non essere cos seria! ripeteva lui accarezzandole le natiche.
 No, tu sii serio!
Stava per piangere.
 Perch? Sono serissimo quando dico che voglio tenerti con me fino alla morte, rispose lui. In
caso tuo marito morisse, se avrai bisogno di un aiuto economico, sar sempre al tuo fianco. Riguardo a
mia moglie, non preoccuparti. Non sospetta niente. Pensa solo a quello che la gente dice di lei,  troppo
fiera della famiglia.  convinta di essere intelligente e che non la lascer mai. In realt  una sciocca.
 Non capirai mai! esclam. Desideravo solo fondare una famiglia con te e con i nostri figli. Ma
all'improvviso ti sposasti con un'altra donna. Mi avevi detto che lo facevi per accontentare i tuoi e che,
alla loro morte, avresti divorziato. E ora, hai avuto una figlia da tua moglie e io ho costituito una
famiglia con Yukio e mio marito. Rester sempre con lui cos come tu resterai sempre con tua moglie.
 Cosa? profer.
Ma lei continu:
 In questi dieci anni, per la prima volta in vita mia, sono riuscita a vivere in pace. Senza di te.
 Che cosa vuoi dire senza di me?
 All'inizio avevo paura perch credevo di amarti. Mi sono sposata unicamente per Yukio.
Dopo tutta la gentilezza di mio marito, mi vergogno per ci che gli sto facendo alle spalle.  stato
davvero in gamba con Yukio.
 Ma Yukio  mio figlio. Non dimenticarlo, disse.
 Non hai il diritto di parlare cos! grid con voce sferzante. Mio marito ha fatto tutto quello che
hai rifiutato di fare tu. Non ti sei voluto sposare con me per via dei tuoi genitori, non hai voluto
riconoscere Yukio perch credevi che mirassi ai soldi. Non ci siamo mai visti fuori. Non mi hai
presentato ai tuoi genitori n agli amici. Perfino prima di sposarti, venivi sempre a casa mia, e la notte
tornavi nel tuo appartamento vuoto. Temevi che le chiacchiere dei vicini e degli amici arrivassero alla
tua famiglia. Avrei voluto passeggiare con te, andare al cinema, al ristorante. Quando ti ho conosciuto,
avevo solo sedici anni.
 Allora, perch adesso non ti sei opposta? Eri contenta. Lo desideravi quanto me. Sei molto
sensuale, e sei cos solo con me.
 Forse  vero, per adesso sto molto male. Penso a mio marito. Mi ama tanto.  finita fra noi.
Singhiozzava. Lui aggiunse:
 Tuo marito ti ama perch non sa che Yukio  figlio mio. Se conoscesse la verit, non potrebbe
pi amarti.
 Dipende da te. Se gliela svelerai, avremo molte noie: tua moglie, mio marito, Yukio, Yukiko e
tutta la famiglia. Mio marito  molto generoso, Yukio gli vuole tanto bene. Lasciaci in pace! Mio
marito torner presto dalla Manciuria.
 Anche questo dipende da me, disse sottovoce.
 Che cosa vuol dire anche'?
 Sono stato io a far s che tuo marito andasse in Manciuria. Mi ha sostituito.
 Come hai potuto tramare una cosa simile? Perch non sei partito tu? Non hai pensato a
Yukio? Ha bisogno di SUO padre.
 Non dimenticarlo. Sono il padre di entrambi, di Yukio e Yukiko. Non vorrei morire a causa
della guerra. Sono tutti indottrinati: credono che sia ancora possibile vincere. Ma il vero punto  se i
giapponesi accetteranno o meno la sconfitta. Altrimenti gli americani ci annienteranno completamente.
Andare in Manciuria o in qualunque altro posto significa morire o farsi catturare. Ma tuo marito era
felice all'idea di partire. Diceva che sarebbe stato un onore combattere nel nome dell'imperatore. Che
ingenuo! Perfino un ragazzo come Yukio capisce l'idiozia dell'esercito.
 Mio Dio...
La signora Takahashi si copr il viso con le mani. Tremava da capo a piedi. Disse:
 Mio marito non voleva partire. Non ha avuto scelta. Era all'oscuro di tutto e sei stato tu a
manipolarci al pari dell'esercito.
 Manipolare? No, ho cercato di trovare la soluzione migliore per noi. Non ho mai obbligato
nessuno.
 Cosa vorrebbe dire noi'? Quanto sei egoista! Fai sempre quello che vuoi!
Singhiozzava e mio padre se ne and. Ero seduta immobile, con la testa fra le braccia. I
singhiozzi della signora Takahashi continuarono a lungo nel buio.
L'indomani mia madre torn da casa della cugina. La sera, mentre mio padre stava leggendo un
libro, gli chiese:
  vero che prima del nostro matrimonio avevi un'altra? Me lo ha detto mia cugina.
Mi voltai verso mio padre. Rispose senza alzare la testa:
 Chi? Avevo diverse amiche.
 Un'altra, un'orfana come la signora Takahashi, precis.
 Non me ne ricordo pi. Che importanza ha ora?
Mio padre non la guard nemmeno. Temevo che lei insistesse, ma non fece altre domande."
"All'epoca, mio padre aveva spesso mal di pancia. Prendeva una medicina due volte al giorno,
mattina e sera. Era una polvere bianca. Apriva una cartina di cellophane, versava il contenuto in un
bicchiere d'acqua, lo girava con una bacchetta e lo mandava gi d'un fiato. Ripeteva sempre quei gesti
con precisione, come un automa.
Una sera in cui c'era un gran caldo umido, mi ero sdraiata sui tatami del salotto. Tutte le porte
scorrevoli erano aperte per far circolare l'aria. Nemmeno un alito di vento. Mio padre prendeva la
medicina come al solito, vicino all'acquaio. Lo guardavo distratta. Quando inghiott l'acqua mischiata
alla polvere, mi venne in mente il cianuro che mi aveva mostrato Tamako.
L'indomani, in fabbrica, le chiesi con discrezione:
 Hai ancora il cianuro?
 Certo, come vedi sono sempre viva, replic ridendo.
Non risi. Le dissi:
 Me lo puoi dare?
Mi tremava la voce. Lei non se ne accorse. Senza incertezze, mi rispose:
 S, volentieri!
Tir fuori dal sacchetto bianco di cotone i due pacchettini di carta. Me ne pass uno, dicendo:
 Sono contenta che tu abbia cambiato idea. Non abbiamo molto tempo. I nemici si avvicinano.
Ecco. Mi raccomando, tienilo per te!
Sentivamo l'allarme spesso. Ogni volta, noi studentesse scendevamo subito in un rifugio
sotterraneo, con un'insegnante della scuola. Doveva venire in fabbrica per controllare le studentesse
che ci lavoravano. Verificava che fossero tutte sane e salve. In quell'occasione, mi resi conto che le
operaie erano costrette a restare in fabbrica, a meno che le bombe non cadessero davvero vicinissime.
Un mattino, suon di nuovo l'allarme. Accadde otto giorni prima dello scoppio della bomba di
Nagasaki. Stavamo lavorando. Tamako non era accanto a me perch il capo le aveva ordinato di portare
alcuni documenti all'ufficio in centro. Uscimmo dalla fabbrica con la professoressa per scendere nel
rifugio. Avevamo sentito esplodere delle bombe.
Quando tornammo in fabbrica, Tamako non c'era ancora e non la vidi per tutto il giorno.
L'indomani, il capo e Tamako non vennero al lavoro. Pare che sia morta nel bombardamento,
per strada."
"Dopo qualche giorno, venni a sapere che una bomba potentissima era stata lanciata su
Hiroshima. Non era un ordigno incendiario, ma una cosa completamente diversa. Era bastata una sola
bomba a trasformare la citt in un oceano di fiamme!
I cadaveri galleggiavano nel fiume. Gente ancora viva ci si era gettata per fuggire al calore.
Altri, con occhi e ossa sporgenti, avevano corso dappertutto in strada per cercare l'acqua. Era stato
come trovarsi in una stalla chiusa, dove divampa un incendio da cui gli animali cercano di scappare
invano.
Questa carneficina ci fu descritta da un vicino che, tornando da Kobe, era passato per
Hiroshima. Ne parlava sottovoce e tremava spaventato. Mio padre gli disse:  La guerra  finita.
Abbiamo la fortuna di non morire.
Dopo il bombardamento in cui perse la vita Tamako, molte ragazze cominciarono a non
presentarsi in fabbrica. Erano studentesse come me. Mia madre insisteva perch non andassi al lavoro.
Mi opposi dicendo:  Si muore quando  l'ora. Mio padre rispose:  Non dire idiozie, Yukiko. La
mamma ha ragione. Resta a casa. La guerra finir presto. Gli dissi:  Non voglio fuggire la guerra.
In effetti, una volta rifiutai di scendere nel rifugio per restare con le operaie, per mi resi conto
che cos avrei creato guai alla professoressa.
Dopo l'ultimo bombardamento, si vedevano aerei nemici sorvolare Nagasaki. Si cominciarono
a evacuare gli anziani e i bambini. Eppure nessuno poteva prevedere che la nostra citt sarebbe stata il
prossimo bersaglio di un'altra bomba atomica.
Una volta, per strada, vidi dei prigionieri di guerra. Camminavano legati l'uno all'altro con una
corda. Alcuni fischiavano e un soldato li sgrid. Dalla loro espressione ingenua immaginai che
avessero fra i diciotto e i vent'anni. Avevano gli occhi azzurri, i capelli biondi o castani e il viso
bianco. Uno di loro disse a un altro in inglese:  Ma chi vuole la guerra? Io voglio soltanto tornare a
casa dove mi aspettano i miei genitori e la fidanzata.
Avevo capito perch avevo imparato quella lingua con mio padre e a scuola. Con un nodo alla
gola guardai quei giovani soldati allontanarsi. La parola fidanzata' mi fece piangere."
"Il giorno in cui la bomba atomica cadde su Nagasaki, mi ero alzata alle cinque. Mia madre era
rimasta ancora una volta a casa di sua cugina in centro. Mio padre dormiva. Mischiai il cianuro alla
polvere degli ultimi tre incartamenti di cellophane piegati nella scatola del medicinale e uscii. Non
sapevo dove andare. Mi incamminai verso nord. Non avevo portato niente da mangiare n da bere.
Sar stato circa mezzogiorno. Non avevo l'orologio. Nella strada di un villaggetto, sentii
qualcuno dietro di me gridare:  Guardate! Lass! Pensai subito che fossero venuti ad arrestarmi. Mi
voltai verso la voce. Non mi stava inseguendo nessuno. Mi sbagliavo. Puntavano il dito a sud. Nel
cielo, c'era un'enorme nuvola a forma di fungo! Cosa?' Guardavo quella nuvola come tutti. Nessuno
sapeva che cosa fosse esattamente. Dopo un po' di tempo, dissero che probabilmente era un'altra
bomba che gli americani avevano sganciato su Nagasaki. Si cominci a gridare:  Oh, mio Dio!  un
disastro!  terribile!
Spossata e ancora distratta, mi sedetti su una pietra, davanti a una casa. Dappertutto si sentiva lo
stridio delle cicale. Nel giardino, un anziano continuava a guardare verso sud. Vedevo il cammino che
avevo percorso.  davvero successo un disastro in fondo a quel sentiero? Quale disastro? Ho appena
avvelenato mio padre. Qual  il disastro: la nuvola a forma di fungo o l'avvelenamento?' Lo stridio
delle cicale cominciava a infastidirmi. Mi tenevo la testa fra le mani.
Mi ci volle un po' prima di prendere coscienza della realt. Sar una bomba simile a quella che
ha trasformato la citt di Hiroshima in un oceano di fiamme!' Comunque decisi di tornare sulla strada
che portava a Nagasaki. Sollevai la testa.
L'anziano si avvicin e mi disse:
 Ti senti male? Da dove vieni?
 Dalla valle di Urakami, risposi.
 Mio Dio! Sei fortunata. Non tornarci subito.  pericoloso. Dov' la tua famiglia?
 Mia madre  in centro a Nagasaki e mio padre  nel quartiere di Urakami.
 Povera piccola! Resta un po' a casa nostra. Mia moglie ti dar qualcosa da mangiare.
 Grazie, ma devo andare a cercare i miei familiari, dissi alzandomi.
 Aspetta! Non ti muovere. Torno fra un minuto.
Ricomparve con un po' d'acqua in un recipiente e un onigiri, e disse:
 Tienilo. Ti auguro che i tuoi genitori siano vivi. Devi stare molto attenta.
Lo ringraziai. Intrapresi il cammino che avevo gi percorso.
Raggiunsi la valle la sera presto. E vidi solo una carneficina. Era tutto pieno di gente che
gemeva e gridava:  Acqua! Dappertutto i bambini urlavano:  Mamma! Mamma! Incontravo volti
deformati, corpi arsi o gi morti per terra. Sul fiume, mi passavano davanti dei cadaveri galleggiando.
La valle della morte. Era invasa da odori terrificanti. Vomitavo di continuo.
Per strada, c'era un uomo sotto un tetto sfondato. Quando provarono a soccorrerlo tirandolo per
la mano, gli si stacc il braccio.
Rischiai di cadere addosso a qualcuno. Era una donna. Aveva la met del viso e del corpo
bruciati. Mi tendeva la mano per alzarsi.
Dissi:
 Mi dispiace, signora. Devo cercare mia madre. Tenga l'acqua e questo onigiri.
Credevo che sarebbe morta di l a poco. Bevve un po' di acqua.
 Grazie... sei gentile. Devi avere dei bravi genitori, aggiunse con le lacrime agli occhi.
Erravo in quella carneficina. D'un tratto, sentii qualcuno fischiare. Guardai dietro di me. Era un
ragazzino seduto per terra. Sembrava impazzito. Il fischio mi ricord i prigionieri stranieri. Osservai il
cielo grigio. Mi chiesi: Gli americani hanno ucciso anche i loro compagni? Sanno che esiste la
prigione?'.
Avevo ancora in testa l'immagine dei volti innocenti dei prigionieri.
Venni a sapere che il nostro piccolo quartiere era stato raso al suolo dalla bomba, ed erano tutti
morti. Il nostro quartiere non esiste pi? Mio padre  morto, sono sicura. Anche la signora Takahashi,
se stamani era in casa. Dov' Yukio? Forse in fabbrica...'
Andai in centro, dalla cugina di mia madre. Il tetto della casa era sfondato. Dove sono mia
madre e sua cugina? Dove sono i suoi suoceri?'
 Yukiko!
Qualcuno alle mie spalle mi aveva chiamata. Girai la testa. Era mia madre. Cominci a
piangere.
Esord:
 Mi hanno detto che stamani non sei andata in fabbrica e nemmeno tuo padre era al
laboratorio. Mi sembrava strano che non foste usciti come sempre. Sono rientrata subito, ma tutte le
abitazioni del quartiere erano distrutte. Non  sopravvissuto nessuno laggi. Credevo che foste morti
anche tu e tuo padre. Guarda!
Da una borsa tir fuori un paio di scarpe. Erano di mio padre!
 Dove le hai trovate? le chiesi.
 Fra le macerie di casa nostra. Probabilmente stamani tuo padre era in casa.
 Dov' il suo corpo?
 Non sono riuscita a trovarlo. Forse non ci riuscir mai in mezzo a quelle rovine.
Stringeva le scarpe in mano con molta forza. Pareva furiosa. Non sapevo cosa le passasse per la
testa.
  morto...  morto. Volevo dirgli una cosa, ma  troppo tardi, afferm.
 Che cosa volevi dirgli? le chiesi.
 Niente. Ora che  morto, niente.
Lo aveva detto gettando le scarpe nel fuoco delle rovine. Le fissammo avvampare lentamente.
Credevo che avesse scoperto qualcosa su di lui.
Mi domand:
 Dov'eri, Yukiko?
 Da un'amica, mentii.
 Non importa. Sei sana e salva, tanto basta! Mia cugina e i suoi suoceri sono morti schiacciati
dal tetto della casa. Stamani, sono andata in campagna insieme alla signora Takahashi per comprare del
riso in cambio di uno dei miei kimono.
 Eri con la signora Takahashi? Allora  viva!
 S.  stata fortunata. Se non fosse venuta con me, sarebbe morta in casa come tuo padre. La
settimana scorsa le avevo chiesto se voleva accompagnarmi.
 E di Yukio che ne  stato?
 Ancora non lo so. Sua madre  andata a cercarlo. Yukiko, partiremo per Chichibu il prima
possibile. Come sai,  un villaggio vicino a Tokyo. I nonni ci aspettano. Sono l da qualche mese per
sfuggire ai bombardamenti. A Tokyo non c' pi nulla da mangiare."
"Il 15 agosto, dopo le due bombe atomiche, l'imperatore Hirohito annunci la sconfitta del
Giappone alla radio. Non capivo ci che diceva: la sua voce non era chiara. Credevo che ci chiedesse di
praticare gyokusai. Ci mettemmo a piangere davanti alla radio ripetendo:  La guerra  finita! Eppure,
ascoltando quelle parole, non provavo sollievo n gioia ma rimpianto, perch non eravamo in grado di
combattere fino alla morte.
Era l'inizio della mia guerra personale. Avevo perso l'occasione di morire per l'omicidio che
avevo commesso.
Per tre settimane siamo rimaste in una casa di campagna che apparteneva ai contadini che ci
vendevano il riso. Poco prima di andarcene mia madre mi disse che Yukio era sopravvissuto alla
bomba. Restava con la madre da un collega di mio padre finch non avessero trovato un posto dove
vivere.
Il giorno che precedette la nostra partenza, incrociai Yukio per strada.
Afferm:
 Non so come dirtelo. Tuo padre  stato ucciso dalla bomba. Era sempre gentile con me. Ho
ancora alcuni libri che mi aveva prestato.
Non fiatai, poi gli chiesi:
 Che ne  di tuo padre in Manciuria? Ci sono novit?
 S, abbiamo appena saputo che  stato mandato in Siberia.  in un campo di prigionia, rispose.
 vivo anche il signor Takahashi?' mi ripetevo mentalmente. In ogni caso, non potevo
commentare questa buona notizia. Fra noi cal un pesante silenzio. Quando me ne stavo andando,
Yukio aggiunse:
 Perch mi eviti? Ho fatto qualcosa di male?
Scossi il capo. Gli vennero le lacrime agli occhi. Una grossa goccia gli scivol sulla guancia. Il
dolore mi percorse il corpo. Non riuscivo ancora a guardarlo in faccia. Mi dicevo: Mio fratello... Sei
mio fratello. E non lo sai!'.
Mi chiese:
 Non mi ami pi?
 S, ma non posso pi vederti.
 Perch? Che cosa ti  successo? Dimmelo, per favore.
 Non chiedermi spiegazioni, ti prego!
Me ne andai correndo.
 Ti aspetter per sempre! grid alle mie spalle.
Furono le ultime parole di Yukio. Non potevo pi voltarmi per guardarlo. Con il volto bagnato
di lacrime, camminai finch non scese la notte. Allora entrai in un piccolo edificio abbandonato. L, al
buio, piansi a lungo, incapace di smettere."
"Dopo la guerra, mia madre e io siamo rimaste dai suoi genitori. Aveva problemi di salute per
via delle radiazioni a cui era stata esposta cercando me e mio padre. Molta gente moriva per lo stesso
motivo. Ne erano colpiti perfino i figli dei sopravvissuti sottoposti a radiazioni. Le vittime e le loro
famiglie nascondevano l'esistenza della malattia. Tacevano rifiutando di parlare della bomba atomica.
Due anni pi tardi, a casa dei miei nonni paterni a Tokyo, arriv una lettera per mia madre da
parte del signor Takahashi. Li aveva conosciuti bene quando studiava all'universit. Mia madre mi
mand dai suoceri a prendere la busta. Era la prima volta che li vedevo dopo il trasloco a Nagasaki.
Mio nonno piangeva tenendomi le mani.
Mi disse:
 Povera piccola. Hai perso tuo padre. Noi abbiamo perso nostro figlio, il nostro unico figlio.
Ancora oggi non riesco a spiegarmi perch volesse lavorare in quella citt. Aveva un buon posto qui.
Se non avesse lasciato Tokyo, avrebbe potuto sopravvivere come noi. Che destino!
Nella lettera il signor Takahashi raccontava della sua prigionia in Siberia. Lo avevano costretto
a lavorare due anni nel freddo perenne. Di ritorno a Nagasaki, i genitori gli avevano chiesto di spostarsi
a Tokyo, con la moglie e Yukio. Ma lui aveva insistito per restare a Nagasaki con la famiglia e
continuare a lavorare al laboratorio, come prima. Ci porgeva le condoglianze per la morte di mio padre.
E, bench si fosse trattato di un caso, era grato a mia madre perch quella mattina aveva portato sua
moglie in campagna. Yukio aveva cominciato l'universit, aggiungeva alla fine.
Piegando la lettera, mia madre mi disse:
 Che strano!
 Cosa  strano? chiesi senza guardarla in faccia.
 Tutte le persone che vivevano nella casa di Urakami sono sopravvissute, tranne tuo padre.
Ripeteva spesso che non voleva morire in guerra per alcuna ragione.
Restai in silenzio. Mi ignor e prosegu:
 Yukiko, tuo padre e io ci siamo sposati per volere delle nostre famiglie. Credevo che fosse
normale sposarsi con qualcuno che avesse una posizione simile alla mia quanto a ricchezza e
educazione. Ma, prima del matrimonio, tuo padre aveva un'amante. Era orfana. Non poteva sposarsi
con lei perch in famiglia non l'accettava nessuno. Quando la mia lontana cugina mi inform di quella
storia, ne fui cos sconvolta che lei tacque subito. Una volta provai a chiedere qualcosa a tuo padre, ma
non rispose. Volevo sapere che cosa c'era stato fra loro. La mattina della bomba, prima di recarmi in
campagna con la signora Takahashi, finalmente mia cugina mi svel che tuo padre aveva avuto un
figlio dall'amante. Ero furiosa con lui per avermi tenuta all'oscuro ed essersi sposato lo stesso con me.
 probabile che durante il nostro matrimonio abbia continuato a frequentare quell'orfana e il figlio
segreto. Avrei voluto ucciderlo. Purtroppo quel mattino ci ha pensato la bomba. Che ironia!
Mia madre diventava sempre pi debole. Soffriva di leucemia. Mor all'ospedale. Ero sollevata
all'idea che se ne andasse ignorando la verit: la signora Takahashi, la nostra vicina a Urakami, era
stata l'amante di mio padre e Yukio era il loro figlio.
Qualche mese dopo la scomparsa di mia madre, mi sposai con tuo padre. Avevo ventidue anni."
"Namiko, perdonami per aver serbato il silenzio tutti questi anni sui miei genitori e sulla bomba
atomica. In realt avrei desiderato che la verit che nascondevo finisse sepolta con il mio corpo.
Tuttavia, continuamente sollecitata da tuo figlio, adesso mi impongo di non fuggire pi. Dopo aver
concluso la lettera, risponder alle sue domande. Forse cos, in un certo senso, risponder anche a te.
Altrimenti dovrei ritardare la mia morte. Sono stanca. Non voglio arrivare al punto di non poter
mangiare da sola, allora  meglio morire. Mi capisci?
In ogni caso, tuo figlio ha tutte le ragioni del mondo a chiedermi dei suoi antenati. Senza di
loro, senza di me, e addirittura senza il mio omicidio, lui non ci sarebbe, e nemmeno tu.  ancora
giovane ma abbastanza maturo da comprendere la mia storia. Un giorno potrai mostrargli la lettera.
Stamani ho fatto un sogno.
Costeggiavo il cimitero accanto a casa nostra. Ho intravisto della gente in piedi, vestita di nero.
Dietro di loro, c'erano due uomini con una pala. Era un luogo dove si celebravano spesso i funerali, ma
mi sono fermata perch ho visto delle facce conosciute: c'erano i familiari di tuo padre, la signora S.,
mio nipote e tu, Namiko. Sono entrata e mi sono avvicinata. Gettavano dei fiori su una bara seppellita
vicino alla tomba di tuo padre.
Ho chiesto a un uomo:
Chi  morto?'.
Ha girato la testa e mi ha guardata. Era un amico di tuo padre, il signor T.
La signora K.,' ha risposto.
Ho continuato a chiedere:
La signora K.? Quale signora K.?'.
Mi ha spiegato:
La signora Yukiko K. Non la conosce? Era la moglie del signor K., un mio amico.  morto
sette anni fa di cancro allo stomaco. La signora K. era sopravvissuta alla bomba atomica di Nagasaki.
Era una moglie devota. Ora sono uniti da qualche parte in cielo'.
Ascoltandolo, senza stupirmi, mi sono detta: Sono io la signora K. Sono morta? Allora chi
sono?'.
Lei, signore, chi ?'
Qualcuno dietro di me mi aveva parlato con tono dolce e pacato. Mi sono voltata verso quella
voce. Eri tu, Namiko. Non capivo perch mi avessi chiamata signore'. Ti ho risposto:
Sono straniero'.
Avevi un mazzo di camelie. Il rosso e il giallo risaltavano sul nero dei tuoi vestiti. I colori dei
fiori hanno attirato la mia attenzione.
Mi hai detto:
Ne vuole uno? In giapponese questi fiori si chiamano tsubaki. A mia madre piacevano molto'.
Me ne hai offerto uno. L'ho preso, dicendo:
 gentile. Grazie. Com' bello'.
Hai lanciato i fiori sulla bara. I becchini hanno cominciato a coprire la fossa di terra. Guardavo
la bara domandandomi chi ci fosse dentro.
Sono uscita dal cimitero, all'ingresso mi sono voltata verso la gente, ma non c'era pi nessuno.
Dove sono tutti?' Vedevo solo la nebbia che aveva iniziato a velare il cimitero.
Mi sono incamminata lungo una strada costeggiata di negozi. Allibita mi sono guardata in una
vetrina. Ho gridato: Non sono io!'. Avevo il volto di un uomo anziano. Mi sono osservata
attentamente, e i miei occhi si sono caricati di nostalgia. Il viso che vedevo era... era quello di Yukio!"
Giro pagina. Non c' scritto altro. La lettera di mia madre si chiude sul nome di "Yukio" , il suo
fratellastro e il suo amore in giovent. Piego la lettera. La stringo fra le braccia, a occhi chiusi, e resto a
letto.
S, finalmente mia madre mi ha rivelato ci che volevo sapere. Eppure manca ancora
qualcosa... Cerco di concentrarmi e di capire cosa continua a turbarmi.
Passa qualche settimana.  domenica. Mio figlio  appena tornato dagli Stati Uniti dove ha
trascorso due settimane di vacanza dal padre.
La sera mi dice:
 Ricordi la storia dei cristiani a Nagasaki di cui parlava la nonna la sera prima di morire?
 S, me ne ricordo perfettamente.
 La scorsa settimana mio padre mi ha detto che Nagasaki era il rifugio dei cristiani vittime
dell'oppressione del bakufu, in particolare nella regione di Urakami. Tranne che all'inizio
dell'evangelizzazione, migliaia e migliaia di credenti sono stati esiliati o torturati, oppure ammazzati. I
loro discendenti hanno continuato a mantenere la fede, anche senza i missionari.  stato cos per oltre
duecento anni. E l'atomica  caduta su quella terra santa, davanti a una chiesa, come diceva la nonna. E
sai, mamma, che il missionario spagnolo che ha portato il cristianesimo in Giappone  arrivato il 15
agosto del 1549? Una coincidenza incredibile:  lo stesso giorno della capitolazione del Giappone nel
1945. Che ironia, vero, mamma?
 Ironia? Non saprei. Potrebbe essere anche il destino della terra martire che vuole mettere fine
alla guerra.
 Il destino? Ora parli come la nonna.
 In realt sono le parole di tuo nonno, il pastore che vive negli Stati Uniti. Gli hai telefonato
quando eri da tuo padre?
 S. Gli ho spiegato, perch ne abbiamo parlato molto insieme, che il quartiere di Urakami non
era il bersaglio previsto. Miravano piuttosto al centro citt, a tre chilometri a sud. La bomba  caduta su
Nagasaki perch in quel momento il centro era coperto di nuvole. In verit, Nagasaki non era nemmeno
il principale bersaglio: intendevano colpire una citt vicinissima che si chiama Kokura, dove c'erano
degli arsenali. L'improvviso cambio di obiettivo  dipeso dal brutto tempo di quel giorno. Inoltre la
seconda bomba era prevista per l'11 e non per il 9.
 Conosci molti dettagli che ignoravo.
Con aria fiera, mio figlio continua a espormi ci che ha insegnato sulla guerra al padre e al
nonno.  informatissimo sui retroscena. Vengo a sapere che, qualche mese prima dell'esplosione delle
bombe, Roosevelt aveva sollecitato Stalin a unirsi agli americani nella guerra contro il Giappone. In
cambio, gli aveva proposto di riprendersi i territori che il Giappone aveva strappato alla Russia. Il
leader russo aveva accettato promettendo di entrare in guerra tre mesi dopo la capitolazione della
Germania. E il giorno dopo che la Russia ha invaso la Manciuria, come stabilito, gli americani hanno
sganciato la seconda bomba, stavolta su Nagasaki.
Mio figlio parla molto. Cerco di ascoltarlo, ma le parole cominciano a scivolarmi addosso.
Penso alla confessione di mia madre, alla lettera in cui mi svela pesanti segreti. C' ancora qualcosa di
un po' misterioso che mi turba. Quando mio figlio si interrompe un attimo, esitante, gli chiedo:
 Per caso, hai visto se la nonna ha preso i sonniferi che le aveva prescritto il medico? Aveva
difficolt a dormire la sera.
 S, mi ricordo, ma non l'ho mai vista prendere dei sonniferi. C'era solo un flaconcino di
medicine.
 Dov'era?
 In camera sua, sul cassettone con lo specchio.
Insisto:
 Come facevi a sapere che erano sonniferi?
 Me lo ha detto lei perch glielo avevo chiesto. La boccetta era piena. L'ho vista anche la sera
prima che morisse. Secondo me, non ne aveva bisogno per dormire.
Come?' questa ultima affermazione mi lascia senza fiato. Non ne aveva bisogno per dormire.'
Vado a casa di mia madre. Suono il campanello. La signora S. non c'. Apro con la mia chiave
ed entro. La porta e la finestra della camera sono aperte. Il vento muove le tende bianche di pizzo.
Mi precipito al cassettone accanto al letto dove dormiva mia madre. Davanti allo specchio, ci
sono delle camelie in un vaso. Il mobile ha quattro piccoli cassetti su due file e, in basso, tre cassetti
grandi. Lo specchio  immacolato. Non c' un granello di polvere. Esito a toccare il com.
Poco tempo fa, quando stavo sistemando rete e materasso, la signora S. mi ha fatto segno di non
toccare. "Perch?" le avevo chiesto. "Sua madre mi ha detto di lasciarli cos," aveva risposto. Era la
prima volta che le sentivo pronunciare una frase cos lunga nella lingua di qui. Le ho creduto. Non
escludo che mia madre le avesse chiesto di ripetere la frase.
Guardando tutte le cose che usava in camera, immagino che la sua anima stia aspettando il
fratellastro qui, insieme alle camelie. Accarezzo delicatamente il cuscino come se fosse la sua anima.
Mi metto in piedi davanti al com. Apro i cassetti piccoli e rovisto. Trovo solo stoffe di seta e
cotone che aveva tinto lei. Le usava come ornamento sulle camicie o sulle bluse. Apro il primo cassetto
grande. Vedo un ampio tessuto di cotone blu scuro.  un kimono estivo maschile.  nuovo.  la prima
volta che lo vedo. In fondo al cassetto, c' anche un obi nero.
Apro il secondo cassetto grande. Niente. E cos nel terzo. Apro di nuovo il primo. Frugo sotto il
kimono. C' qualcosa di duro.  il flacone del sonnifero.  vuoto! Mia madre l'ha preso tutto insieme,
come temevo.
Nel momento in cui esco dalla camera, la signora S. sta rientrando.
 Ah! Buongiorno, signora, esclama chiudendo la porta.
 Grazie di tenere la casa pulita. Mia madre gliene sarebbe grata, dico.
Fa segno di aver capito. Me ne vado con la boccetta vuota.
Cammino al buio con passo incerto. Costeggio il cimitero in cui sono sepolti i miei genitori.
Circondato da cancellate nere, si estende su quasi dieci ettari.  il cimitero pi grande della citt.
Osservo le lapidi dritte sull'erba. Mi fermo e poso la mano sull'inferriata. Il metallo freddo mi fa
rabbrividire. L appoggiata, fisso il cielo nuvoloso.
Ha ucciso suo padre per evitare un'altra tragedia? Se mia nonna avesse scoperto la verit  c'
mancato poco , probabilmente le conseguenze sarebbero state inimmaginabili. La vita di chi era vicino
a mia madre sarebbe stata distrutta.
Oppure mia madre lo ha ucciso per odio? Per la crudelt della sua manipolazione. Era stato
disonesto con un'orfana di sedici anni, rapita per la prima volta dall'affetto di un uomo. Mia madre,
all'epoca innamorata, forse aveva condiviso il dolore della giovane amante del padre.
Il cielo si sta sgombrando. Mi chiedo: "Doveva proprio uccidere suo padre? Non c'erano altre
soluzioni?". E allo stesso modo ci chiediamo: "Dovevano proprio lanciare le bombe atomiche su
Hiroshima e Nagasaki?". Nella lettera, mia madre afferma che non aveva avuto altra scelta. Prima di
morire, ha detto anche a mio figlio: "Purtroppo ci sono cose che non si possono evitare". E nello scritto
non allude mai a qualcosa che possa giustificare l'omicidio.
L'avvelenamento, le atomiche, l'Olocausto, il massacro di Nanchino... Erano necessari?
Secondo lei, dopo una tale catastrofe era una domanda inutile. L'unica cosa che forse si pu fare 
provare a conoscere le ragioni dei gesti.
Scegliendo la morte, come aveva deciso per il padre, credo che mia madre si sia liberata del
dolore per il crimine. Al contempo, mi sembra che non provasse alcun rimpianto per aver messo fine
all'efferatezza paterna.
Mi affretto a tornare a casa, con passo leggero. Il cimitero si allontana.
L'indomani mattina, squilla il telefono. Stavo per andare a scuola. Rispondo.  il ragazzo che
lavora nel negozio. Consegna i fiori a domicilio.
Mi dice:
 Signora, le camelie sono finite.
 Gi? Non ne avevo prese parecchie la scorsa settimana?
 S, lo so. Ma qualcuno le ha comprate tutte ieri, cos mi ha detto Madoka.
 Bene, ne porter altre stasera.
Riaggancio. Mi fermo a pensare, poi chiamo Madoka, la giovane commessa del negozio.
 Ti ricordi chi ha comprato tutte le camelie?  strano.
 S, un uomo anziano. Non capiva la nostra lingua.
 Grazie...
Riattacco.
La sera, mio figlio e io siamo in cucina. A fine cena, mangiamo la macedonia che ho preparato.
Beviamo una tisana alla menta. Penso a mia madre. Preferiva il t giapponese. Mio figlio parla degli
amici, della scuola, dello studio. D'un tratto, come se si fosse ricordato di qualcosa, mi chiede:
 Mamma, oggi sei andata anche tu al cimitero?
 No, perch?
 C'erano delle camelie sulla tomba della nonna. Credevo che ce le avessi messe tu. Allora chi
 stato?
  qui! Sar stato lui! ho gridato.
 "Lui", chi?
Mi fissa sgranando gli occhi, e io rispondo:
 L'uomo che tua nonna mi ha chiesto di cercare. Il suo fratellastro.
 Il suo fratellastro? Avevo sempre pensato che fosse il suo innamorato. Ah! Mi sono sbagliato,
dice deluso. E dov' ora? Spero che venga a trovarci.
Taccio. Finisco la tisana. Gioco con la tazza vuota. Un lungo silenzio. Sentiamo solo il
ticchettio della pendola.  il silenzio tanto caro a mia madre. Nel momento in cui provo a dire
qualcosa, suonano al campanello. Ci guardiamo. Mi alzo per rispondere. Mio figlio mi segue, zitto.
Apro. Nella notte buia, un uomo anziano si inchina sollevando il cappello. Sul suo volto, riconosco gi
alcuni tratti di mia madre e di mio figlio.
Si presenta:
 Buonasera, mi chiamo Yukio Takahashi...
HAMAGURI
I
Mia madre si ferma davanti a una casa recintata. Tutto intorno, delle ortensie fiorite. Blu, rosa,
bianco... Sono ancora bagnate di pioggia del mattino. Cade la rugiada. Sulla staccionata trovo una
lumaca. Striscia, con le corna dritte. Le tocco con la punta delle dita. Lei ritrae immediatamente gli
occhi, come la tartaruga fa con la testa. Da sopra la staccionata, vedo un anziano raccogliere dei sassi e
metterli in un secchio. Indossa un abito bianco e lungo, come un vestito. A quel punto sento dei
bambini gridare e mi blocco. Forse sono dietro alla casa. Mi aggrappo alla gonna di mia madre.
Mi dice:
 Eccoci, Yukio. Questa  la chiesa dove da domani inizier a lavorare. Come ti ho spiegato,
mentre sar impegnata, giocherai con i bambini. Sono molto gentili. Ti farai molti amici.
 Ho paura. Mamma, posso restare con te? Non ti dar fastidio.
 Sii coraggioso. Hai gi quattro anni! Qui nessuno ha il padre o la madre.
Le chiedo:
 Come le lumache?
Mi fissa sgranando gli occhi:
 Cosa?
 Ojisan mi ha detto che le lumache non hanno n padre n madre.
Distoglie lo sguardo. Domando:
 Dove dormono i bambini?
 Nella casetta dietro alla chiesa. In questo momento, i grandi sono a scuola e i piccoli restano
qui tutto il giorno. Hai capito?
Non rispondo. Penso a LEI, la mia unica amica. I figli dei vicini non giocano mai insieme a me.
Anzi, mi tirano i sassi, mi sbarrano la strada quando torno a casa, mi circondano e mi danno le spinte.
Mi sputano addosso. Sono tutti pi grandi di me. Nessuno li fa smettere. Aspetto che se ne vadano. Mi
strillano parole che non capisco: "Tetenashigo!" o "Figlio di baishunfu!". Ma non lo racconto mai a
mia madre, perch sono sicuro che la rattristerebbe.
Le chiedo:
 Verr anche LEI?
Mia madre scuote la testa:
 No. Puoi giocare con lei al parco.
Mia madre apre la staccionata. La seguo.  la prima volta che vedo un edificio chiamato
"chiesa". Fuori  come una casa, con la differenza che sul muro sopra la porta c' una decorazione con
due bastoni incrociati.
Mia madre saluta un signore:
 Buongiorno, Shinpu-sama!
Si volta:
 Mariko!
Si avvicina. Ha la barba. Non ho mai visto un uomo cos alto. Spaventato, mi nascondo dietro a
mia madre. Lui si china verso di me e mi sorride. Ha i denti pi bianchi e grandi degli altri adulti che
conosco. Prova a prendermi per mano. Mi rifiuto. Il naso lungo. Gli occhi castani scuri. Il colore della
pelle.  diverso in tutto dagli uomini che ho visto finora.
Gentilmente mi chiede:
 Tu sei Yukio, vero?
Ha uno strano accento. Non rispondo.
Mia madre gli dice:
  timido.
Andiamo nell'ingressino dove si lasciano le scarpe. L accanto vedo una stanza spaziosa con dei
tatami. C' solo la statua di una donna in legno. Mia madre e il signore che lei chiama Shinpu-sama
parlano. Guardo la statua,  pi alta di mia madre. La donna ha un bambino sul petto. Un lungo velo
sulla testa. Gli occhi senza pupille. Un vestito lungo fino ai piedi, come quello dell'uomo. Faccio
scivolare le dita sulla statua.
Chiedo a mia madre:
 Chi  questa signora con il neonato?
Si gira verso la statua:
  la madre di Kirisuto. Si chiama Maria.
Aggiungo:
 Chi  Kirisuto?
L'uomo risponde:
  il figlio di Kami-sama.
Chiedo:
 Kami-sama ha un figlio? Il padre del neonato  Kami-sama? Strano!
Mia madre mi interrompe subito:
 Non  strano, Yukio.
Sorridendo, l'uomo mi dice:
 Hai proprio ragione.
Ci avviciniamo alla finestra, vediamo dei bambini in giardino. Sono cinque o sei. Giocano a
nascondino. Nell'angolo, una donna con il kimono prende l'acqua dal pozzo. Fa il bucato. Il giardino 
circondato da una siepe di arbusti pi alti di lei. Mi metto in punta di piedi. L'uomo mi solleva per la
vita. Da sopra la siepe riesco a vedere la casa vicina. Un anziano  seduto in veranda. Fuma la pipa.
Grido:
  alto!
Allungo il braccio per arrivare al soffitto. Lo tocco con la mano. L'uomo mi riprende in braccio
e mi accarezza la testa. Mi chiede:
 Ti piace?
 S! Voglio diventare alto come lei.
Sorride:
 Diventerai alto, quando sarai adulto.
Gli sfioro la barba nera e preciso:
 Non voglio diventare adulto, voglio solo crescere.
Spalancando gli occhi, chiede:
 Perch?
 Per essere forte. Per picchiare i bambini che mi tirano i sassi e proteggere la mamma dai
vicini cattivi.
Mi guarda un attimo. Gli vengono le lacrime agli occhi. Mi stringe a s, poi mi fa scendere:
 Vuoi andare fuori a giocare?
 S!
Apre la porta accanto alla finestra. Chiama la donna che sta facendo il bucato.
 Signora, ecco il bambino di cui le parlavo ieri. Si chiama Yukio.
La donna con il kimono si avvicina asciugandosi le mani al lungo grembiule. Mi sorride:
 Ah, sei tu, Yukio! Ti aspettavamo. Vieni con me.
Prendo le scarpe nell'ingresso e scendo in giardino. Mi accoglie prendendomi per mano. Mi
volto verso mia madre. Accenna un sorriso.
Oltre a mia madre, in questa casa ci sono altre due donne: una prepara i pasti e l'altra si occupa
dei bambini. Mia madre le aiuta, soprattutto l'anziana in cucina. Il mattino e la sera, sono i grandi a
lavare i piatti e pulire. C' anche un uomo che ogni tanto viene in chiesa a fare piccole riparazioni.
Porta delle medicine gratuite. Non lavora qui. Dicono che sia un amico di Shinpu-sama.
Ho saputo che Shinpu-sama  venuto da un paese lontano.
Mia madre la chiamano Onosan. Ci scambiano per fratello e sorella. Non pronuncio la parola
"mamma". Qui quel termine non esiste. Non posso nemmeno chiamarla Onosan. Allora durante il
lavoro non le parlo.
Gioco, mangio, faccio il riposino con i bambini della mia et o pi piccoli. Prima di ogni pasto,
preghiamo e cantiamo. Dopo cena, tutti cominciano a farsi la toeletta. Mia madre e io ce ne andiamo
dalla casa senza salutare.
Passano alcune settimane cos. Mi abituo a pronunciare la parola Shinpu-sama. Mi piace andare
in chiesa. I bambini non mi dicono cattiverie. Gli adulti sono molto gentili con noi, con mia madre e
con me.
Dopo mangiato, quando  bel tempo, andiamo direttamente al parco accanto a casa. Se LEI 
gi l con suo padre, mia madre mi lascia con loro e torna a casa o va a fare la spesa. LEI e io
giochiamo finch mia madre non torna a prendermi. Credo che suo padre sia un amico della mamma.
Lo chiamo Ojisan. Ogni tanto viene a casa nostra. Non so dove abitino LEI e suo padre, perch noi non
andiamo mai a trovarli.
Una volta, mia madre mi ha fatto promettere di non raccontare di lui a nessuno, nemmeno a
LEI, soprattutto delle sue visite a casa nostra. Non mi ha spiegato il motivo.
Ci fa visita solo di notte, senza di LEI. Mi porta giocattoli e libri illustrati. Mangia con noi e
gioca insieme a me. Quando vado a letto, lui resta l. Mi addormento sentendo le loro voci. Non
trascorre mai la notte a casa nostra.
Mia madre  spesso triste.  colpa sua, di Ojisan. Certe sere non arriva, pur avendolo promesso.
Lo aspetto con mia madre perch mangiamo insieme. Se l'attesa si prolunga troppo, inizio a
sonnecchiare guardando un libro illustrato.
So che mia madre lo ama e che lui  gentile con me. Ma non mi piace quando la rende triste.
Faccio il bagno con mia madre. Mi lava con un panno, fuori dall'ofuro. Poi, ci immergiamo
nell'acqua calda. Mi tiene sulle ginocchia. Accarezzandomi la schiena, mi dice:  Figlio mio, sei la
persona che amo di pi al mondo.
Dormo con lei. Abbiamo un solo futon. Le tocco il seno morbido e caldo infilando la mano
sotto il kimono da notte. Succhio un capezzolo e tengo l'altro. Non ha pi latte, ma cos sono felice. Mi
addormento ascoltando mia madre che canticchia con voce dolce.  sempre la stessa melodia, senza
parole.
Non ho il padre.  scomparso prima che nascessi, sostiene mia madre.
Un giorno, un bambino pi grande di me in bagno mi ha detto:
 Non fai parte della nostra casa. Hai una madre.
Mi d una spinta da dietro. Cado per terra. Mi rialzo in silenzio. Esclama:
 Mammoletta!
Se ne va. Quando le donne non sono con noi, mi strappa il dessert di sotto. Spesso le mie scarpe
spariscono. Le cerco dappertutto. Le ritrovo nell'immondizia o dietro all'albero o in un secchio
capovolto. Secondo me,  sempre lui a nasconderle. Non lo racconto a mia madre. Se glielo dicessi,
non si arrabbierebbe ma scoppierebbe a piangere.
Non ho pi voglia di andare in chiesa.
Io e LEI siamo soli al parco. Suo padre  andato in un negozio a comprare delle caramelle.
Giochiamo a mettere dei sassi per terra. Disegniamo una casa della nostra misura.
LEI dice:
 Mio padre  straordinario. Suona il violino e il pianoforte.
Chiedo:
 Violino? Pianoforte? Cosa sono?
LEI risponde:
 Sono strumenti musicali. Mio padre sa parlare inglese, francese e tedesco.  davvero
straordinario, no?
Non rispondo. Non capisco cosa intenda. Aggiungiamo altri sassi. LEI dice:
 Voglio molto bene a mio padre.  molto gentile.
Dico:
 Io voglio molto bene a mia madre.  molto gentile.
LEI prosegue:
 Quando sar grande, mi piacerebbe sposare mio padre.
Chiedo:
 Che cosa vuol dire "sposare"?
LEI risponde:
 Non lo sai? Un uomo e una donna abitano insieme per tutta la vita e crescono i figli. L'uomo
lavora per guadagnare i soldi e la donna resta a casa a occuparsi dei bambini. Ma, prima, bisogna
festeggiare il matrimonio.
Ora ho capito e dico:
 Allora mi piacerebbe sposare mia madre per abitare con lei tutta la vita.
LEI dice:
 Buona idea!
Replico:
 S, perch io non ho un padre. Ma tu hai tua madre.
Grida:
 Ah!  vero! Me ne ero dimenticata. Lei e mio padre sono sposati. Che cosa devo fare?
Il giorno dopo, giochiamo di nuovo al parco. Suo padre  seduto sulla panchina, con un libro in
mano. LEI mi dice all'orecchio:
 Mio padre mi ha spiegato: "Il matrimonio fra genitori e figli  vietato". Dice che bisogna
essere adulti e incontrare qualcuno che non sia della nostra famiglia.
Chiedo:
 Significa che non potr sposare mia madre?
LEI dice:
 No.
Aggiungo:
  un peccato.
Molto delusa, ribadisce:
 S, un vero peccato.
Oggi ha portato alcune conchiglie che si chiamano hamaguri. Le dispone per terra su due file.
Sono proprio grandi, ma hanno tutti i denti della cerniera separati. Ne prendo una in mano.  pi larga
dell'incavo della mia mano. Le contiamo in ordine. Uno, due, tre, quattro... So contare solo fino a
dieci. Arrivato a dieci, mi zittisco. Continua LEI. E toccando l'ultima, grida:
 Venti! Sono venti in tutto. Facciamo il gioco del kaiawase.
Ripeto quella parola che non avevo mai sentito prima:
 Kaiawase?
 S. Le regole sono semplicissime: trovare le due conchiglie che formavano la coppia originale.
Dico:
 Ma hanno tutte dimensioni e motivi simili.
 No. Guarda bene, mi suggerisce.
Prende due conchiglie e le attacca insieme. Me le fa vedere cos chiuse e precisa:
 Queste due conchiglie non sono della stessa grandezza, vedi?
Le osservo da vicino e confermo:
 Hai ragione.
 Allora, bisogna ricostruire la coppia. Non  facile.
Scelgo due conchiglie e cerco di unirle ma non appartengono alla stessa coppia. Le appoggio
per terra. Continua lei. Poi toccher a me. E andiamo avanti cos finch non avremo ricostituito le dieci
coppie.
Oggi LEI ne ha trovate sette, e io tre. Mi ha detto:  Fra gli hamaguri, solo due met stanno
bene insieme.
Un pomeriggio, Shinpu-sama chiama mia madre dalla finestra della chiesa. Lei sta spazzando in
giardino. Gioco con i bambini. In piedi, dietro a Shinpu-sama, c' l'uomo che porta le medicine. Mia
madre si ferma ed entra dalla porta accanto alla finestra aperta. Vado l sotto.
Sento la voce di Shinpu-sama dire:
 Ecco il signor Takahashi, cui ti accennavo gi ieri. Vorrebbe parlarti, Mariko. Andate nel mio
ufficio. Vi lascio da soli.
Ora al posto dell'uomo che chiamo Ojisan  il signor Takahashi a venire a trovarci dopo il
lavoro; gioca con me e mangia insieme a noi. Ci invita anche fuori, una cosa che non fa SUO padre.
Chiedo alla mamma:
 Ojisan non viene pi a casa nostra?
Risponde:
 S, ma  molto preso dal lavoro.
Il signor Takahashi, mia madre e io prendiamo il treno a Tokyo e scendiamo a Kamakura. Poi ci
rechiamo al mare in autobus. All'inizio, credevo che fosse un grande fiume. Il signor Takahashi mi ha
detto che  l'Oceano Pacifico. L'acqua  salata. Gli chiedo perch. Replica:   una domanda molto
complessa, a cui non  facile rispondere. Ma interrogarsi e conoscere i fatti  importante.
Sulla spiaggia costruiamo macchine, case, castelli, uomini, animali. Frequentiamo sempre due
spiagge che si chiamano Shichirigahama e Yuigahama. Trovo molte conchiglie. Infine, sulla strada per
la stazione, andiamo a vedere il daibutsu e mangiamo al ristorante.
Per me,  tutto nuovo. Aspetto con impazienza la visita del signor Takahashi.
Un giorno, porta me e la mamma dai suoi genitori. Hanno una grande casa circondata da alte
recinzioni di legno. Il giardino  cupo perch ci sono molti pini. Camminiamo sul vialetto di pietre
piatte. Ci accoglie una domestica che ci accompagna in salotto. Restiamo l a lungo, finch non entrano
i genitori del signor Takahashi.
Quando fa le presentazioni, ci squadrano da capo a piedi. Il padre dice alla mamma:
 Nostro figlio  l'erede della famiglia Takahashi.
Il signor Takahashi interviene:
 Mariko sa gi tutto.
Sua madre dice alla mia:
 Lei  di dubbie origini, vero?
Non capisco che cosa significa. Guardo mia madre. Si morde le labbra. Le prendo le mani.
Tremano. Restiamo un momento in silenzio. Ho paura. All'improvviso, il signor Takahashi grida:
 Basta! La mia pazienza  arrivata al limite!
I genitori sono esterrefatti. Lui continua:
 Volete impedirmi ancora una volta di disporre della mia vita?
La madre gli replica:
 Il matrimonio  un affare di famiglia. Non puoi scegliere soltanto tu.
Il padre aggiunge:
 Rifletti, figlio mio.
Il signor Takahashi si scaglia di nuovo contro i genitori. Mia madre e io ce ne andiamo.
Camminiamo zitti. Quando arriviamo alla stazione, il signor Takahashi ci raggiunge, senza fiato:
 Perdonatemi.  colpa mia. Pazientate un po'. Torner a prendervi il prima possibile.
Dopo qualche tempo, una sera in cui sono gi a letto, viene a casa nostra l'uomo che chiamo
Ojisan. Non ho ancora sonno. Guardo le immagini di alcuni animali in un libro che mi ha comprato il
signor Takahashi. Dalla cucina sento il rumore di stoviglie e tazze da t posate sul tavolo. Un lungo
silenzio.
Mia madre dice:
 Ho deciso di sposare il signor Takahashi.
 Come? chiede. Ne sei sicura?
 S. Sono stanca di aspettarti. Voglio una famiglia mia.
Un'altra pausa. Lui dice:
 Potr vedervi lo stesso, tu e Yukio, vero?
 Non lo so, risponde. Andremo lontano.
 Dove?
 A Nagasaki.
 A Nagasaki? Perch cos lontano?
 Il signor Takahashi ha trovato lavoro laggi. Partiremo fra due settimane.
 Fra due settimane!
Mia madre non risponde. Lui chiede:
 Gli hai parlato di me?
 No.
Replica:
 Non dirgli niente.  meglio.
Sento di nuovo il rumore delle tazze da t. Dopo un po', mia madre afferma:
 Il signor Takahashi vorrebbe adottare Yukio.
Con tono stupito, lui ripete:
 Adottare Yukio?
Continuano a chiacchierare sottovoce. Non li seguo pi. Mi addormento.
Siamo al parco. LEI, suo padre e io. LEI e io giochiamo nella sabbiera mentre suo padre 
seduto su una panchina. Un libro in mano, come sempre. Stavolta non legge. Si limita a guardarci
giocare. Do forma a una macchina incidendo nella sabbia finestrini e portiere con un rametto.
LEI grida al padre:
 Pap, guarda!
Sorpreso, osserva l'auto. Ma dice soltanto:   bella, accennando un sorriso. Continuo facendo
un treno. LEI mi raggiunge per disegnare un autobus, una strada, un tunnel. Aggiunge alberi, fiori e
case.
Mi sussurra all'orecchio:
 Quando sar grande, potr essere tua moglie?
Sottovoce rispondo:
 S, certo! Ma perch vorresti essere mia moglie?
Dice:
 Perch sei gentile come mio padre. Tutti i bambini che conosco sono cattivi. Prendono in giro
le bambine.
E d'un tratto si alza:
 Dimenticavo!
Tira fuori dallo zaino due conchiglie di hamaguri, unite da una striscia di carta. Sono cos
grandi che le tiene con due mani. Porgendomele, dice:
  per te. Ho scritto i nostri nomi nei gusci e ci ho messo un sassolino dentro.
Le dico:
 Grazie, ma non so leggere.
Mi risponde:
 Non importa. Imparerai presto a scuola. Io ho gi cominciato a casa con mia madre.
Scuoto le conchiglie fra le mani. Kotokotokoto... Sento il rumore del sasso che si muove.
Esclamo:
 Mi piace molto! Lo conserver per sempre! Non mi scorder mai che sarai tu mia moglie.
Aggiunge:
 Non aprirla. Non prima del nostro matrimonio.
 D'accordo. Te lo prometto.
Mia madre viene a prendermi. Ci salutiamo:
 Arrivederci. A domani!
LEI e suo padre escono dall'altra parte del parco. Seguo mia madre agitando le conchiglie.
La sera, mia madre mi dice:
 Domani andremo alla chiesa per l'ultima volta.
Le chiedo:
 Dopo, potr andare al parco?
 S, se fa bel tempo... Fra due giorni prenderemo il treno per Nagasaki.
La parola "Nagasaki" mi sembra eccitante come "Kamakura", il posto dove il signor Takahashi
ci porta a divertirci.
L'indomani mattina presto, comincia a scendere una pioggia fitta. Sono dispiaciuto. Non potr
giocare insieme a LEI. Forse mai pi. Cammino con mia madre per andare in chiesa. Sento il rumore
dell'acqua sull'ombrello di carta giapponese. Sferzati dal rovescio, i fiori di ortensia tremano. Dopo
pochi passi per la strada, ho i piedi zuppi.
In chiesa, la giornata trascorre come sempre. Gioco, mangio, faccio il riposino con gli altri
bambini. Il solito ragazzino mi nasconde le scarpe e mi ruba il dessert. A fine pasto, invece di tornare a
casa, mia madre e io passiamo dall'ufficio di Shinpu-sama. Mentre loro parlano, aspetto su una vecchia
poltrona. Guardo fuori dalla finestra. Continua a cadere una pioggia sottile. Penso a LEI. Prendo le
conchiglie dallo zaino. Le scuoto. Kotokotokoto...
Vedo Shinpu-sama prendere qualcosa dal cassetto.  una borsa di tessuto logoro. La appoggia
sulla scrivania. Mia madre la fissa per qualche secondo. Poi, con un tono sorpreso, esclama:
  la borsa di mia madre!
 Proprio cos.
Mia madre chiede:
 Che cosa c' dentro?
 Il suo diario.
 Il suo diario? Lo ha letto?
 No, risponde. Non  scritto nella lingua di qui. Non lo capisco.
Mia madre lo estrae dalla borsa. Sfoglia qualche pagina, chinando la testa di lato. Shinpu-sama
si avvicina e mi prende in braccio. Gli tocco la barba. Mi dice:
 Yukio, sei davvero bravo e paziente. Sii sempre gentile con tua madre come lo sei adesso.
 S, non far mai piangere le donne.
Sorride e mi stringe forte al suo viso. La sua guancia si inumidisce. Alzo la testa al soffitto. Le
lacrime gli rigano il volto. Asciugandole con la mano, gli chiedo:
 Perch piange? Perch stiamo partendo?
Scuote la testa:
 No. Perch sono fiero di te. Diventerai un uomo in gamba.
Mi abbraccia un'altra volta. Mia madre mi dice:
 Yukio, aspettami nell'ingresso. Devo parlare con Shinpu-sama.
Lui mi mette gi. Esco dall'ufficio. Cerco le scarpe. Non sono nell'ingresso, n nella
spazzatura, n dietro all'albero, n nel secchio capovolto. Cammino scalzo intorno alla chiesa.
 Yukio!
Giro la testa.  l'anziana signora che prepara da mangiare. Dalla finestra mi fa un cenno con la
mano. Mostrandomi le scarpe mie e di mia madre, dice:
 Le ho messe ad asciugare vicino al fuoco. Erano tutte fradice.
Prendo le mie, ancora calde:
 Grazie, signora!
Sorride:
 Vieni con me.
Mi porta davanti alla statua di Maria. Si inginocchia:
 Ricordati che prego sempre per te e tua madre.
Chiude gli occhi e recita una preghiera. Ascolto guardando il bambino nelle braccia di Maria.
Dopo aggiunge:
 Ricordo quando sei nato. Eri un bambino bellissimo. E fra poco avrai cinque anni! Sono
contenta che ora tu abbia un padre. Il signor Takahashi ti vuole molto bene.
Mia madre e Shinpu-sama escono dall'ufficio. Lei tiene la borsa sottobraccio. Chinando la testa,
dice a Shinpu-sama e alla signora:
 Tante grazie. Non dimenticher mai il vostro aiuto e la vostra gentilezza.
La donna ha le lacrime agli occhi:
 Vi auguro di cuore di essere felici.
Shinpu-sama ci dice:
 Ricordatevi che potete tornare qui quando volete.
Mia madre e io lasciamo la chiesa. Ci accompagnano solo loro due al cancello. Camminando,
mi giro pi volte per salutarli con la mano. Sono sempre pi lontani.
L'indomani mattina, il signor Takahashi viene a prenderci. Il cielo  sereno. Il sole caldo.
Comincia l'estate. Prendiamo il treno con i nostri bagagli alla stazione di Tokyo. Non vedo nessuno che
conosco, n LEI, n suo padre, n i genitori del signor Takahashi. Il convoglio parte lentamente,
sbuffando. Seduto accanto al finestrino, guardo sparire la stazione a poco a poco.
Penso a LEI. Dallo zaino prendo le conchiglie e le agito a lungo.
Sul treno mia madre mi dice:
 Yukio, da ora, il signor Takahashi  tuo padre. Lo chiamerai "pap". Va bene?
Accarezzandomi la testa, lui aggiunge:
 Yukio,  da molto tempo che volevo un figlio come te. Sono davvero felice. Per arrivare a
Nagasaki, ci vorr pi di una settimana. Ci fermeremo a dormire in qualche grande citt. Prima del
nostro arrivo, ti sarai abituato a chiamarmi "pap", ne sono sicuro.
Mia madre precisa:
 Sei Yukio Takahashi. Questo sar il tuo nome per sempre.
Chiedo:
 E tu, mamma?
 Anch'io. Ora sono Mariko Takahashi.
Appena arriviamo a Nagasaki, mio padre comincia a lavorare. Resta tutto il giorno al
laboratorio. Ma nel fine settimana andiamo al fiume, al mare o in campagna. Mia madre prepara
l'obent? per i nostri picnic. Peschiamo, nuotiamo, passeggiamo insieme. Saliamo sulla montagna
vicino a casa. Davanti ai nostri occhi si dispiegano le case, i templi, le scuole, il fiume... Mio padre mi
dice:   la valle di Urakami, dove abitiamo.  bella, vero?
Mi rendo conto che in questa citt ci sono diversi edifici chiamati "chiesa". Vedo entrare e
uscire folle di gente. Le donne indossano un velo bianco. Un giorno chiedo a mia madre:  Chi sono?
Risponde:  Sono cattolici, come Shinpu-sama a Tokyo.
Non gioco con i figli dei vicini. Non capisco cosa dicono. Mio padre dice che parlano il dialetto
della regione e con il tempo ci abitueremo. Sto da solo. Non mi d fastidio. Anzi, sto molto meglio che
a Tokyo. Qui nessuno mi lancia i sassi, mi sputa addosso o mi grida: "Tetenashigo!" o "Figlio di
baishunfu!". Mio padre cerca di presentarmi ai figli dei colleghi, ma non ho voglia di rivederli. Non
insiste. Trascorro la maggior parte del tempo a giocare in casa, vicino a mia madre. Solo LEI mi
manca.
Una cosa mi infastidisce a casa nostra. Mio padre ha iniziato a dormire insieme a noi, con mia
madre e con me. Non capisco perch venga nel nostro letto. Nel sonno, mette la mano sulla pancia
della mamma. Ogni volta gliela tolgo, ripetendogli:
  mia madre. Non toccarla!
Ma di notte continua a rimanere con noi. Grido:
 Vuoi rubarmi mia madre. Ti odio. Va' via!
Lo picchio sul petto. Faccio cos tutte le notti. E puntualmente lui mi abbraccia forte finch non
mi sono calmato. Ho davvero paura che mia madre non mi voglia pi bene, nonostante facciamo ancora
il bagno insieme e mi ripeta: "Figlio mio, sei la persona che amo di pi al mondo".
Ho sei anni. Non picchio pi mio padre. Mi sono abituato all'idea di dormire anche con lui. Per
il mio compleanno, svuota la stanza accanto alla camera. Sposta tutto: i vestiti, i mobili e i libri. Poi ci
sistema una scrivania, una libreria e una scatola di legno dove riporre i giochi.
Gli chiedo:
  davvero la mia camera?
Sorride:
 S. Solo tua.
Apre la porta scorrevole dell'oshiire e dice:
 Quando preferirai dormire da solo, potrai mettere il tuo futon qui.
Senza pensarci due volte, gli rispondo:
 S! Voglio restare in camera mia da solo anche di notte.
Ad aprile inizio la scuola primaria. Esco di casa con mio padre. Camminiamo un quarto d'ora
fino a scuola. Poi mio padre prende l'autobus per raggiungere il laboratorio. Il primo giorno mi
accompagna perfino a incontrare il direttore e il maestro. Torno a casa da solo e mia madre mi aspetta
con una merenda sul tavolo.
Lungo la strada, passo davanti a una chiesa, che si chiama "Urakami-Tenshud?".  un edificio
enorme. Sono curioso di vederla dentro ma non ho il coraggio di entrare.
Non faccio amicizia nemmeno a scuola. Trascorro il mio tempo libero in camera a disegnare,
leggere o fare dei lavoretti. A volte scendo al ruscello che scorre davanti a casa nostra. Ci sono dei
pesciolini. Li prendo in mano e, prima di rientrare, li lascio andare nell'acqua.
Un collega di mio padre dice ai miei genitori:
 Povero Yukio! Non ha amici.
Mio padre replica:
 Non  vero.  un bambino fortunato. Ha molti interessi. Il maestro dice che  gentile con gli
altri, a scuola va molto bene, addirittura aiuta i compagni di classe in difficolt. Sono fiero di lui.
Il giorno del mio settimo compleanno, camminavo in un parco. Ho visto una bambina giocare
nella sabbiera. Accanto a lei c'era un uomo che leggeva un libro su una panchina. Questa scena mi ha
ricordato LEI e suo padre, a Tokyo.
Chi erano? Ci rimugino senza sosta. Qualche giorno pi tardi, chiedo a mia madre:
 Mi sono tornati in mente la mia amica e suo padre a Tokyo. L'uomo che chiamavo Ojisan  il
mio vero padre, non  cos?
Mia madre sembra sconvolta.  impallidita. Tace. Aspetto molto prima che risponda. Alla fine,
a testa bassa, dice:
 S,  il tuo vero padre.
Le trema la voce. Domando:
 E la mia amica, chi ?
Mia madre risponde:
 La tua sorellastra.
Dico:
 La mia sorellastra? Cosa vuol dire?
Mi spiega:
 Avete lo stesso padre. Ma io non sono sua madre.
Sono gi confuso:
 Il mio vero padre ha divorziato da te per sposare la madre della mia amica?
Scuote il capo:
 No, il tuo vero padre e io non eravamo sposati.
 Non capisco, le dico. Come si possono avere i figli senza sposarsi?
Non risponde. Insisto:
 Allora perch mi hai mentito dicendo che il mio vero padre era scomparso prima che
nascessi? Perch dovevo chiamarlo Ojisan?
 Perch non voleva che la gente sapesse chi eri.
Restiamo in silenzio a lungo. Continuo a fare domande:
 La mia sorellastra  pi piccola di me?
 S, risponde mia madre, di tre mesi.
Proseguo:
 Ho gi deciso di sposarla.
 Come? Che cosa dici?
 Ci siamo fatti una promessa di matrimonio.
 No, no! Non  possibile!
 Perch, mamma?
 Perch avete lo stesso sangue, siete figli dello stesso padre.
  un problema avere lo stesso sangue?
Dice:
 Lo capirai quando sarai adulto. Smetti di fare domande su di loro. Vorrei dimenticare tutto
quello che  successo a Tokyo. Deve restare fra noi, per favore.
Mia madre sta per scoppiare a piangere. Non insisto oltre. Non voglio che si intristisca ancora
una volta. In realt, da quando siamo a Nagasaki, non piange pi.
Taccio. Tuttavia non posso fare a meno di pensare alla mia sorellastra e al mio vero padre.
Vorrei rivederli un giorno, almeno lei.
Presto avr dieci anni. Ora riesco ad andare da solo in luoghi molto pi lontani.  l'inizio della
primavera. Salgo sulla montagna da cui posso vedere tutta la valle. Il vento mi sfiora delicatamente la
pelle. Mi piace l'odore delle erbe selvatiche. Steso sul prato, guardo il cielo limpido. L'aria pura. Le
farfalle svolazzano fra i fiori di campo. Gli uccelli cinguettano e passano sopra di me seguendo il capo
dello stormo. Chiudo gli occhi. Il tepore mi penetra nella pelle. Vorrei restare cos per sempre.
Penso a LEI, mia sorella, la mia unica amica di un tempo. Sono felice di avere una sorella come
LEI. Non so nemmeno come si chiami. Ho cercato dappertutto le conchiglie che mi aveva regalato ma
non le ho trovate. Eppure ho la sensazione che un giorno ci incontreremo di nuovo.
Avevo dodici anni quando il Giappone ha attaccato Pearl Harbor. Da allora, l'esercito
giapponese continua a invadere le isole del Pacifico. La popolazione ha esultato alla notizia che
Manila, Singapore e Java erano state occupate. L'esercito vuole farci credere che il Giappone ha ancora
la meglio sugli americani. Eppure, negli ultimi tempi, abbiamo cominciato ad accorgerci che qualcosa
non va. Il cibo scarseggia sempre pi.
Un anno e mezzo dopo l'attacco di Pearl Harbor, abbiamo saputo della sconfitta della
guarnigione dell'isola di Attu: duemilacinquecento soldati morti.  la prima disfatta annunciata
dall'esercito giapponese. Mio padre sostiene che l'esercito controlla le informazioni e deve nascondere
la verit.
Gli chiedo:
 Gli americani hanno massacrato tutti i soldati, dal primo all'ultimo? Com' possibile?
Risponde:
 Hanno fatto gyokusai. Ci si suicida prima della cattura.
Ha un'espressione corrucciata.
Un giorno, riceve l'ordine di trasferirsi a lavorare in Manciuria. Mi spiega che servono
farmacologi per fare ricerche sui medicinali di guerra. Mia madre e io siamo preoccupati per la sua
partenza. Ci rassicura:
 State tranquilli. Non sono un soldato, non andr al fronte. Il Manshokoku non  un paese
straniero, ora  nostro. E rester l solo sei mesi.
Insisto:
 Ma  un paese come la Corea, conquistata dall'esercito giapponese. Obbligano gli abitanti a
adottare un nome giapponese e a imparare la lingua. Mi hai spiegato che l'esercito ha massacrato molti
coreani che avevano aderito al movimento per l'indipendenza. Odieranno i giapponesi.  pericoloso.
Mio padre prosegue:
 Pericoloso o meno, devo partire.  un ordine dell'esercito. La guerra  cos. Yukio, sta'
attento a ci che dici in giro. Chiunque si opponga all'esercito sar denunciato alla polizia.
Poi si volta verso mia madre:
 Ho un collega di Tokyo, venuto a sostituirmi. Adesso abita in centro con la famiglia.
Dovrebbero traslocare nella casa adiacente alla nostra, che si  appena liberata. Qui siamo un po'
isolati. Sarebbe meglio avere dei vicini, soprattutto in mia assenza.
Mia madre gli chiede:
 Chi ?
Risponde:
 Non lo conosci. Era un mio compagno di universit a Tokyo.
All'inizio dell'estate, il collega di mio padre e la famiglia si sono trasferiti nella casa accanto.
Sua figlia si chiama Yukiko Horibe. Ci hanno presentato il giorno del loro arrivo. Mi sembra che abbia
un carattere deciso e scontroso. Non oso ancora avvicinarla.
La sera prima della partenza di mio padre, mia madre gli prepara una cena per l'occasione. Lui
beve. Si ubriaca. Fa caldo. Usciamo a fare una passeggiata. Camminiamo lungo il fiume. C' la luna
piena. Mio padre ci ripete:  Che bella luna! Gli rispondo:  Potrai vedere la stessa luna in Manciuria.
Ride mettendomi la mano sulla spalla.  ancora alticcio. Mia madre avanza in silenzio. Questa sera ci
coricheremo presto; mio padre deve partire alle cinque.
Mi sveglio nel cuore della notte. Ho bisogno di andare in bagno. Sento dei rumori provenienti
dalla camera dei miei. "Sono ancora svegli?"
Mi avvicino. La porta scorrevole della loro stanza  rimasta socchiusa. Attraverso la sottile
apertura, vedo i miei genitori sdraiati, nudi. Mi stropiccio gli occhi. La luce illumina la schiena bianca
di mia madre. I lunghi capelli neri le coprono le spalle, tiene il viso fra le mani. Vedo distintamente i
contorni delle sue natiche. Mio padre  steso su un fianco. Le accarezza le spalle, la schiena, il sedere,
le cosce.  Che bella pelle! Sembra seta! dice. Mia madre si adagia sulla schiena. Le sfiora il petto, la
pancia. Quando le tocca il sesso, lei si solleva. Continuando ad accarezzarlo, prende un capezzolo in
bocca. Mia madre ansima, ancheggia. Le dice:  Mariko, sei cos sensuale. Quanto mi mancherai! Le
sale sopra. La bacia sul viso e sul collo. Muove le natiche. Lei geme.
Vado in bagno, poi torno in camera. Non riesco pi a dormire. Ho il sangue in subbuglio.
La mattina mia madre mi sveglia. Ho dormito pochissimo.
Mi ricorda:
 Tra qualche minuto tuo padre partir. Vieni a salutarlo.
Ho le mutande umide. Aspetto che mia madre sia uscita dalla camera. Le tocco. Sono
appiccicose. Me le cambio. Entro in salotto dove mio padre sta bevendo il t. Resto in piedi. Do
un'occhiata distratta al suo viso. Sorridendo mi dice:
 Sei ancora nel mondo dei sogni?
Non rispondo. Dice:
 Yukio, hai gi quattordici anni. Mentre sar via, ti occuperai della casa. Da' retta a tua madre
e aiutala per quanto possibile. Se avrete dei problemi, rivolgiti pure al mio collega, il signor Horibe.
Rimango ammutolito. Parte all'alba. Mia madre e io lo seguiamo con lo sguardo finch non
scompare. In lontananza, sentiamo cantare il gallo. Per tutta la giornata, non parlo a mia madre.
L'estate  finita. Si viene a sapere che anche gli studenti universitari che avevano il privilegio di
continuare gli studi sono chiamati alle armi, salvo chi  iscritto a Scienze e tecnologia. Qualcuno cerca
di sfuggire al provvedimento cambiando facolt. Hanno esteso la coscrizione perfino agli uomini di
quarantacinque anni. Il signor S., che lavora nella nostra scuola, mi ha detto:
 Ricordati le mie parole, Yukio. L'anno prossimo avr quarantacinque anni. Se sar necessario
mandare al fronte un uomo della mia et, vuol dire che il Giappone non ha scampo.
Ogni due o tre settimane mia madre riceve una lettera da mio padre. Descrive il lavoro al
laboratorio, la citt e i cinesi che frequenta. Dice che si trova molto bene con i vicini, cenano insieme e
sta imparando la lingua. Mia madre mi chiede di rispondergli perch non sa scrivere perfettamente.
Butto gi qualche frase semplice: "Qui stiamo molto bene. I signori Horibe sono gentili. Non
preoccuparti". Con un tono deluso, mia madre mi chiede:  Tutto qua? Rispondo:  S, tutto qua.
In effetti, i signori Horibe sono gentili con noi. Lei ci offre le verdure che le manda la cugina
dal centro di Nagasaki. Il signor Horibe mi porta al laboratorio con s e mi fa vedere le
apparecchiature. Ogni tanto mi spiega ci che accade nel mondo, come faceva mio padre. Mi racconta
che quando era studente universitario ha viaggiato in Europa e nell'America del Nord.   chiaro che
prima o poi il Giappone perder la guerra. Gli Stati Uniti hanno una forza militare e tecnologica
incomparabilmente superiore a quella giapponese. L'ignoranza  una cosa terribile, ripete.
Il signor Horibe mi presta alcuni volumi scientifici. Mi fa molto piacere perch ora i libri che mi
interessano non si trovano pi. Il governo ha vietato la vendita di certi testi, in particolare quelli di
origine straniera.
Un giorno me ne mostra tre che in giapponese si intitolano: Manifesto del Partito comunista, Il
Capitale e La guerra civile in Francia. Gli chiedo:  Lei  comunista? Mi risponde:  No, ma leggere
pubblicazioni di questo genere  comunque importante per acquisire delle conoscenze. La lettura
arricchisce la mente. Non dobbiamo smettere per colpa della guerra. Li ho gi letti in edizione
originale. Sono interessanti. Me li porge raccomandandomi la massima discrezione.
Il signor Horibe mi invita a casa sua. Yukiko non si fa mai vedere.
Sono passati alcuni mesi dalla partenza di mio padre. Ieri mia madre ha ricevuto una lettera
nella quale annuncia che dovr restare in Manciuria pi del previsto. Mi dispiace di essere stato
scostante la mattina in cui se ne  andato e anche nelle lettere.
La situazione nelle isole del Pacifico peggiora. Se il paese perder la guerra, i giapponesi che
vivono nelle colonie potranno subire ritorsioni. Temo per la sicurezza di mio padre.
Mia madre mi chiede:
 Chi potrebbe odiare un uomo come lui?
Cerco di scrivergli con maggiore frequenza.
La settimana scorsa ho parlato con Yukiko per la prima volta.  venuta nel bosco di bamb
mentre stavo leggendo un libro, seduto su una pietra. Nonostante inizialmente abbia avuto
un'impressione negativa, mi si rivolge in modo sincero.
Ora condividiamo il luogo in cui trascorrevo il tempo da solo. Capita di rado che la gente si
avventuri fin qui. L'unico rumore che si sente  il fruscio delle foglie di bamb. Il cielo  nascosto dalle
foglie e la luce del sole appare e scompare con il vento. Qui d'inverno sbocciano i fiori di tsubaki.
Yukiko mi dice che sono i suoi preferiti. Parliamo camminando, leggiamo libri, l'uno accanto all'altra
su una pietra.
Yukiko esclama:
  incredibile questa tranquillit!
Rispondo:
 S, hai ragione. Questo posto ci fa dimenticare tutto ci che accade nel mondo.
 arrivato il nuovo anno.
Non andiamo pi a scuola. Gli studenti della nostra et o pi grandi devono lavorare in una
fabbrica requisita dall'esercito. Tutte le mattine, il direttore impartisce gli ordini. E ogni tanto, quando
un comandante viene per l'ispezione, ci fa un lungo discorso gridando:  Il Giappone vincer la guerra,
 sicuro! Non trionferemo solo per la forza militare, ma anche per la forza morale di tutti! Sacrificare la
propria vita per l'imperatore  l'essenza della virt. Non dimenticate che, al suo cospetto, la vita di
ognuno  pi leggera di una piuma. Tutto rosso, urla:  Lavorate sodo! Pensate ai soldati che
combattono il nemico fino alla morte!
Tutti ascoltano in silenzio.  proibito usare parole offensive contro l'esercito. Chi replica viene
schiaffeggiato.
Dopo il lavoro, mi affretto ad andare nel bosco di bamb dove spero di incontrare Yukiko.
Quando non c', sono molto deluso.
Nel bosco, Yukiko mi racconta del discorso che ha tenuto il comandante della sua fabbrica. Mi
dice:
 Perch dobbiamo perdere la vita con tanta facilit? Ci ripete: "Dobbiamo combattere fino alla
morte. Non tornare vivi. Essere fatti prigionieri  una vergogna.  un disonore per il soldato ma anche
per la sua famiglia e tutti i parenti". La famiglia di un soldato  considerata ostaggio. Poveri soldati! La
cosa peggiore  che credono in questa stupida ideologia creata dal governo per vincere la guerra.
Rispondo:
 S,  vero. Il lavaggio del cervello che hanno fatto alla nazione ci paralizza, come dice tuo
padre.
Continua con un tono serio:
 Non accettare di diventare soldato, Yukio. Mai!
Leggiamo tranquillamente un libro, uno accanto all'altra. D'un tratto Yukiko dice:
 Yukio, ho un fidanzato.
Questa affermazione mi sconcerta. Per giunta, lo dice sorridendo. Credevo che avesse capito
cosa provo per lei.
Molto triste, le chiedo:
 Chi  il tuo fidanzato?
 Non lo conosci. Ti faccio vedere la sua foto.  molto affascinante. Guarda!
Tira fuori la foto dalle pagine del libro. La guardo timidamente. Ritrae un bambino e una
bambina. Yukiko spiega:
  una foto di dodici anni fa. Avevo tre anni. Quel ragazzino  il mio fidanzato.
Sono ancora serio:
 Ora dov'?
 Non ne ho idea, dice. Giocavo con lui quando ero piccola. Non so altro. Ma gli volevo molto
bene.
Mi osserva. Nota che ho gli occhi umidi.
 Che cosa c', Yukio? Perch piangi?
 Perch pensavo che fosse il tuo attuale fidanzato. Non provocarmi cos. Mi hai fatto prendere
un colpo.
China la testa, con aria imbarazzata. Ho una gran voglia di abbracciarla.
Continuo a leggere.  la storia di un medico che ha dedicato la vita agli abitanti di un villaggio
isolato. Yukiko raccoglie alcune foglie di ginkgo ingiallite, sparse per terra come il decoro di un
tappeto. Le chiedo:
 Le noci si possono mangiare, ma che cosa facciamo con le foglie?
Ne posa una sulla pagina che sto leggendo. La punta della foglia esce dal libro. Risponde:
 Un segnalibro. La foglia  graziosa e utile, no?
Si siede vicino a me. Mi tocca il ginocchio destro con il suo sinistro. Inizia a mettere le foglie
fra le pagine del suo libro, una a una. Vedo la sua nuca bianca fra i capelli neri. Le nostre ginocchia
restano incollate, l'una all'altra. Il calore di Yukiko si diffonde in me: una corrente mi attraversa il
corpo. Il mio sesso diventa duro. Arrossisco. Non riesco pi a concentrarmi sul libro. Per nascondere il
turbamento, giro la testa. Non si accorge di niente, e chiede:
 Perch le foglie di ginkgo hanno la forma di un ventaglio? Non sono ovali come le altre.
Rispondo senza guardarla in faccia:
 Non lo so.
Camminiamo. Mi segue cercando delle foglie colorate. Cade inciampando in un sasso.
 Tutto bene, Yukiko?
Le tendo la mano. La prende e si rialza.
 Non  niente, grazie, risponde.
Eppure non riesco a lasciarle la mano. Mi fissa un attimo e abbassa gli occhi. Con l'altra mano
si scuote la terra dalle ginocchia. Continuiamo a camminare in silenzio. Non raccoglie altre foglie. Le
nostre mani si separano solo alla fine della passeggiata.
La sera, agitato, non ce la faccio ad addormentarmi. Non appena chiudo gli occhi, l'immagine
di Yukiko emerge nel buio. Mi ricordo della sua mano, cos delicata al tatto.
Accendo la luce. Apro il libro che avevo cominciato oggi nel bosco. Il medico della storia
andava a trovare regolarmente tutti gli abitanti del villaggio per verificare il loro stato di salute. Non
aspettava che la gente si ammalasse. Si congratulava con chi stava bene e chiedeva loro di spiegare agli
altri quale fosse il rimedio che avevano adottato. Non guadagnava denaro, perch il numero dei malati
diminuiva sempre pi. Invece, si era guadagnato il rispetto delle persone. Il villaggio  ormai noto per
la longevit dei suoi abitanti.  la culla di medici illustri che seguono lo spirito del loro predecessore.
Mi piacerebbe diventare medico come lui e vivere in un villaggio o su un'isola dove non
vorrebbe andare nessuno. Chiudo gli occhi. Cerco di immaginare il mio futuro su un'isola. Subito
appare Yukiko al mio fianco, nelle vesti di mia moglie.
 inverno. Nel bosco, per mano a Yukiko, non ho freddo. Oggi c' un profondo silenzio.
Sentiamo solo il lieve rumore dei nostri passi fra le foglie morte. Nessuno nei paraggi. Yukiko pare
assorta nelle sue meditazioni. Dopo una lunga pausa, si ferma:
  strano.
 Che cosa  strano?
 Siamo qui, da soli. Tutti lo ignorano, tranne noi.
Guardando intorno, le rispondo:
 Speriamo! Se qualcuno ci trovasse, ci ammonirebbe seduta stante gridando: "Hikokumin!
Pensate ai soldati che combattono al fronte!".
 No, Yukio. Voglio dire...
Alza gli occhi al cielo:
 Penso a ci che accade alla memoria dopo la morte. Quello che abbiamo detto, pensato,
imparato... Dove va dopo la morte?
Rispondo:
 Non penso alla vita dopo la morte. Credo che la memoria sparisca appena moriamo.
Chiede:
 Come facciamo a saperlo? Sappiamo che il corpo, cremato o sepolto, si decompone perch ha
una forma materiale. Ma la memoria, che  informe, come facciamo a sapere se sparisce?
Non sono in grado di rispondere. Taccio. Forse ha ragione. Continuiamo a camminare. Sembra
ancora persa dietro ai suoi pensieri:
 Credo che la nostra memoria, la mia e la tua, si conserver in eterno in questo bosco.
Stringo forte la sua mano. Ci sediamo su un vecchio ceppo. La tengo per la vita perch non
cada. Mi guarda per dirmi qualcosa. Il suo viso  vicinissimo. Il cuore mi batte forte. Ci fissiamo un
attimo.
Le dico:
 Ti amo, Yukiko. Sei l'unica persona con cui voglio vivere. Non posso immaginare la mia vita
senza di te.
Il suo sguardo risplende. Le si inumidiscono gli occhi. Le lacrime scorrono. Chiude gli occhi.
La bacio sulle palpebre e sulle labbra. Le nostre lacrime si fondono.
Per strada, incontro il signor S. Grida:
 Saipan, Guam e Tinian hanno capitolato tutte! E ora l'esercito ha iniziato a combattere il
nemico avvalendosi di kamikaze.  terribile! Tra l'altro i piloti sono ufficiali che hanno condotto gli
studi pi avanzati. Che spreco!
Qualche settimana dopo, anche il signor S. riceve l'aka-gami e viene spedito al fronte.
Il nuovo anno  cominciato. Nelle isole del Pacifico il Giappone subisce una sconfitta dopo
l'altra. Dopo aver occupato l'isola di Iwo, gli americani hanno iniziato a bombardare Tokyo e Osaka.
E, alla fine, sono sbarcati sull'isola di Okinawa. Si avvicinano a Ky?sh? dove abitiamo. Corre voce che
la gente cerchi di procurarsi il veleno per fare gyokusai.
 arrivata l'estate. Le cicale cominciano a stridere. Sono passati due anni da quando mio padre
 partito per la Manciuria. Non abbiamo sue notizie e il laboratorio non  pi in contatto con lui. Mia
madre e io ci auguriamo che sia ancora vivo.
Ha inizio l'allerta aerea. I B-29 americani bombardano anche Nagasaki. Il rombo degli aerei da
combattimento, l'esplosione e il silenzio. L'odore della morte si propaga in citt.
Per fortuna il nostro piccolo quartiere, a tre chilometri dal centro di Nagasaki, non  mai
bersaglio dei bombardamenti. Gli abitanti di altri quartieri o citt si rifugiano qui.
Tutti sono stremati. Tutti hanno fame. Eppure bisogna continuare a lavorare in fabbrica. Vengo
schiaffeggiato spesso dal comandante perch a suo avviso non ho un'espressione seria quando parla.
Sospetta perfino che io sia aka. Mi dice:
 Abbiamo saputo che tuo padre  scomparso in Manciuria. Forse collabora con il Partito
comunista.
Sono solo voci, lo so, ma evito di replicare. A casa, nascondo con cura i libri che mi ha prestato
il signor Horibe.
E oggi, il comandante mi ha colpito perch avevo disobbedito a un operaio pi anziano di me.
Le sue spiegazioni su un macchinario erano prive di senso. Tentavo di fargli capire come funzionava.
Era furibondo e insisteva. Il comandante mi ha urlato:  Non sappiamo che farcene della teoria.
Obbedisci agli ordini! Non c' tempo per discutere.
Nel bosco fa fresco anche d'estate. Supini, Yukiko e io guardiamo il cielo fra le foglie di
bamb. Oggi non c' vento, n fruscio delle foglie o stridio di cicale.
Siamo immersi nel silenzio totale.
Dico:
 Un giorno ti presenter qualcuno.
Yukiko mi chiede:
 Chi? Immagino sia qualcuno di speciale per te. Spero che non sia la tua fidanzata.
Mi provoca. Sorridendo replico:
 Non sono crudele come te.  la mia sorella minore.
Si alza e mi guarda stupita:
 Tua sorella? Ero convinta che fossi figlio unico come me.
Rispondo:
 O meglio la mia sorellastra. Abbiamo lo stesso padre. Non l'ho pi vista da quando ho
lasciato Tokyo con la famiglia.
Sto zitto un momento, poi continuo:
 Sono stato adottato a quattro anni.
Le spiego perch i miei si sono trasferiti a Nagasaki. Parlo dell'infanzia a Tokyo. E anche di
mia madre, orfana e amante di un uomo sposato.
 Chiamavo quell'uomo Ojisan senza sapere che fosse il mio vero padre. Veniva a trovarci ma
non passava mai la notte da noi. Se mia madre preparava una cena particolare significava che quella
sera sarebbe arrivato lui. Eppure, spesso non si faceva vedere. Mia madre e io lo aspettavamo a lungo a
tavola. Il cibo si raffreddava. Mi addormentavo senza aver mangiato.
Yukiko mi ascolta tenendomi la mano. Dice:
 Chiss come avr sofferto tua madre e quanto si sar sentita sola.
 S. Il suo volto triste mi  rimasto impresso nella memoria. In realt, si erano incontrati prima
che lui si sposasse. I suoi genitori non accettavano mia madre: un'orfana povera e senza educazione.
Aveva appena diciotto anni quando ha partorito. L'uomo ha rifiutato di riconoscermi. I bambini dei
vicini mi chiamavano tetenashigo. Lui aveva una figlia, con cui giocavo spesso.
Yukiko dice:
 Allora  lei tua sorella.
 Proprio cos.
Mi chiede:
 Quando hai scoperto che erano tuo padre e tua sorella?
 A sette anni. Era il giorno del mio compleanno. L'ho intuito guardando una bambina e un
uomo al parco. Ho insistito perch mia madre mi confessasse la verit. Ha ammesso che avevo ragione,
ma ha aggiunto: "Fra noi  finita". Il mio padre adottivo crede ancora che il mio vero genitore sia
scomparso prima che nascessi, come gli ha raccontato mia madre. Lei voleva dimenticare tutto ci che
era successo a Tokyo. Rifiuta di svelarmi i loro nomi. Non so come fare a ritrovarli. In ogni caso, mio
padre resta mio padre e mia sorella resta mia sorella per l'eternit. Non posso dimenticarli.
Ascoltando la mia storia, Yukiko mi accarezza la mano. Rimaniamo per molto tempo in
silenzio. Poi mi chiede:
 Come era la tua sorellastra?
Rispondo:
 Non ricordo pi il suo viso. L'ultima volta che l'ho vista, avevo solo quattro anni.
 Non hai una foto?
 No, dico. Non ho foto nemmeno della mia infanzia. Nessuna.
 Peccato! Ti rammenti almeno qualcosa di lei?
 Non esattamente. Ma c' una cosa che non dimenticher mai. Una sola.
Yukiko  curiosa:
 Che cosa?
Sorridendo, dico:
 Le ho promesso di sposarla.
Yukiko ride:
 Le hai fatto una proposta di matrimonio, a quattro anni! Eri intraprendente!
Ridiamo insieme.
 Per la precisione, dico, era lei a voler diventare mia moglie.
 Doveva essere davvero precoce.
Yukiko ride di nuovo, ma presto il suo volto si incupisce. Dice:
 Spero che sia sana e salva a Tokyo. I miei nonni materni e paterni si sono rifugiati nella
campagna di Chichibu. La citt di Tokyo  stata distrutta dai bombardamenti dei B-29, lo sai?
Chiudo gli occhi. Kotokotokoto... Sento il rumore delle conchiglie. Mi ripeto mentalmente:
"Dove sei?".
Yukiko a mani giunte dice:
 Mi auguro che un giorno tu possa ritrovarla.
La stringo al petto. Alzo lo sguardo al cielo. Le mie lacrime le scivolano sulla testa. Vorrei
tenerla cos per sempre. Solleva il viso. Una grossa goccia le scivola sul naso. Sorride. Lecco quella
stilla. Chiude gli occhi. Bacio le sue calde labbra. Un brivido mi percorre il corpo.
Yukiko non viene pi nel bosco di bamb. L'aspetto una, due, tre settimane invano. Comincio
davvero a preoccuparmi. Che cosa le  successo? Si  ammalata? Non la vedo mai davanti a casa. Poi,
un giorno, la intravedo dalla finestra. Cammina sulla strada che porta in centro. Mi precipito fuori. La
chiamo a gran voce. Si gira un attimo verso di me, senza fermarsi n rispondermi. Evita addirittura di
guardarmi. Ogni volta che la incrocio fuori, distoglie gli occhi.
Con il cuore spezzato, ormai me ne sto da solo nel bosco, dove continuo a leggere, nella
speranza che un giorno torni anche lei.
Una sera il signor M., un collega di mio padre, mi invita a cena a casa sua. Lui e la moglie non
hanno figli. Mi vogliono bene come il signor Horibe. Il signor M. dice a mia madre:
 Domattina vorrei portare Yukio all'ospedale universitario. Devo consultare dei documenti in
biblioteca e avrei bisogno del suo aiuto. Avvertir il capo della fabbrica.
La notizia mi rallegra. Odio lavorare l.
Mia madre gli risponde:
 Grazie,  gentile da parte sua. Io, invece, domattina andr in campagna con la signora Horibe.
Mi presenter delle persone che vorrebbero comprare i miei abiti occidentali.
L'indomani, alle nove, il signor M. e io arriviamo all'ospedale universitario. In biblioteca mi d
una lista di libri. Mentre parla con un medico li cerco, trovandone facilmente alcuni. Il signor M. inizia
a prendere appunti.
Verso le undici, finisce. Usciamo per recarci in un altro edificio di cemento. Il signor M. mi
dice che vorrebbe rivedere il medico prima di andarsene. Per strada, saluta le infermiere che
incrociamo. Ci sorridono.
Entriamo nell'ambulatorio del dottore. Nell'attimo in cui lo vediamo, in piedi davanti alla
finestra, un bagliore accecante brilla alle sue spalle. Segue una detonazione. La bomba! Sentiamo le
grida delle infermiere. Ci mettiamo subito a terra. Il signor M. mi urla:  Non muoverti, Yukio! Lo
spostamento d'aria dell'esplosione ha gi sradicato le finestre. Il dottore  scomparso. I vetri volano in
frantumi. I libri ci cadono addosso. Le sedie si ribaltano con violenza. Guardo la scena trattenendo il
respiro. Penso di morire. Fuori diventa buio. Poi, un silenzio minaccioso...
II
Kotokotokoto... Sento mia moglie tagliare le verdure. Mi osservo allo specchio mentre mi rado.
Le rughe sulla fronte. I capelli brizzolati. Gli occhi infossati. Quando ero ancora giovane, qualcuno mi
diceva che avevo lo stesso sguardo nostalgico di mia madre. Chi lo diceva? Resto immobile davanti
allo specchio. Il rasoio in aria. Il tempo si ferma.
Procedo pochi passi dietro a mia madre per andare in chiesa. Vedo la gonna svasata agitarsi al
ritmo del suo incedere e dei lunghi capelli neri. I colori dei fiori delle ortensie. Il ticchettio della
pioggia che cade sull'ombrello di carta giapponese. Le lumache. La barba scura di quello sconosciuto.
La figura della bambina che si allontana con il padre. E il rumore delle conchiglie.
Queste immagini sono impresse cos profondamente nella mia memoria che il tempo non le ha
scalfite.
Mi chiedo: "Dov' mia sorella? Dov' il mio vero padre? Saranno ancora vivi?". Queste
domande riaffiorano, di continuo. Non ricordo pi i loro volti. Non conosco ancora i loro nomi. Mia
madre  l'unica che potrebbe svelarmeli. Eppure serba il silenzio perfino ora, a tredici anni di distanza
dalla morte del mio padre adottivo.
"Quando sar grande, potr essere tua moglie?"  la sola frase che rammento di mia sorella. E
se fosse un'illusione? Il mio sguardo si perde nello specchio. La coscienza si allontana.
 Tesoro! La colazione  pronta.
Shizuko mi chiama dalla cucina. Torno in me. Mi lavo la faccia e mi asciugo. Mi osservo
un'altra volta allo specchio. Lo stesso sguardo nostalgico di mia madre? Ah, adesso mi ricordo chi me
lo diceva: la mia amica del passato, Yukiko.
Esco lentamente dal bagno. L'odore della zuppa di miso mi sfiora le narici.
Entro in cucina. Sento la parola "Nagasaki" provenire dal televisore portatile posato sulla
credenza. Apparecchiando, Shizuko mi dice:
 Sono gi passati cinquant'anni.
 Proprio cos, rispondo sedendomi.
Sullo schermo scorrono le immagini della commemorazione delle vittime della bomba atomica.
Oggi  il 9 agosto. La voce del presentatore dice:
 Quella mattina, alle 11.02, una bomba atomica al plutonio  esplosa sopra il centro di
Urakami...
Shizuko dice:
 Tu e tua madre siete stati davvero fortunati.
Annuisco. Continua:
 All'epoca, tuo padre era gi stato mandato in Siberia, no?
Rispondo:
 S, ma mia madre e io non ne sapevamo nulla.  tornato a Nagasaki due anni dopo la guerra.
I miei genitori si sono trasferiti da noi, a Kamakura, vent'anni fa. Da allora non sono pi tornato
a Nagasaki. La citt  cambiata. Ovviamente non  pi quella che avevo conosciuto. A dire il vero,
dopo la partenza della mia amica Yukiko la vita laggi era cambiata.
La ricercavo in quello scenario sanguinoso. Ogni volta che vedevo una ragazza che le
somigliava, mi fermavo. "Yukiko?" Lei si voltava. Un viso ustionato mi guardava, con aria assente.
Scuoteva la testa. "Yukiko, dove sei?" Correvo piangendo. Fu un gran sollievo scoprire che era sana e
salva, anche se evitava di rivedermi. Purtroppo suo padre, il signor Horibe, era morto durante
l'esplosione. A detta della moglie, avrebbe dovuto recarsi al laboratorio, come ogni mattina, dove i
colleghi erano sfuggiti alla catastrofe. Invece era morto in casa. La signora Horibe aveva trovato le sue
scarpe da lavoro fra le macerie. Qualche settimana dopo l'esplosione, incrociai Yukiko per strada. Mi
disse: "Non posso pi vederti". Stava per scoppiare a piangere. L'indomani part per Tokyo con la
madre.
Mi si stringe il cuore. Guardo ancora la televisione. La commemorazione continua, ma le
lacrime mi annebbiano la vista.
Chiedo a Shizuko:
 Potresti spegnerla?
Mi d un'occhiata e la spegne.
Adesso a casa siamo in tre: mia madre, Shizuko e io. I nostri figli vivono ognuno nel proprio
appartamento a Tokyo. Stanno bene.
Sono in pensione. Ho lavorato trentadue anni come chimico nel laboratorio di una ditta di
prodotti alimentari. Non sono ricco, ma ho un buon tenore di vita grazie al regime pensionistico
dell'impresa e ai titoli di Stato. Abitiamo in una casa di propriet. Non abbiamo pi debiti.
Shizuko e io siamo sposati da oltre trent'anni. Andiamo molto d'accordo. Mi mette a mio agio.
Sono fortunato.
Il mio padre adottivo era un uomo sincero. Mia madre mi ripete sempre: " tutto merito suo se
oggi possiamo condurre una vita felice".
Sono le quattro. Mia madre deve mangiare il pasto del pomeriggio. Vado in cucina e sistemo su
un vassoio il cibo che Shizuko ha preparato. Un passato di zucca con riso, tofu e melanzane cotte nella
salsa sh?yu. Ogni piccola porzione viene servita in un piatto a parte. Mia madre mangia solo due volte
al giorno. Ha sempre meno appetito. Ha bisogno del nostro aiuto per nutrirsi perch ha difficolt a
muovere le braccia.
Apro delicatamente la porta scorrevole della sua camera. Si  assopita. Poso il vassoio sul
tavolo accanto al letto. Ha smesso di dormire sui tatami come facciamo noi. Dopo la morte di mio
padre, al loro posto ha voluto mettere un letto occidentale. Ha detto che sarebbe stato pi facile alzarsi.
Mi accomodo sulla sedia davanti al tavolo. Le guardo il viso mentre riposa. Piccole rughe
intorno agli occhi. Capillari visibili sulla pelle pallida. Ciononostante conserva intatta l'immagine della
bellezza di un tempo. Le sistemo i capelli che le sono scesi su un occhio.
Ha ottantaquattro anni. Non solo  sopravvissuta alla bomba atomica di Nagasaki ma anche al
Kanto-daishinsai.
Aveva dodici anni. L'indomani del sisma, mia nonna l'aveva lasciata in una chiesa dove un
prete straniero si occupava di bambini orfani. Poi era partita in cerca del fratello, l'unico parente che
mia madre conosceva. Fu l'ultima volta che la vide. Nemmeno suo zio fece mai ritorno. Da quel
giorno, mia madre divenne orfana.  una figlia naturale, come me.
Rimase in quella chiesa insieme ad altri orfani fino all'et di quindici anni. Dopo aver trovato
lavoro come fattorina in un'impresa, lasci la chiesa. Il prete le restitu il denaro affidatogli da mia
nonna. Fu in quella ditta che mia madre incontr il mio vero padre. Quando nacqui, aveva solo diciotto
anni. Partor nel suo appartamentino con l'aiuto di un'ostetrica e di un'altra donna della chiesa.
Aprendo gli occhi, mia madre sussurra qualche parola.
Le chiedo:
 Come dici?
Non risponde. Richiude le palpebre. Forse sta sognando.
Resta a letto quasi tutto il giorno. L'anno scorso in giardino  scivolata su uno strato di
ghiaccio. Ha sbattuto la testa su una pietra e si  fratturata una gamba. Il dottore  venuto subito. Dopo
averla visitata, ci ha detto che era troppo debole per essere operata e che contro il dolore avrebbe potuto
prendere solo degli analgesici. Dopo quell'incidente, il suo stato di salute  peggiorato rapidamente.
Non sente bene e ha cominciato ad avere allucinazioni visive e uditive. Shizuko mi ha raccontato che
era cos anche con la nonna di cui si era occupata. Ascolta con pazienza mia madre dire cose prive di
senso.
Giorno dopo giorno, il suo viso impallidisce. Mi chiedo se riuscir a sopravvivere fino alla fine
del Bon. Il dottore mi spiega:  Ha il cuore molto fragile. Evitatele qualsiasi emozione.
Mia madre sussurra ancora una volta. Si sveglia. Mostrandole il passato di verdure, le dico:
 Shizuko ha cotto la prima zucca dell'orto.  delizioso.
 Grazie. Lo manger pi tardi.
L'aiuto a tirarsi su e ad appoggiarsi ai cuscini.
Chiede:
 Quando  il Bon?
 La settimana prossima.
 Cos presto?
 S, dico pensando alle immagini della commemorazione delle vittime della bomba atomica a
Nagasaki.
Non le rammento che  il 9 agosto: avendo perso la nozione del tempo, i suoi ricordi si
confondono. In ogni caso non  un argomento piacevole.
Chiede:
 Verranno tutti i miei nipoti?
 Credo di s.
 Far visita alla tomba di mio marito insieme a loro. Molto probabilmente sar l'ultimo Bon in
cui li vedo. Non pensavo che avrei vissuto tanto.
Ogni anno, in questo periodo, ripete quella frase. Prima l'ascoltavo senza darle peso. Stavolta,
invece, ho il presentimento che abbia ragione. La sua morte  solo una questione di tempo. Se voglio
che ci abbandoni serenamente, non devo turbarla con domande sul mio vero padre e sulla mia
sorellastra. Mi ripeto: "Devo dimenticare". Cerco di pensare ad altro.
D'un tratto, mia madre dice:
 Non mi meritavo tuo padre.
Resto sconcertato. Perch questa affermazione adesso? Con un filo di voce, continua:
 Era troppo buono per me. Aveva un gran cuore. Ho accettato di sposarlo solo per te. Avrei
accettato chiunque purch tu avessi un padre.
Replico:
 Non hai motivo di muoverti questi rimproveri. Mio padre ha trascorso una vita felice insieme
a noi e ai suoi nipoti. Eri sempre gentile. Ti sei occupata di lui fino all'ultimo. La ragione per cui vi
siete sposati non conta, avete vissuto insieme, in pace, quasi cinquant'anni.  un bel traguardo, no?
Non risponde. Non so pi cosa aggiungere. Penso alle parole di mio padre quando ero ancora
all'universit: "Prima di tua madre, avevo sposato un'altra donna che avevano scelto i miei genitori.
Ero loro grato perch era bella e cortese. Purtroppo cominciarono a intromettersi nella nostra vita,
lamentandosi per tutto quello che faceva mia moglie. Non sapevo di essere sterile. I miei genitori, in
particolare mia madre, rimproveravano mia moglie perch non restava incinta. Non fui capace di
difenderla e cos mi lasci. Mi dispiace. Per la prima volta in vita mia, caddi in depressione. Un giorno,
di passaggio davanti a una casa, vidi un annuncio appeso alla staccionata. In realt si trattava di una
chiesa e il prete straniero cercava aiuto per riparare il tetto. Entrai e offrii la mia disponibilit. Fu allora
che incontrai te e tua madre. I miei si opposero fermamente a questo secondo matrimonio. Mia madre
aveva assunto un detective privato per indagare sulle origini di tua madre. Aveva esclamato: Ignora
perfino dove sia il padre di suo figlio!'. Non li ascoltai e me ne andai di casa. Yukio, non pensare che
abbia sacrificato i genitori e l'eredit per trascorrere la vita con te e tua madre. Al contrario, voi mi
avete salvato dall'esistenza soffocante che stavo conducendo fin dall'infanzia. Non mi ribellavo perch
desideravo accontentarli. Mi serviva un ottimo motivo per sfuggire al loro dominio".
Lo avevo ascoltato riflettendo sulla vita di mia madre. Gli dissi: "Forse anche lei aveva bisogno
di te.  tutta questione di complementarit. L'importante  essere felici, no?". Aveva risposto: "S, hai
proprio ragione, figliolo".
Mi incoraggiava ad allontanarmi da mia madre perch si era troppo attaccata a me, il suo unico
figlio, il suo unico legame di sangue. Altrimenti, mi aveva avvertito, sarebbe stato difficile rendermi
indipendente. "Non voglio che tu ripeta i miei stessi errori," aveva aggiunto. E, una volta finiti gli studi
a Nagasaki, trovai lavoro a Tokyo. Mia madre era molto arrabbiata: " troppo distante! Perch non hai
scelto una citt vicina a Nagasaki, vicina a me? Sei tutta la mia vita! Ho bisogno di te!".
In realt, avevo cercato un impiego a Tokyo sperando di ritrovare la mia sorellastra e il mio
vero padre. Mi incuriosiva sapere quanti figli avesse avuto dopo mia sorella, con cui giocavo nella
capitale. Erano passati diciotto anni, probabilmente lui e la famiglia si erano trasferiti. Eppure ero
convinto di poter cominciare da l.
Prima di partire, chiesi a mia madre di svelarmi almeno il nome del mio vero padre. Come
immaginavo, si rifiut subito: "Ha una famiglia, dei figli e una moglie che non sa niente di noi".
Allora avevo chiesto a mio padre l'indirizzo della chiesa e il nome del prete straniero. Pieno di
stupore, mio padre rispose: " incredibile! Ti ricordi ancora? Shinpu-sama avr pi di settant'anni.
Vorrei tanto rivederlo. Chiss se la chiesa e lui saranno sopravvissuti ai bombardamenti dei B-29?". Mi
aveva poi dato l'indirizzo dei genitori del signor Horibe, precisando: "Un giorno potresti andare a
trovarli. Mi conoscono bene, il loro figlio e io eravamo buoni amici a Tokyo". I genitori del signor
Horibe? I nonni di Yukiko! Il cuore inizi a battermi all'impazzata. Forse avrei potuto rivederla. Mio
padre non sapeva ci che mi passava per la testa.
Le sue ipotesi si rivelarono esatte: la chiesa non esisteva pi. Avevo chiesto informazioni in
altre. Con mio grande stupore, nessuno la conosceva, e nemmeno il prete e le due donne che ci
lavoravano. Non ci capivo pi niente. Mi avevano detto che dopo la guerra la citt era molto cambiata.
Vagavo in una Tokyo ricostruita. Quando vedevo una mia coetanea, mi fermavo e la seguivo
finch non spariva. Mi succedeva per strada, in una stazione, un ristorante, un parco... Ero alla costante
ricerca di una ragazza che mi somigliasse.
Yukiko era gi sposata ed era andata all'estero, a detta dei nonni. Mi diedero il suo nuovo
indirizzo. Leggere il suo nome, "Yukiko Kamishima", fu un colpo al cuore.
Mia madre mi dice:
 Ho caldo.
Mi alzo per regolare la temperatura del climatizzatore. L'ho messo quando mio padre non
poteva pi lasciare il letto. Mi accomodo di nuovo sulla sedia.
Chiede:
 I miei nipoti stanno bene?
 S, Natsuko  appena tornata da New York. La ditta aveva organizzato una conferenza per i
clienti americani e lei ha fatto da interprete. Fuyuki  stato promosso da poco capoufficio e Tsubaki
continua l'universit.
Mia madre replica contenta:
 Bene, molto bene.
Una pausa, poi chiede:
 Che cosa studia Tsubaki? Me ne sono dimenticata.
 Archeologia.
 Come? Non ho sentito.
Le scandisco la parola all'orecchio:
 Ar-che-o-lo-gi-a.
 Ah, ma certo...
Annuisce, a occhi chiusi. E d'un tratto:
 Perch l'hai chiamata Tsubaki?
Me lo chiede ogni volta che parlo dei figli, e ripeto la stessa cosa: "Perch  nata durante la
fioritura degli tsubaki". Mia madre ricorda l'origine dei nomi di Natsuko e Fuyuki ma le sfugge quella
di Tsubaki. Shizuko ha scelto i primi due, io il terzo.
Mia madre aspetta la risposta. Chiedendomi se sar in grado di sentirmi, dico sottovoce:
 Perch avevo una fidanzata che amava i fiori di tsubaki.
 Come?
Mi guarda stupita:
 Hai capito bene! esclamo sorridendo.
Seria aggiunge:
 Non sapevo che avessi avuto un'altra prima di Shizuko!
 Avevo solo sedici anni. Sta' tranquilla, mamma.
Anche lei aveva sedici anni quando incontr il mio vero padre, diventando la sua amante. Da
tanto tempo  un argomento tab. Non devo risvegliarlo.
Di proposito la supplico come farebbe un bambino:
 Non dirlo a nessuno, mamma.
Sorride:
 Sembri un ragazzino. Va bene, te lo prometto.
Ha ragione. Quando penso a lei, ho sempre sedici anni. Mi torna in mente il suo viso. Si diverte
a indossare il mio grande cappotto nero. Cammina saltellando nel bosco di bamb. Gira la testa e fa un
sorriso.
Mia madre chiede:
 L'hai amata molto?
 S.  stata la mia unica amica e il mio unico amore giovanile. Ci eravamo promessi l'uno
all'altra. Purtroppo ha sposato un altro.
Mia madre:
 Allora ti ha tradito?
Nego senza incertezze:
 No. Qualcosa di grave le ha impedito di rivedermi.
Il volto di mia madre si incupisce:
 Saranno stati i genitori.
 No. Erano gentili con me, soprattutto suo padre.
 Strano.
Continuo:
 In ogni caso, un giorno spero che ci rivedremo.
Mia madre alza gli occhi al soffitto:
  per questo che ti sei sposato tardi con Shizuko... Avevi trentacinque anni.
Non rispondo. Forse  vero, oppure non avevo incontrato la persona giusta. Restiamo in
silenzio. Attraverso i vetri scorrevoli vedo l'orto. Mia moglie sta raccogliendo i piselli in un paniere.
Mia madre, civettuola, dice:
 La tua fidanzata di un tempo era bella come Shizuko?
 Per me era sicuramente bella. Era graziosa come te, mamma.
 Come me? Non prendermi in giro. Sono tua madre!
Finge di offendersi. In realt avrei voluto dire "sensuale". Quando era giovane, gli uomini erano
attratti dal suo fisico molto femminile: i capelli neri, il seno abbondante, la vita sottile. E poi il viso
che, non appartenendo ad alcuna razza, le conferiva un'aria misteriosa. Era diversa dalle donne che
conoscevo.
Incuriosita mi chiede:
 Come si chiama?
Disorientato, domando:
 Chi?
 La fidanzata di quando eri ragazzo,  ovvio.
Un po' esitante, rispondo:
 Yukiko. Si chiama Yukiko.
 Yukiko? ripete.
Aggiungo:
 Horibe di cognome. Ti ricordi di questa famiglia?
Mia madre spalanca gli occhi fissandomi. Precisa:
 Intendi la famiglia dei vicini nel...
Si ferma. Proseguo:
 S, nel piccolo quartiere di Urakami, a Nagasaki. Suo padre  stato ucciso dalla bomba
atomica. Dopo, Yukiko e sua madre sono tornate a Tokyo, vero?
Non risponde. Continuo sorridendo:
 Forse non te lo aspettavi, mamma. Ero innamorato della figlia dei vicini!
Resta ancora in silenzio, il volto inespressivo. Dopo un po', mi chiede:
 Dov' Yukiko?
 Ora non saprei. A detta dei nonni, dopo il matrimonio si  trasferita all'estero.
 A detta dei nonni? Intendi i nonni materni?
 No, rispondo. I genitori del signor Horibe.
Insiste:
 Come fai a conoscerli?
 Poco prima che partissi per Tokyo, mio padre mi ha dato il loro indirizzo per andare a trovarli.
Ti ricordi che lui e il signor Horibe erano amici all'universit, a Tokyo? I genitori del signor Horibe si
rammentavano perfettamente di lui e mi hanno ricevuto con piacere. Comunque non ho detto che ero
stato il fidanzato di Yukiko.
Mia madre tace.
Continuo:
 Mi hanno raccontato che la madre di Yukiko era morta di leucemia, provocata dalle radiazioni
della bomba atomica.
Ripete con un filo di voce:  La signora Horibe  gi morta...
 S, dico. Se fossi andato da loro appena tre mesi prima, avrei potuto rivedere Yukiko per
l'ultima volta.
Mia madre domanda:
 Li hai incontrati ancora?
 S, ma solo in due occasioni.
Continuo a parlare di loro, avevo saputo che Yukiko non tornava mai in Giappone a trovarli e
nemmeno scriveva. Aggiungo:
 Mi  sembrato molto strano...
Mia madre non ascolta pi. Si mette a sonnecchiare, con le palpebre socchiuse.
Esco dalla camera per andare a scaldarle il cibo.
Entro nella stanza dove passo il tempo a leggere. Le quattro pareti sono tappezzate di libri. In
mezzo ai volumi scientifici, ci sono altri tre titoli, Manifesto del Partito comunista, Il Capitale e La
guerra civile in Francia. Prendo quest'ultimo e lo apro. Trovo due foto ingiallite di Yukiko e un foglio
con il suo indirizzo all'estero. Anche la carta mostra i segni del tempo ed  lacerata nelle piegature. Mi
siedo e poso le foto sulla scrivania.
Sulla prima, Yukiko  in piedi, in costume. Ha le trecce e sulle labbra affiora un sorriso dolce.
Dall'espressione degli occhi si intuisce un carattere deciso. Sul retro  scritto "Yukiko a tredici anni".
Sull'altra,  seduta su una panchina, lo sguardo nell'obiettivo. Accanto a lei, in piedi e con la
testa leggermente inclinata, un bambino della stessa et. "Yukiko a tre anni", si legge sul retro.
Mostrandomi quella foto, Yukiko mi aveva provocato: " la foto del mio fidanzato". Mi si era
stretto il cuore. Il primo amore, il primo bacio. Non dimenticher mai il contatto con le sue labbra. La
sensazione ardente. Volevo trascorrere con lei tutta la vita. Forse perch avevo solo sedici anni? Non
saprei. Comunque sia, ne conservo un ricordo molto vivido.
Non avrei mai immaginato di parlare a mia madre del mio primo amore cinquant'anni dopo.
Vado in camera sua con le foto.  sveglia.
Dico:
 Ho una cosa che non ho mai fatto vedere a nessuno.
Si volta verso di me chiedendo:
 Che cos'?
 Sono vecchie foto di una persona che conoscevi bene.
 Che cosa hai trovato? Delle foto di tuo padre?
 No. Guarda.
Prima le passo la foto in cui Yukiko  da sola. La prende in mano. La osserva qualche secondo,
poi domanda:
 Chi  questa ragazza? Shizuko o Natsuko?
 Non sono loro.  la mia prima fidanzata.
 Yukiko?
 S.
La osserva di nuovo e dice:
 Non mi ricordavo del suo viso. Ha vissuto nel nostro quartiere due anni a malapena.
Le tendo l'altra foto di Yukiko a tre anni insieme al coetaneo. Mia madre la guarda a lungo.
Le spiego:
  un'altra foto di Yukiko. Il bambino  un amico a cui voleva molto bene. Sono carini.
Mia madre non risponde, gli occhi inchiodati alla foto. Dopo un po', chiede:
 Chi ti ha dato queste foto?
Rispondo:
 Yukiko. Mi diceva che suo padre aveva una macchina molto moderna per l'epoca.
Non stacca lo sguardo dalle foto. Tace. Mi alzo per spegnere il climatizzatore. Apro le finestre e
i vetri scorrevoli che si affacciano sul giardino. In camera entra l'aria fresca. Adesso non fa pi caldo.
 la temperatura ideale per lavorare all'esterno.
Mi stiracchio davanti al giardino. I girasoli sono in piena fioritura. Il giallo dei petali risplende
sotto la luce del tramonto. Osservo l'orto. Ci sono melanzane, cetrioli, zucche e angurie maturi. Mi
metto a strappare le erbacce.
  delizioso, vero?
Sento Shizuko parlare a mia madre, che credo stia mangiando il passato di zucca. Mia moglie le
racconta dei ragazzi che dovrebbero tornare per il Bon. Sento parlare anche mia madre con un filo di
voce. Era da tanto che non chiacchierava cos. Se rimane in una condizione accettabile, forse potr fare
visita alla tomba di mio padre insieme ai nipoti.
Il vento si placa. Alle mie orecchie le voci giungono distintamente.
Shizuko con aria sorpresa esclama:
 Ma guarda! Non sapevo che avesse una foto di Yukio da bambino.
Probabilmente si riferisce alla foto di Yukiko con un maschietto. Mia madre non risponde. Non
escludo che si appisoli ascoltando, come al solito. Eppure Shizuko continua:
 Yukio doveva essere un amore. Il suo viso nella foto mi ricorda Fuyuki quando aveva tre o
quattro anni. Quando verr per il Bon, gli mostrer questa foto. Sar una sorpresa.
Mi fermo. Mi volto verso la camera. Vedo la schiena di Shizuko, seduta sulla sedia. Dice a mia
madre:
 Il legame fra genitore e figlio si stabilisce con il sangue, ma in questo caso non serve, basta
osservare i volti... E questa ragazza in costume, chi ?
Un attimo di silenzio.
 Yukiko a tredici anni? continua Shizuko. Si chiama Yukiko?  un nome quasi identico a
Yukio. Somiglia un po' a Natsuko, anzi a Tsubaki. Yukio e questa ragazza sono parenti? No, non 
possibile. Non avete familiari...
Il mio corpo si irrigidisce. Ogni parola che pronuncia Shizuko mi fa tremare. Sono io il
bambino insieme a Yukiko? Mi alzo. Ho un capogiro. Non sento pi niente.
La notte  scesa senza farsi notare. Mia moglie chiude a chiave tutte le porte. Spegne la luce in
camera. Resto immobile al buio.
Entro nella stanza. Mi avvicino piano piano alla biblioteca dove tengo i tre libri del padre di
Yukiko. Con mano tremante, riprendo lo stesso libro di prima e tiro fuori il foglio piegato in quattro.
Lo apro con cautela e lo poso sulla scrivania. L'indirizzo di Yukiko all'estero  scritto con inchiostro
nero. Lo osservo per molto tempo. D'un tratto Shizuko bussa alla porta. Con aria preoccupata, mi dice:
 Tua madre non sta bene...
Verso le dieci di sera, cade in coma. Mia moglie si affretta a chiamare il medico e tutti i figli.
TSUBAME
Resto seduto accanto a mia madre. Ogni tanto le ripeto:  Mamma, mi senti? Nessuna risposta.
Guardo a lungo il suo volto pallido. Tiene ancora le due foto in mano.
Dopo un attimo, mi accorgo che nell'altra ha qualcosa avvolto in un vecchio pezzo di stoffa
bianco. Le tocco la mano, ormai inerte. Con delicatezza prendo quell'involto. Spiego il tessuto:  Gli
hamaguri! Resto senza fiato. La bocca delle conchiglie  chiusa da una striscia di carta ingiallita.
L'agito. Kotokotokoto... La carta lacerata si stacca facilmente. Il sasso cade sul pavimento. All'interno
delle conchiglie vedo i due nomi scritti in hiragana: "Yukiko" e "Yukio". Trattengo le lacrime.
Fisso le due foto che tiene mia madre. Prendo quella di Yukiko con un bambino: sono "io". Mi
trema la mano. La foto  caduta di faccia. Mi accorgo di qualche parola aggiunta con scrittura incerta.
Leggo: "Figlio mio, sei la persona che amo di pi al mondo".
Guardo un'altra volta il viso di mia madre e le prendo la mano che diventa sempre pi fredda.
Le lacrime cadono sulle nostre mani.
I
Alzo gli occhi.
Il cielo, coperto di nuvole spesse, si estende all'infinito. Fa un caldo umido insolito per essere la
fine dell'estate.  ancora prima mattina. Eppure sento la camicia gi intrisa di sudore.
Sopra di me una coppia di rondini passa veloce. Fa la spola fra il tetto di una casa e un filo della
luce. Fra poco emigreranno in un paese caldo. Mi piacerebbe molto viaggiare libera come loro.
Una volta mia madre mi ha detto: "Se fosse possibile rinascere, vorrei rinascere uccello".
Cammino nel piccolo sentiero che costeggia lo stagno,  una scorciatoia per andare da mio zio.
Devo portargli delle pannocchie di mais che mia madre ha bollito. Il calore si diffonde attraverso la
carta di giornale. Mio zio lavora alla giornata in una diga sul fiume Arakawa, dove stanno costruendo
un canale di scarico. Trasporta terra e ghiaia con una carretta. "La paga  minima, ma  sempre meglio
di niente."
Passando davanti allo stagno, intravedo degli acori in fiore. Mi fermo qualche secondo a
guardarli. Penso: "Che strano. In genere sbocciano solo a maggio o giugno". Non tira vento, la
superficie dell'acqua  liscia.
Dopo un po' mi tornano in mente le parole che ieri sera ha detto mia madre: "Sono diverse
settimane che non troviamo pi topi in casa". A me sembrava una buona notizia perch con il loro
rumore ci disturbavano il sonno. Eppure lei aveva un'espressione preoccupata.
Lancio un sasso nello stagno. I cerchi nell'acqua si allargano ondeggiando. Li osservo finch
non spariscono. Poi continuo a camminare spedita.
Quando arrivo, lo zio sta per uscire. Sorpreso di vedermi al mattino cos presto, mi chiede:
 Che cosa c', Yonhi? Tua madre non sta bene?
Sorrido scuotendo la testa:
 No. La mamma non lavora n oggi n domani. Il padrone e la sua famiglia sono andati in
vacanza in campagna.
Gli porgo il pacchetto. Incuriosito, apre la carta di giornale. Getto un'occhiata rapida alle sue
dita affusolate, non adatte al duro lavoro manuale. Esclama:
 Pannocchie di mais! Grazie!
Mette il pacchetto nello zaino e prende qualche moneta dalla tasca della vecchia camicia.
 Puoi comprarti delle caramelle, mi dice dandomi il denaro.
Esclamo:
 Addirittura!
Con quei soldi, finalmente potr prendere le caramelle che vorrei assaggiare da tanto. Mio zio
mi accarezza la testa, contento:
 Scusami, Yonhi. Devo andare. Se arrivo in ritardo, perdo il lavoro. Ringrazia tua madre.
Verr a trovarvi presto. Arrivederci!
Se ne va di corsa.
Sulla strada di casa, incrocio un gruppo di bambine della mia et. Indossano tutte un kimono e
un hakama, stanno andando alla scuola media. Legati con un nastro, i loro capelli neri ricadono sulle
spalle. Cantano spensierate una canzone. Mi chiedo al volo: "La scuola  gi ricominciata?". Eppure
non hanno niente in mano. A occhi bassi continuo a camminare.
Non vado mai a scuola. Studio a casa. Mia madre mi insegna la scrittura giapponese e coreana.
Ora conosco bene lo hiragana, il katakana, lo hang?l e circa trecento caratteri di hanmun. Durante la
giornata, faccio le pulizie, il bucato e la spesa.
Mi fermo e mi volto. Le alunne si allontanano sempre pi fino a scomparire dalla mia vista.
Torno a casa. Mia madre  seduta sulla sedia di bamb, davanti all'entrata. Sta scucendo con
cura il suo chima nero con le forbici. Si gira verso di me:
 Ah! Sei gi tornata! Lo hai trovato?
 S. Ti ringrazia e ha detto che verr presto a farci visita.
Le faccio vedere i soldi che mi ha dato. Mia madre sorride:
 Sei fortunata! Tienine da conto.
Guardo il chima sulle sue ginocchia. I pezzi di filo sono caduti per terra. Qui ha solo un chima e
un chogori portati dalla Corea. Le domando:
 Che cosa fai, mamma? Questo chima  ancora buono.
Mi risponde:
 Non me lo metto pi. Vorrei farti un paio di pantaloni invernali.
Infilo le monete in tasca e mi siedo sulla cassetta di legno appoggiata vicino all'ingresso. Fa
fresco, il caldo soffocante che c' fuori sembra sparito. Il nagaya resta sempre all'ombra di un alto
edificio che sorge alle sue spalle.  una fabbrica di farmaci. Abitiamo nella stanza in fondo al
casamento. Sono tutti giapponesi eccetto noi. Vengono dalla provincia e stanno provvisoriamente qui.
Mia madre mi dice che  difficile capirli perch hanno un forte accento. Non andiamo a trovare i vicini.
In realt, ci evitano.
Oggi nel vicolo non c' nessuno, nemmeno i gatti randagi che di solito si aggirano intorno al
nagaya in cerca di cibo.
Guardo con aria distratta il viso bianco di mia madre. Non ha rughe sulla fronte. Gli occhi a
mandorla, gli zigomi un po' prominenti. I lunghi capelli neri raccolti sulla nuca, la riga nel mezzo. La
schiena perfettamente dritta. Giorni fa mio zio mi ha detto: "Tua madre parla piano e non alza mai la
voce. Ha movenze ancora graziose. Che peccato! Siamo caduti in disgrazia dopo la colonizzazione
giapponese. Ma non dimenticare che siamo di buona famiglia".
In Corea, mia madre insegnava economia domestica in una scuola media femminile. Mio zio
era scrittore e giornalista.
Osservo di nuovo mia madre che sta continuando a disfare le cuciture. Le sue mani sono abili.
Ha la pelle del viso morbida, mentre quella delle mani  rugosa e screpolata d'inverno. Mia madre 
domestica. Fa le pulizie in una casa di ricchi. Quando ero troppo piccola per restare da sola in casa, mi
portava con s al lavoro. Nella casa del padrone, c'erano dei bambini ma non giocavamo mai insieme. I
genitori proibivano loro di rivolgermi la parola.
Esitante, chiedo a mia madre:
 Perch tu e lo zio siete venuti in Giappone?
Mia madre mi d un'occhiata senza proferire parola. Le sue mani non si fermano un attimo.
Insisto:
 Perch?
Si interrompe e alza la testa. Poi seria dice:
 Ora hai dodici anni. Sei capace di mantenere un segreto, vero?
Rispondo:
 S.
Sorride:
 Capita raramente che tu insista come oggi.
Fa una pausa e mi sussurra all'orecchio:
 Mio fratello e io siamo fuggiti dalla nostra patria.
"Come, sono fuggiti? Che cosa avevano fatto?" Sconvolta, guardo mia madre, che mi rassicura:
 Sta' tranquilla. Non siamo delinquenti.
Mia madre mi spiega. L'ascolto con attenzione.
In Corea, lei e lo zio avevano partecipato al movimento per l'indipendenza. I giapponesi
avevano voluto colonizzare la Corea rapidamente. E nel 1909, due anni prima che nascessi, un politico
giapponese molto importante era stato ucciso a Harbin da un patriota coreano. E quindi intorno a mia
madre e mio zio la repressione contro gli attivisti era diventata sempre pi severa. L'anno successivo i
coreani hanno perso il paese. Mio zio non poteva pi pubblicare. Mia madre ha dovuto smettere di
lavorare a scuola. I giapponesi avevano interrogato diverse volte i miei nonni a proposito dei figli. Mia
madre e mio zio sono stati costretti a lasciare la citt, ma non sapevano dove andare. Per caso, hanno
incontrato un loro compagno che cercava di imbarcarsi su una nave clandestina diretta in Giappone.
Hanno deciso di scappare insieme a lui e cos sono arrivati qui.
 Sono gi tredici anni... dice mia madre.
Tace per un attimo, poi sottovoce aggiunge:
 Crediamo ancora nell'indipendenza. Non scordarlo, anche se sei nata in questo paese. In ogni
caso, con il tuo sangue coreano non potrai mai diventare giapponese.
La interrompo:
 Dicono che il Giappone tratti la Corea come un suo familiare e che il matrimonio della
principessa Masako e del principe Un ne sia un buon esempio.
Mia madre scuote la testa, con espressione severa:
 No, no.  un matrimonio politico imposto dal Giappone. La famiglia imperiale della Corea
non ha mai accettato un matrimonio internazionale. Per giunta, quel principe era l'ultimo erede della
dinastia Chosmn. Che sfrontatezza! Che umiliazione! Lo vedi anche tu che cosa trama il Giappone.
"Un matrimonio politico? Un matrimonio internazionale? Che cosa sono?" Non capisco.
Taccio. Mia madre mi ignora. Prosegue:
 Prima di quelle nozze, il principe era stato fidanzato con una coreana di famiglia illustre.
Immagina i sentimenti che pu provare una coppia separata in quel modo, soprattutto i sentimenti della
giovane, che aveva aspettato il gran momento per oltre dieci anni!
Mia madre sospira. Mi soffermo a guardare il cielo grigio. Rifletto. Chiede:
 A che cosa pensi?
Senza muovere la testa, rispondo:
 Ai sentimenti della principessa giapponese.
Mia madre non replica. Alza gli occhi al cielo. Dopo un lungo silenzio, dice:
 Un giorno torneremo nel nostro paese.
Sorpresa, ripeto:
 Nel nostro paese?
 S.
 Anche lo zio?
 S, anche lui.
Mi guardo intorno al nagaya, dove vivo dalla nascita. Il lungo tetto che copre varie stanze, i
muri in rovina, le finestre a vetri che si aprono con difficolt, il vicolo su cui non si affaccia mai il sole.
 Non riesco a concepire la mia vita in Corea. Non ci sono mai stata.
Mia madre annuisce:
  normale. Ma non voglio che tu viva qui come me.
Ricomincia a disfare le cuciture. Con gli occhi fissi sulle sue mani, rimugino su un'altra
domanda che mi assilla senza sosta. Non oso fargliela. "Come era mio padre?" Non l'ho mai visto. Lei
racconta che  scomparso prima che nascessi. "Era come lo zio?"
Quando avevo tre o quattro anni, ogni tanto mia madre mi lasciava con suo fratello, che
all'epoca abitava in casa nostra.
Scriveva a un tavolino fumando una sigaretta. Battendosi sulla guancia, faceva uscire dei cerchi.
Era molto divertente. Cercavo di catturarli con le mani. Sdraiato sul pavimento, mi raccontava storie
inventate. Quando faceva bel tempo, mi accompagnava sulla collina vicino a casa, portandomi sulle
spalle. Cantavamo l'Arirang, la canzone della nostra patria.
"Come era mio padre?" Me lo ripeto mentalmente, guardando mia madre che non ferma le mani
un attimo.
 Mamma...
Risponde restando a capo chino:
 Dimmi.
Taccio. Gira la testa e dice:
 Che cosa c'?
Abbasso gli occhi un momento:
 Ho fame!
Il suo volto si addolcisce. Sorride.
 Mangeremo fra poco. Potresti lavare e tagliare le verdure?
Scuote il tessuto per far cadere i fili. Mentre entro in cucina, dietro di me la sento affermare:
 Niente  pi prezioso della libert. Non dimenticarlo mai, Yonhi.
L'indomani mattina, mi sveglia il rumore della pioggia e del vento che tamburellano contro gli
amado. Tendo l'orecchio. Le porte tremano sempre pi. La luce dell'esterno si infiltra fra le fessure.
Guardo la pendola sul muro. Sono le otto meno dieci. Mia madre cuce gi sotto la lampadina nuda. Mi
alzo. Ciotole e bacchette sono sistemate sul tavolo, con un piatto di kimchi. Stropicciandomi gli occhi,
dico a mia madre:
 Che tempesta! Sembra che stia arrivando un tifone.
Si siede davanti al tavolo e riempie le ciotole di riso e zuppa con le verdure. Afferma:
 Sono contenta di non andare dal mio padrone con un tempo simile.
Chiedo:
 Perch lui e la sua famiglia sono andati in vacanza all'improvviso?
Mia madre risponde con un'aria strana:
 Prima della partenza, ho sentito che si lamentava con la moglie: " incredibile! Non trovo
nemmeno una rondine. Non  ancora la stagione della migrazione. Dove sono?". Sua moglie gli ha
risposto: "Mi hanno detto che quest'anno ce ne sono tante in campagna". Le ha ordinato subito di
prepararsi per partire.
Un attimo e il volto di mia madre si incupisce. Mi dispiace di averle fatto quella domanda. Il
caldo anomalo, gli acori in fiore, la scomparsa dei topi... Sta per accadere qualcosa di brutto? No, ieri
mattina ho visto una coppia di rondini. Mangiamo in silenzio.
Dopo aver lavato i piatti, mi metto di nuovo al tavolo per studiare. Scrivo un tema in coreano e
ripasso i nuovi caratteri dello hanmun che mia madre mi ha fatto vedere all'inizio della settimana.
Intorno alle dieci, il vento si calma e smette di piovere. Apro gli amado. Il caldo umido entra
subito in casa. Dico a mia madre:
 Il cielo  limpidissimo! Dov' andato il temporale?
Risponde:
 Questo pomeriggio far molto caldo. Oggi  il primo settembre. Quest'anno l'autunno
arriver pi tardi del solito.
Esce di casa con il cucito e sistema la sedia di bamb davanti all'ingresso. Mi chiama:
 Vieni qui. Si respira meglio.
Rispondo:
 No. Prima vorrei finire i compiti. Dopo andr sulla collina a raccogliere delle campanule. Ce
ne sono tante.
Mia madre sorride. Sono i suoi fiori preferiti.
Quando torno a casa  quasi mezzogiorno. Metto il mazzo di campanule in una bottiglia. Mia
madre cucina canticchiando. Nel cesto di bamb sul tavolo vedo le ultime pannocchie di mais cotte. Ho
in mano ciotole e bacchette. Nel momento in cui le poso sul tavolo, si avverte un rumore minaccioso.
"Che cos'?" Ho un colpo al cuore. Un boato e, un attimo dopo, la casa inizia a tremare. Barcollo. Il
cesto si rovescia e le pannocchie di mais si sparpagliano sul pavimento. La lampadina che pende dal
soffitto oscilla da destra a sinistra. La pendola si stacca. Voglio chiamare mia madre, ma posso solo
aggrapparmi al pilastro della casa. Dalla cucina lei grida:
 Yonhi, veloce!
Tirata per il braccio, salto fuori. La terra continua a tremare. I vicini corrono verso la strada
principale. I bambini piangono. Vacillo, cado, striscio. Mia madre mi tiene forte per la mano. Dietro, si
ode il rumore di un'esplosione.  la fabbrica di medicinali. Il nagaya  gi stato spazzato via. "La
nostra casa  sparita!" La fabbrica va a fuoco. Per lo choc, non riesco a correre. Dal cielo piovono
faville. Mia madre urla:
 Sbrigati! Altrimenti il fumo ci avvolger.
 livida in viso.
Mia madre e io seguiamo la folla che si precipita verso la collina dove ero stata poco prima. Ci
informano subito che la strada  sbarrata da un grande edificio crollato. Bisogna fare una deviazione.
Fuggiamo a gambe levate. Senza fiato, supplico:  Mamma, fermati un attimo. Non ce la faccio
pi a correre. Ma mia madre non si ferma e mi trascina. Mi accorgo che dalla cintura le pende una
borsa di stoffa bianca. Le chiedo:
 Che cosa hai nella borsa, mamma?
Sussurra:
 Soldi e il mio diario.
 Come hai fatto? Non abbiamo avuto il tempo di prendere niente.
 Lo nascondevo sopra la mensola della cucina. Ero pronta a qualsiasi evenienza.
Dopo oltre un'ora di cammino, arriviamo in cima alla collina gi gremita di gente. Gridano: 
Guardate! Laggi! La citt  in un mare di fiamme. Tokyo scomparir!
Stremata, mi siedo su una pietra. La terra trema ancora una volta. Mi aggrappo a mia madre,
che mi rassicura:  Durer solo qualche secondo. Non preoccuparti.
Ho fame e sete. Non mangio niente da questa mattina. Al momento, i soldi che mia madre ha
con s non servono a nulla. Mi dico: "La mamma al posto della borsa avrebbe dovuto prendere
dell'acqua e le pannocchie di mais".
Continua a fare molto caldo. I bambini reclamano:  Acqua! Mia madre si siede appoggiandosi
alla pietra e mi fa segno di posare la testa sulle sue ginocchia. Le obbedisco in silenzio e chiudo gli
occhi. Non riesco a prendere sonno perch, a pochi passi, un bambino di due o tre anni non smette di
piangere in braccio a una giovane donna, che cerca di calmarlo cullandolo, ma gli strilli aumentano.
Sento l'odore dell'erba. Chiamo questo posto la "collina delle genziane". In autunno i fiori di
un viola delicato sbocciano fra le rocce. Mi piace molto la loro forma a campanella come quella delle
campanule. Quando ero piccola, venivo qui con lo zio. Ora ci torno a passeggio da sola. Di solito non
incontro nessuno sulla vetta. Stesa sul prato, guardo il cielo e mi assopisco.
Devo rialzarmi perch mia madre va ad aiutare la giovane. Prende il bambino in collo, gli
accarezza il viso e la testa dolcemente, camminando intorno alla donna. Il piccolo si quieta,
addormentandosi. Mia madre lo rimette fra le braccia della donna che, facendo pi inchini, dice:
 Grazie, grazie tante, signora!
Nel cielo salgono enormi cumulonembi.  una scena inquietante. Penso: "Il padrone di mia
madre ha fatto bene ad abbandonare la citt". Sussurro a mia madre:
 Spero che lo zio sia sano e salvo.
Mia madre mi mormora:
 Sta' tranquilla. Lavora in un posto sicuro. Lo rivedremo presto.
Scende la notte. La citt continua a bruciare. Ciononostante alcune persone cominciano a
scendere a valle. Chiedo:
 Mamma, dove possiamo dormire stasera?
Mia madre dice:
  meglio restare qui.  ancora pericoloso spostarsi.
 Ma lo zio sar in pensiero, dico.
 Lo so. Domani potremo andare a casa sua o alla diga sul fiume Arakawa, risponde.
Mi accorgo che la donna con il bambino ci osserva. Non appena incrocia il mio sguardo, china
gli occhi. Sar curiosa di sapere che cosa diciamo nella nostra lingua.
La mattina successiva, sulla collina arrivano alcuni soldati per portarci delle scatole con qualche
onigiri di genmai. Ne spetta uno ciascuno. Lo mangio con voracit e ho ancora fame. Guardo mia
madre, che smette di masticare e mi offre il suo ultimo boccone. Lo prendo e gliene rendo met.
Accenna un sorriso.
D'un tratto si sentono delle grida. Poi davanti alla folla appaiono diversi uomini. Hanno una
sciabola, una lancia di bamb e una gaffa. Non capisco che cosa stia succedendo.
Uno degli uomini dice:
 Arrestate tutti i coreani! Sono pericolosi. Vogliono avvelenare i pozzi.
La folla si agita. Un altro uomo esclama:
 I coreani appiccano il fuoco! Rubano a mano armata! Stuprano le donne!
"Cosa?" Guardo mia madre. A bocca chiusa, mi fa segno di non fiatare. Ha un'espressione
molto tesa.
Il terzo uomo dice:
 Catturate tutti i coreani, senza alcuna eccezione!
Gli altri uomini gridano brandendo le armi. La folla  presa dal panico. Non mi muovo. Fremo
di paura da capo a piedi. La donna con il bambino guarda me e mia madre. Gli uomini armati circolano
fra la gente. Uno di loro si ferma davanti a mia madre, con aria sospettosa. Non fa in tempo ad aprire
bocca che la giovane madre grida:
 Signora Kanazawa! Non sapevo che fosse qui.
Si avvicina con il piccolo fra le braccia. L'uomo le chiede:
 La conosce?
 Certo! Siamo vicine di casa da anni. Purtroppo il fuoco ha raso al suolo il nostro
appartamento.  terribile! Ho perso tutto, mobili, vestiti, perfino il denaro. Ormai non so pi come
vivere.
Ignorando l'uomo, lei continua. All'improvviso il bambino in braccio scoppia a piangere.
L'uomo si allontana insieme agli altri. Su un braccio del neonato, mia madre e io vediamo il segno
rosso di un pizzicotto. La donna lo culla, dicendogli:  Mi dispiace, tesoro.
Mia madre fa un profondo inchino davanti alla giovane. Poi prende dalla borsa alcune
banconote e gliele porge. Ma la donna rifiuta scuotendo la mano. Allora mia madre d i soldi al piccolo
che smette di piangere.
Mia madre sorride e la donna le sussurra:
 Signora, stia attenta! Si metta al sicuro.
Guardo mia madre in faccia. Le lacrime le scorrono sulle guance. Si alza e mi dice:
 Adesso dobbiamo andarcene.
Siamo per strada. Camminiamo evitando gli sguardi, senza dire una parola. Non oso chiederle
dove andiamo. Ha ancora un'espressione tesa. Dice:
 Chi potrebbe comportarsi cos in questo stato di emergenza? Dobbiamo pensare a scappare
dalle fiamme. Non sono i coreani a complottare contro i giapponesi! Piuttosto il contrario!
Sono stanca. Le chiedo:
 Mamma, ci fermiamo da qualche parte?
Troviamo una casa abbandonata con un muro mezzo crollato. Sul retro, c' un pezzo di lamiera
appoggiato alla parete. Ci nascondiamo. Fa troppo caldo l sotto e voglio uscire. Nell'istante in cui mi
sporgo dalla lastra di metallo sento dei passi intorno alla casa. Mia madre mi tira subito indietro. Mi
aggrappo al suo collo.
La voce di un uomo dice:
 Laggi! Prendeteli tutti!
Il terrore mi gela. Mia madre mi stringe forte le spalle. Le tremano le mani.
La sera, arriviamo nel quartiere dove vive lo zio. La casa, nient'altro che una baracca,  crollata.
Dico a mia madre:
 Dov'?
Risponde:
 Sono certa che anche lui ci stia cercando.
Avanziamo fra le rovine del quartiere. Guardando il cielo scuro, chiedo:
 Dove possiamo fermarci stasera, mamma? Ho paura.
Riflette e dice:
 Yonhi, ti lascer in una chiesa che conosco bene, se esiste ancora.
 In chiesa? Perch? Voglio venire con te dappertutto.
Con tono grave, dice:
 Ascoltami bene. Voglio che tu sia al sicuro. Sarebbe troppo pericoloso accompagnarmi.
 Dove vai?
 Cercher di contattare gli amici di mio fratello prima di andare alla diga sul fiume Arakawa.
 scesa la notte. Mia madre mi porta in quella chiesa, che di diverso da una normale casa ha
solo una croce sopra la porta. Il terreno  circondato da staccionate. Le cosmee sono fiorite. Mia madre
esclama:
 Che fortuna! La grazia di Dio l'ha salvata. Ti protegger, ne sono certa!
Tira fuori un quaderno e una matita dalla borsa. Le chiedo:
  il tuo diario, vero?
 S.
Scrive un messaggio su una pagina bianca. Poi la strappa e la piega in quattro.
 Per prima cosa, da' questa lettera al prete, mi dice.
Domando:
 Che cosa hai scritto?
 Che verr a prenderti domani in giornata.
Si toglie la borsa dalla cintura e ci ripone il diario.
 Il prete la terr fino al mio ritorno, precisa.
Domando:
 Anche i soldi?
 S, anche i soldi.
Tace per un attimo, guardandomi in faccia. Pallida in viso, afferma:
 Yonhi, devi fare finta di essere giapponese. La cosa migliore  rimanere in silenzio. Hai
capito?
Abbasso la testa. Aggiunge:
 Nella lettera ho precisato che il tuo nome  Mariko Kanazawa. Non pronunciare il tuo vero
nome, Yonhi Kim, davanti a nessuno.
Sbalordita, alzo gli occhi. "Mariko Kanazawa?" Dopo un po', mi torna in mente che, in cima
alla collina, la donna con il bambino ha chiamato mia madre "signora Kanazawa".
Mia madre dice:
 Non dimenticare mai la donna che ci ha salvate.
 S. Ma perch hai scelto questo nome, Mariko?
Sorride:
 Voglio che Maria ti protegga.
 Ho paura, mamma.
 Abbi pazienza. Torner qui domani.
 Me lo prometti? Anche senza lo zio?
 S, te lo prometto. Ma tu devi essere coraggiosa!
Mi abbraccia forte forte e ripete:  Amore mio... Poi mi fissa e dice:
 Adesso, va'.
Mi dirigo all'entrata della chiesa. Busso alla porta. Appare un uomo con la barba nera. "Uno
straniero!" Sorpresa, indietreggio e mi volto verso la staccionata. Mia madre non c' pi. Le cosmee si
agitano leggermente nella luce debole.
 Jishin! Jishin!
La mattina successiva, mi sveglia il grido di un bambino. Per un attimo penso che sia il neonato
nelle braccia della giovane sulla collina. Non  lui. "Dove sono?" Intorno a me ci sono diversi bambini
pi piccoli che dormono. "Chi sono?" Ne ho contati otto. Della sera prima, mi ricordo di aver mangiato
la zuppa che mi ha servito il prete e di essermi addormentata appena stesa. Ma non mi ero accorta che
ci fossero altri bambini in camera. Seduta sul futon, li guardo distratta.
La ragazzina che ho accanto si sveglia. Avr nove o dieci anni e sembra la pi grande di tutti.
Stropicciandosi gli occhi, mi chiede:
 Chi sei?
Non rispondo. Lei continua:
 Come ti chiami?
Non dico niente. Mi guarda in faccia:
 Sei orfana come noi, vero?
"Orfana? Questo  un orfanotrofio?"
Prende in braccio il bambino che ripete ancora:  Jishin! Jishin!
Lo consola:
 Ora va tutto bene. Non avere paura. Hai gi tre anni!
Quando il bambino si calma, lei comincia a mettere a posto la biancheria, io la seguo. L'uomo
con la barba nera entra nella stanza.  il prete straniero che la sera prima mi ha dato la zuppa.
Mi domanda gentilmente:
 Mariko, hai dormito bene?
"Mariko?" Chino gli occhi. La bambina chiede al prete:
 Si chiama Mariko?  muta?
Lui risponde:
 No... Mariko  solo stanca. Aspetta sua madre che  andata in cerca dello zio.
Alzando la voce, la bambina mi dice:
 Allora non sei orfana!
Mi guardano tutti.
Dopo essere stati in bagno, i bambini tornano in camera. Piegano i futon a met e li raccolgono
in un angolo. Il prete dispone un tavolo basso e lungo in mezzo. I piccoli apparecchiano. I grandi
riempiono una ciotola di riso e zuppa. Quando si siedono a tavola, il prete pronuncia qualche parola di
ringraziamento per il cibo. Poi cantano una canzone che non conosco. Mentre facciamo colazione, si
sente il rumore della porta scorrevole. "Mamma!" Guardo il prete. Mi dice:
 Non muoverti, Mariko. Vado a vedere.
Dopo qualche minuto, torna scuotendo la testa. La bambina che mi ha detto "Allora non sei
orfana?" gli chiede:
 Chi ?
Lui risponde:
 La signora Tanaka.
Aggiunge:
 Che cosa  successo a Obochan? Stamani non  venuta come al solito.
 La sua casa  stata distrutta. Abiter qui finch non trover un posto dove stare.
I bambini esclamano:
 Obochan abiter qui! Le vogliamo molto bene.
Il prete sorride. Mangio in silenzio.
Dopo aver lavato i piatti, i bambini escono fuori. Resto in cucina, seduta su una sedia. Ogni
volta che sento aprirsi la porta scorrevole dell'ingresso, corro per ascoltare la voce. Ma non  mai
quella di mia madre n dello zio.
Scende la notte. Attraverso la finestra, guardo la staccionata davanti alla chiesa. Ripeto:  Dio,
salvali, ti prego.
Li aspetto cos per una, due, tre settimane... Mangio pochissimo, non dico una parola. La
bambina grande dice al prete:  Mariko  davvero muta. Il pi piccolo chiede:  Muta? Cosa vuol dire?
 il bambino che gridava "Jishin! Jishin!". Lei gli spiega:  Non pu parlare. L'altro replica:  Non ci
credo.  solo triste. Quando sono triste, nemmeno io voglio parlare. Il prete gli risponde:  Hai ragione,
piccino mio.
 passato un mese e mezzo dal terremoto. Aspetto sempre il ritorno di mia madre e mio zio.
Tuttavia non si hanno loro notizie. Ripeto di continuo lo stesso incubo e mi sveglio nel cuore della
notte.
I bambini della chiesa sono tornati a scuola. Resto qui con il piccolo di tre anni.
L'insegnamento  obbligatorio fino a dodici anni. Nessuno sa che non sono mai andata a scuola.
Tutte le mattine, la signora Tanaka, che i bambini chiamano Obochan, viene a lavorare in
chiesa. Ha trovato una casa nel quartiere. Non faccio che gironzolare in giardino. Ho ancora paura di
uscire ed essere vista, anche se per strada non si sente pi gridare: "Prendete tutti i coreani!".
Ogni tanto la signora Tanaka mi chiede di aiutarla a lavare i piatti o in altre piccole mansioni.
Quando finisco il lavoro, mi dice:  Ottimo, Mariko! Alla tua et, com' possibile che tu sappia fare
cos bene le pulizie? Non l'ho mai vista arrabbiata. Ha sempre il sorriso sulle labbra carnose. Ha gli
occhi tondi.
Il bambino gioca al mio fianco. Nel pomeriggio fa un pisolino. Un giorno, decido di tornare
sulla collina. Mi segue portando un aereo di carta che gli ha dato il prete. Per lui, la passeggiata  un
po' lunga. In ogni caso, continua a camminare senza lamentarsi. Arrivati in cima, guardando la citt in
basso, esclama:  Com' alto! Lancia subito l'aereo di carta e gli corre dietro. Mi chiede di tornare tutti
i pomeriggi.
La citt non  ancora stata ricostruita. Restano le macerie dell'incendio. La fabbrica di
medicinali e il nostro nagaya sono scomparsi. Il panorama  completamente cambiato. La collina,
invece,  immutata. Trovo la pietra su cui ero seduta, da qui guardavo il fuoco insieme a mia madre.
Accanto a noi, un bambino piangeva in collo a una giovane. Non mi fa piacere ricordare altro.
Cammino cercando delle campanule. Non ce ne sono pi. Mi sdraio sul prato. Chiudo gli occhi.
Resto cos per un po' e poi mi assopisco.
Un giorno, in cima alla collina, il bambino nasconde qualcosa dietro di s e mi dice:
 Onochan, ho un regalo per te.
Rimango stesa. Sorride:
 Chiudi gli occhi, per favore.
Chiudo gli occhi. Lui esclama:
 Guarda!
Mi offre una genziana. Attratta dal viola tenue dei fiorellini a forma di campanella, mi rialzo. Si
siede accanto a me e dice:
 Non sono belle?
Le lacrime cominciano a scorrermi sulle guance. Mi chiede:
 Che cosa c'?
Singhiozzo, incapace di smettere. Mi salta al collo:
 Non piangere!
Mi abbraccia a lungo la testa. Quando mi calmo, mi rendo conto che  la prima volta che piango
dopo la scomparsa di mia madre e mio zio. Il bambino mi accarezza il capo:
 Mariko, Mariko. Che bel nome!  come quello di Maria, che ci protegge. Il padre dice che il
suo cuore  grande come il cielo e forte come la quercia.
Il vento asciutto e freddo dell'inverno comincia a soffiare. All'inizio di dicembre, cade la prima
neve. Il tempo nuvoloso dura per pochi giorni. Continuo a salire sulla collina con il bambino. Porta un
aereo che ha fatto lui. Lo controllo, seduta per terra. Non parlo con nessuno.
Un pomeriggio, dalla finestra, guardo il cielo coperto di nuvole basse. Il piccolo mi dorme
accanto. In giardino il prete pompa l'acqua dal pozzo e lava dei daikon in un secchio di legno. Indossa
il solito vecchio abito nero. Giorni fa la bambina che gli aveva chiesto se ero muta mi ha raccontato che
il prete  arrivato in Giappone da un paese lontano. Ha perso i genitori in seguito a una guerra in
Europa. Aveva solo quattro anni. "Allora," ha aggiunto, "anche lui  orfano da tanto tempo."
La signora Tanaka entra in camera portando delle stoffe e una scatola da cucito. Si siede vicino
alla finestra. Stende un tessuto nero e ci mette sopra un vecchio paio di pantaloni che mi hanno dato
qualche settimana dopo il mio arrivo. Taglia la stoffa seguendo la forma dei pantaloni.  molto abile,
come mia madre. Sulla stoffa nera, vedo l'immagine della mamma e il chima, con cui mi faceva un
paio di pantaloni invernali. La signora Tanaka mi sorride:
 Sono per te, Mariko. Ho scucito l'abito nuovo che il prete ha appena ricevuto. Mi ha chiesto
di ricavarne un vestito per te.
Vorrei tanto ringraziarla ma non riesco a pronunciare una parola. Chino gli occhi. Lei guarda il
bambino e dice:
 Dorme bene.
E mi sussurra:
 I bambini che sono qui non conoscono i genitori. Sono abbandonati. Lui  stato lasciato
davanti alla porta della chiesa, avvolto in un panno. Era cos bello. Non hanno lasciato alcun
messaggio. Credevamo che potesse avere sei o sette mesi. Nonostante la sfortuna, grazie alla dolcezza
del prete,  diventato un bel bambino.
Il piccolo si gira nel futon. La signora Tanaka smette di parlare e si alza per sistemargli la
coperta. Si siede di nuovo e riprende il lavoro. Guardando il prete che lava i daikon, dice:
 Ogni anno, la Chiesa del suo paese gli invia tende, lenzuola, un abito da prete e alcuni pezzi di
stoffa. Usa tutto per i bambini. Io insieme ad altre donne cristiane lo aiutiamo a cucire camicie,
pantaloni, gonne...  per questo che ogni giorno indossa quel vecchio abito nero.
Cadono lievi fiocchi di neve. Il prete finisce di lavare i daikon e getta l'acqua del secchio in un
angolo del giardino. Poi porta un grosso ciocco davanti alla staccionata e lo spacca con una scure. Tutte
le volte che brandisce l'ascia, il lungo vestito nero si agita.
Sorridendo, la signora Tanaka aggiunge:
 Sai, Mariko, noi donne lo abbiamo soprannominato "signor Tsubame".
Nel giardino i fiori di pesco cominciano a sbocciare. I passeri cantano rumorosi sugli alberi.
Lungo il fiume i salici germogliano. Non spira pi il vento invernale.  l'inizio della primavera.
Passeggio ogni giorno. Dopo il riposo pomeridiano, il bambino mi segue dappertutto. Cammino
pi che posso e, alla fine della giornata, sfinita, mi addormento appena mi corico. Cos evito di pensare
a mia madre e mio zio. Ciononostante mi sveglio spesso, con il cuscino bagnato di lacrime.
Un giorno, la signora Tanaka sistema un fornello davanti alla porta della chiesa. Mette il
carbone e lo accende. Poi ci adagia sopra una griglia. Incuriositi, i bambini le vanno intorno. Il piccolo
le chiede:
 Obochan, cosa fai?
Risponde:
 Qualcosa di buono da mangiare!
Prende una reticella piena di grosse conchiglie. Qualcuno grida:
 Gli hamaguri!
La signora Tanaka dice:
 Proprio cos! Conosci il nome esatto di queste conchiglie.  la loro stagione. Si mangiano
ogni anno per la Festa delle bambole.
Una bambina domanda:
 Perch?
 Fra tutti gli hamaguri, solo due met combaciano perfettamente anche se tutte in apparenza
sembrano simili. Ci auguriamo che le bambine possano incontrare l'uomo ideale per il resto della vita.
Ridacchiano tutti. La signora Tanaka, seria, dice:
 Dopo mangiato, giocate con le conchiglie e cercate di ricostruire le coppie originali. Vi
renderete presto conto che non  facile.
Il carbone brucia bene. Una dopo l'altra, le conchiglie schiudono la bocca. Il succo cade sul
fuoco spandendo un odore appetitoso. Il prete esce dalla chiesa.
 Che profumo! Che cos'?
Il piccolo risponde:
  l'odore della primavera!
Ridono tutti.
Il sole scalda rapidamente. I campi intorno alla chiesa sono coperti di astragali rosa. Distesa
sull'erba, guardo il cielo. Una coppia di rondini passa sotto le nuvole bianche. Sono tornate dal paese
caldo dove erano emigrate. Si seguono alla stessa velocit. Volano in alto, poi molto in basso, rasoterra.
Risalgono e si appollaiano un momento sul tetto di una casa. Penso: "Se fosse possibile rinascere,
vorrei rinascere uccello".
Un pomeriggio, dalla finestra noto il prete in piedi davanti alla chiesa. Con gli occhi rivolti al
cielo, resta fermo per molto tempo. Uscendo, la signora Tanaka gli chiede:
 Che cosa guarda?
 Il vecchio nido delle rondini che erano qui l'anno scorso. Spero che tornino presto.
Lei esclama:
  gi la loro stagione? Come passa in fretta il tempo!
Lui risponde:
 Davvero!
Anche lei osserva il tetto. Il prete dice:
 D'inverno, mi mancano le rondini.
Lei gli chiede:
 Nel suo paese ce ne sono molte?
 No, ma l'isola del Pacifico del Sud dove sono nato ne era gremita.
Sbalordita, la signora Tanaka ripete:
 Come, Pacifico del Sud?
 I miei genitori si recavano da quelle parti per il lavoro di mio padre, commerciante
nell'import-export. Durante l'ultimo viaggio, mia madre era incinta e ha avuto le doglie prima del
previsto. Mio padre ha fatto fermare la nave.  sbarcato da solo su un'isola abitata da una trib
autoctona. Ha incontrato il capo e gli ha spiegato l'urgenza della situazione. Lui li ha invitati a casa
sua, dove c'erano diversi bambini. Il giorno dopo la mia nascita,  dovuto partire.  tornato a prenderci
tre mesi pi tardi.
La signora Tanaka gli dice:
 Allora, non pu ricordarsi dell'isola n delle rondini.
 No, ma mia madre mi ripeteva che era un posto meraviglioso. I fiori sbocciavano ovunque.
L'isola era ricca di frutti e pesci. La gente si prendeva cura di noi. Mia madre credeva che fosse il
paradiso. Passeggiava con me in riva al mare, nei boschi, sugli scogli. Ogni giorno ammirava migliaia
di rondini.
La signora Tanaka dice:
 Ecco perch le piace osservare questi uccelli.
 S, replica. Tutti gli anni, quando devono migrare verso sud, provo nostalgia, come se il loro
paese fosse anche mio.
 Mariko!
Una mattina, mentre sto lavando i piatti, il prete mi chiama dalla finestra della cucina. Con fare
euforico, dice:
 Vieni!
Incuriosita, esco asciugandomi le mani e mi avvicino. Mi indica il tetto. Vedo una coppia di
rondini e il vecchio nido sulla tavoletta fissata contro il muro. Il prete mi sussurra:
  la stessa coppia dell'anno scorso. Ne sono sicuro! Riparano la loro casa.
Met del nido  ancora umida per il fango fresco. Con sguardo serissimo, il prete le osserva.
All'improvviso la coppia spicca il volo.
 Tsubame... pronuncio.
Spalancando gli occhi, volta la testa, pieno di stupore. Balbetta:
 Che... che cosa hai detto?
Ripeto:
 Ho detto tsu-ba-me.
Esclama:
 Allora parli!  la prima volta che ti sento!
Nasconde il viso fra le mani tremanti. Lacrime sulle guance. Alza gli occhi al cielo. Senza
girarsi, dice:
 Sai, Mariko, le rondini viaggiano in coppia e allevano i piccoli insieme. Covano le uova a
turno e cercano gli insetti per nutrire i rondinotti. Puliscono il nido, gettando gli escrementi. 
meraviglioso, non ti pare?
La coppia arriva con l'erba secca e la accomoda. Le osserviamo lavorare, in silenzio. Dopo un
po', il prete mi fissa in faccia e, tenendomi le mani, aggiunge:
 Mariko, sii coraggiosa. Dio ti protegger.
Le rondini spiccano di nuovo il volo. Le seguiamo finch non diventano macchie nere nel cielo
azzurro.
II
Apro la porta d'ingresso.
C' un sole abbacinante. D'istinto chiudo gli occhi. Respiro l'aria fresca del mattino. Sulla pelle
sento gli ultimi tepori estivi. Per un attimo, un venticello mi sfiora la guancia. Le cosmee all'angolo del
giardino si agitano leggermente. Gli uccelli cantano sul caco. Fra le foglie appaiono alcuni frutti verdi.
Alzo gli occhi verso il cielo limpido. Che bel tempo! Che tranquillit!  la quintessenza della
pace. La giornata comincia come al solito. Faccio il giro del giardino. Strappo le erbacce mentre
aspetto mia nipote, Tsubaki, per accompagnarla a scuola.
Abito a casa di mio figlio con sua moglie e i miei tre nipoti, che hanno sedici, quindici e sette
anni. Mio marito  morto sette anni fa. Abbiamo vissuto per oltre quaranta anni a Nagasaki. Poi ci
siamo trasferiti qui a Kamakura. Mio figlio, Yukio, lavora come chimico in un'impresa di prodotti
alimentari a Tokyo, a due passi da qui. Mia nuora, Shizuko, lavora part-time nella biblioteca del
quartiere. Ha perso i genitori in seguito ai bombardamenti dei B-29 su Yokohama. Non ha fratelli n
sorelle.
Drin, drin! Mi volto verso il campanello della bicicletta.
 Buongiorno, signora Takahashi!
 il figlio del signor Nakamura, un amico del mio defunto marito. Mi inchino:
 Buongiorno!
Mi sorride. Corre alla stazione di Kamakura, a prendere il treno per andare al lavoro.  il nostro
vicino. Suo padre abita in un altro quartiere, ma veniva da noi quasi tutte le settimane a giocare a sh?gi.
Passava pi tempo con mio marito che con il figlio. Non l'ho pi visto dal funerale di mio marito.
Drin, drin! Il suono del campanello si allontana. Alzo di nuovo gli occhi al cielo. Gli uccelli
volano via dall'albero. Sul muro di casa, guardo il nido delle rondini, che adesso  tutto secco. La loro
stagione volge al termine. Tengo lo sguardo fisso sul nido. "Tsubame..." Un dolore mi corre lungo il
corpo. Mi dico: "Dov' Yonhi Kim? Dov' Mariko Kanazawa? Chi  Mariko Takahashi?".
Oggi  il primo settembre. Una data che non dimenticher mai. Sono passati cinquantanove
anni dal terremoto. La scomparsa di mia madre e mio zio, la mia unica famiglia, mi ha sconvolto la
vita.
Il prete straniero mi port in municipio per mettermi in regola con il koseki. Spieg
all'incaricato: "I suoi genitori sono morti durante il terremoto. Ho provato a cercare la sua famiglia o
qualcuno che la conoscesse, ma purtroppo non si  presentato nessuno. La cosa peggiore  che ha perso
la memoria. In chiesa, al momento la chiamiamo Mariko Kanazawa". E cos, questo nome  stato
scritto, insieme all'indirizzo della chiesa, sul koseki, e sono diventata legalmente giapponese. Mia
madre aveva mantenuto la nazionalit coreana, ma io non sapevo se ce l'avevo o meno. Il prete ha fatto
tutto il possibile perch non diventassi apolide.
Sono rimasta in chiesa con altri orfani fino all'et di quindici anni. Quando ho trovato lavoro
come fattorina in una ditta di prodotti farmaceutici, ho deciso di andare a vivere da sola. Il prete mi ha
reso i soldi che gli aveva affidato mia madre. Con quel denaro ho affittato un appartamentino, lasciando
la chiesa.
Ho incontrato un farmacologo che lavorava in un laboratorio dell'impresa. Dopo un anno ne
sono diventata l'amante. Una volta incinta, ho scoperto che era gi sposato con una donna di una ricca
famiglia. Ho partorito in casa, con l'aiuto di un'ostetrica e della signora Tanaka che avevo conosciuto
in chiesa. Avevo solo diciotto anni. Solo pi tardi ho saputo che il vero padre di Yukio aveva una figlia
di nome Yukiko. La nostra relazione  andata avanti finch il prete non mi ha presentato un uomo, il
signor Takahashi. Era farmacologo anche lui e collega del padre di Yukio. Nonostante la contrariet dei
genitori, mi ha sposata e ha adottato mio figlio. Mio marito ha trovato un altro impiego in una
succursale della ditta a Nagasaki e ce ne siamo andati da Tokyo.
La sera prima della partenza, il prete mi ha restituito il diario di mia madre: me ne ero
completamente dimenticata. Erano passati dieci anni dal terremoto. In quel lasso di tempo, non avevo
mai letto, sentito parlare, n scritto nella mia lingua madre. Non ero pi in grado di decifrare il coreano,
soprattutto quello usato nel diario, in corsivo e con l'uso di molti caratteri dello hanmun. Non ho osato
mostrare il diario a nessuno per conoscerne il contenuto. Da allora, non so quante volte ho provato a
bruciarlo, ma mi  sempre mancato il coraggio.
Non accenno mai alle mie origini. Come un tempo mio marito, anche mio figlio crede che mia
madre e lo zio siano morti durante il terremoto del 1923. La sconfitta del Giappone e l'indipendenza
della Corea non hanno cambiato per niente l'atteggiamento dei giapponesi verso i coreani che vivono
nel paese. La discriminazione esiste ancora. Avere sangue coreano  una fonte di guai insolubili. Non
potrei mai raccontare la storia delle mie origini a mio figlio e alla sua famiglia. Non voglio che turbi la
nostra vita per alcuna ragione.
Adesso le cosmee sono immobili. Fisso lo sguardo sui fiori: rosa scuro, rosa pallido, rosa quasi
bianco. Le cosmee erano sbocciate anche quel giorno, quando mia madre  scomparsa. Chiudo gli
occhi. Vedo la sua immagine sovrapporsi a quella dei fiori.
 Aspetta, nonna!
Tsubaki esce di casa. Dal suo randoseru si sente un rumore.  ora di andare a scuola.
 Finalmente sei pronta! Andiamo, dico prendendola per mano.
Le vacanze estive sono finite. Nella scuola che frequenta Tsubaki oggi inizia il secondo
trimestre. Di recente, ha fatto amicizia con una bambina che si  trasferita nel quartiere insieme alla
famiglia durante le vacanze. Lei e la nuova amica, che si chiama Yumiko, si erano promesse di andare
a scuola insieme. Purtroppo ieri, all'improvviso, la sua compagna ha avuto mal di pancia ed  stata
ricoverata. Devono operarla di appendicite. Molto delusa, Tsubaki mi ha chiesto di accompagnarla
mentre l'amica sar assente. Ci vuole solo un quarto d'ora. Ho accettato.
Tsubaki  la mia nipote pi piccola.  nata l'anno in cui mio marito e io ci siamo trasferiti qui.
Era molto affezionata al nonno, pi della sorella e del fratello.
Camminando, Tsubaki canta una canzone con un ritmo che non riesco a seguire. L'ascolto
senza prestare attenzione. In ogni caso, non capisco le canzoni moderne. Tsubaki mi parla senza sosta
della classe e della maestra. Dice:
 Ci sono due alunne in classe mia che hanno dei nomi strani. Una si chiama Niizuma e l'altra
Wagatsuma. Quando si parla della moglie del signor Niizuma, diciamo: " la niizuma del signor
Niizuma". Quando il signor Wagatsuma presenta sua moglie, dice: "Ecco wagatsuma".
Rido:
  buffo.
Chiede:
 Nonna, sai perch mio padre mi ha chiamata Tsubaki?
 No, forse perch gli piacciono i fiori di tsubaki.
 Mi ha detto che era un modo per ricordarsi di Urakami, a Nagasaki, dove ha vissuto prima di
venire a lavorare a Tokyo. Vicino a casa, c'era un bosco di bamb con le camelie e lui trascorreva
molto tempo l a leggere o passeggiare.
Rispondo:
 Davvero? Non lo sapevo.
 E a te, nonna, chi ha messo nome Mariko? Mia madre mi ha spiegato che era raro e moderno
per l'epoca.
 S, dico, tua madre ha ragione. Da queste parti, non conosco nessuna mia coetanea con questo
nome.  stata mia madre.
Tsubaki continua:
 Perch ha scelto Mariko?
Faccio una pausa, poi rispondo:
 Mia madre amava la Chiesa cattolica. Conosci i nomi Maria e Kirisuto?
 S. Mariko  un nome carino. E prima di sposare il nonno, qual era il tuo cognome?
Mi fermo un attimo, invasa da un sentimento strano. Il mio nome da ragazza? Quale? Mi perdo
nei miei pensieri. Tsubaki mi guarda.
 Che cosa c', nonna?
Mi riprendo e dico:
 Prima di sposarmi, mi chiamavo Mariko Kanazawa.
Ho portato questo nome per dieci anni. Mi rendo conto che era tanto tempo che non lo
pronunciavo pi.
 Kanazawa?
Tsubaki lo ha ripetuto con aria stupita:
 Anche la mia amica Yumiko si chiama cos!
 Yumiko Kanazawa?
 S. Che coincidenza! Glielo dir.
Cammino in silenzio. Tsubaki ricomincia a cantare. Arriviamo all'entrata della scuola. Alzando
gli occhi al cielo, chiede:
 Che bel tempo! Cosa fai oggi, nonna?
Rifletto un attimo e dico:
 Forse andr a fare visita alla tomba del nonno. Ormai i fiori che ho messo giorni fa saranno
appassiti.
 Ah, s? Allora puoi comprare dei fiori di nezabudka?
 Nezabudka? Che cosa sono? Non li ho mai sentiti.
  il nome russo dei fiori di wasurenagusa. Una volta il nonno mi ha detto che gli piacevano
molto.
 Conosci certe cose su mio figlio e mio marito che io ignoravo. Va bene, se il fioraio li ha
ancora, li comprer. Come sai, la stagione dei wasurenagusa  gi finita.
I suoi compagni ci passano davanti. Suona la campanella.
 Arrivederci, nonna! Non dimenticare il nome nezabudka.
Tsubaki se ne va, correndo dietro alle amiche.
Mi chino davanti alla lapide su cui  inciso: "Tomba della famiglia Takahashi". Illuminata dal
sole, la superficie della pietra nuovissima risplende. Nei due vasi di bamb metto le campanule che ho
appena comprato. Quando le ho viste dal fioraio, non ho potuto resistere. I wasurenagusa, di cui mi
parlava Tsubaki, invece, non c'erano pi. Ho gi dimenticato come si chiamano in russo.
Da anni mio marito soffriva di cuore per colpa dei lavori forzati che aveva fatto in Siberia. Nel
1943 era stato trasferito nel laboratorio di un ospedale in Manciuria per compiere ricerche sui
medicinali di guerra. Il vero padre di Yukio era gi arrivato a Nagasaki con la famiglia per sostituirlo.
Poco prima della fine della guerra, mio marito  stato mandato in Siberia ed  tornato due anni dopo la
fine del conflitto. Siamo sopravvissuti alla bomba atomica senza di lui. Per fortuna, siamo scampati al
pericolo bench abitassimo nel quartiere della valle di Urakami, dove la bomba  caduta. Quel giorno,
ero andata in campagna a comprare del riso e Yukio accompagnava un collega di mio marito
all'ospedale universitario in centro. Nel momento dell'esplosione, si trovavano in un edificio di
cemento che li ha protetti dalle radiazioni. Il vero padre di Yukio  morto in casa.
Proprio quel mattino, sono uscita mettendo in borsa il diario di mia madre. Che destino! Sono
sopravvissuta anche a quella catastrofe portando con me solo le prove delle mie origini.
A mani giunte e occhi chiusi, prego per l'anima di mio marito. Aveva un gran cuore. Ha
protetto me e Yukio per tutta la vita. Ha perfino rinunciato all'eredit dei genitori, che si erano
fermamente opposti al matrimonio. Era l'unico figlio della ricchissima famiglia Takahashi.
So bene che avrebbe accettato la mia discendenza coreana, ma non volevo che condividesse
questo fardello. Avrebbe potuto arrecargli problemi nelle relazioni sociali e compromettere l'avvenire
di Yukio e dei suoi figli. Guardando la lapide, mi dico: "Tesoro, mi capisci? Ti sono stata sempre grata
per la tua forza e gentilezza. Grazie a te, ho potuto condurre una bella vita".
Alzandomi, d'un tratto mi torna in mente il nome del fiore in russo: nezabudka. A mio marito
non faceva piacere parlare dei due anni trascorsi in Siberia. Laggi doveva aver avuto una vita terribile.
Tuttavia aveva serbato il ricordo di quel fiore.
 Signora Takahashi!
 il signor Nakamura, il padre del vicino. Sto tornando dal cimitero.
Mi saluta:
 Come sta?
Rispondo facendo un inchino:
 Molto bene. La ringrazio dell'aiuto al funerale di mio marito.
Prosegue:
 Si figuri, signora. Il signor Takahashi e io eravamo buoni amici. Ha vissuto qui a Kamakura
solo sette anni, ma mi sembrava di conoscerlo da una vita. Abbiamo giocato tanto a sh?gi insieme! Mi
manca molto, anche se vinceva sempre. Suo figlio e la sua famiglia stanno bene?
Parla senza tregua. Mi ricordo che lui e mio marito chiacchieravano bevendo il sak. Non mi
sono mai unita. Non sono molto socievole.
Taglio corto:
 Mi scusi, oggi vado di fretta.
Nel momento in cui mi congedo, di colpo mi dice:
 Ha sentito le notizie sull'esumazione dei corpi dei coreani? Secondo la radio...
"Che cosa? L'esumazione dei corpi dei coreani?" Queste parole sono un colpo al cuore. Non
capisco subito cosa significhino. Non rispondo. Mi chiede:
 Non conosce la storia del Kanto-daishinsai?
Rispondo:
 Sono sopravvissuta a quel terremoto. Ho perso mia madre e mio zio.
Mi guarda in faccia, sbalordito:
 Mio Dio... Mi scusi. Sapevo che lei e suo figlio siete sopravvissuti alla bomba atomica di
Nagasaki, ma non avevo idea che fosse stata vittima anche del sisma.
Resto in silenzio. Dopo un po', con esitazione, dice:
 Sono molto addolorato per le persone che come lei hanno patito simili disastri. Eppure quando
penso alle migliaia di coreani che sono stati uccisi durante il conflitto, mi si spezza il cuore. Mi
vergogno di essere giapponese. La gente comune ha aderito spontaneamente al massacro credendo alle
falsit che il governo diffondeva. All'epoca abitavo a Funabashi. Ho sentito certe persone gridare: "I
coreani vogliono scatenare una sommossa!". Si diceva che qualcuno avesse fatto una soffiata alla
polizia...
Il signor Nakamura si ferma. Gli chiedo:
 Che cosa mi stava dicendo? "Secondo la radio..."?
 Ah, s, dice. Spiegavano che la cerimonia ufficiale di annuncio della dolorosa operazione
sarebbe avvenuta stamani sull'argine, vicino alla centrale di Arakawa. L'esumazione comincer
domani mattina alle nove.
Continuo:
 Chi riesuma i corpi? Il governo?
 Ma no! I coreani nisei e alcuni giapponesi che non hanno niente a che fare con il governo. A
quanto pare, la promotrice di questa iniziativa  una maestra giapponese. Ammiro il suo coraggio. 
un'onta che macchia la nostra storia. Il governo non ha mai presentato le scuse n offerto un
risarcimento. Mi perdoni, ho parlato troppo. Ma guardi che bel tempo! Bisogna approfittare.
Arrivederci!
Il signor Nakamura se ne va. Rimango l, turbata.
Volo sopra le nuvole. Sparse come i decori di un tappeto, si estendono all'infinito. Il vento fa
ondeggiare i miei capelli lunghi. Non sento il peso del corpo. Respirando l'aria pura, mi ripeto: "Sono
libera!". Dagli squarci fra le nubi, intravedo un villaggio accanto alla costa. Le case, gli alberi, i ponti,
il fiume... sono piccolissimi. Mi avvicino. Intorno alle case, lungo i sentieri, sulla diga del fiume, ci
sono le cosmee in fiore. In mezzo a grosse pietre, vedo anche genziane e campanule. Com' bello! 
cos fino alla costa. Le onde si infrangono sulle rocce bianche. I gabbiani planano gridando. Sono tutti
paesaggi familiari.
"Dove mi trovo?" rifletto qualche istante. "Ah, forse  il posto in cui  nata mia madre!" Faccio
la spola fra il villaggio e la costa. Gli uccelli mi seguono con il vento.
A un tratto, involontariamente, il corpo comincia a cadere. Il paesaggio mi ruota intorno.
"Aiuto!" La superficie del mare si fa sempre pi vicina. Terrorizzata, urlo: "Ah! Mamma!".
Mi sveglio appena prima di colpire l'acqua. Sono in un bagno di sudore. Resto a bocca aperta.
Ho sete. Ho gridato davvero? Spalanco gli occhi al buio. Non sento altro che il ticchettio della sveglia.
Accendo la luce. Sono solo le quattro del mattino.  il 2 settembre. Il giorno in cui mia madre 
scomparsa.
Non ho pi sonno. Mi alzo. Dal cassetto dell'armadio prendo il suo diario e guardo a lungo la
copertina ingiallita.
Apro la porta d'ingresso. Il sole abbacinante, il cielo limpido, l'aria fresca. Gli uccelli
cinguettano. Le cosmee splendono.  tutto bello come ieri. Eppure non mi sento bene. Ho mal di testa.
Mentre aspetto Tsubaki nel giardino, strappo le erbacce.
Drin! Drin! Il figlio del signor Nakamura passa davanti a casa. Mi saluta:
 Buongiorno, signora Takahashi!
Mi limito a fare un lieve inchino.
 Andiamo, nonna!
Salterella, canta e parla senza sosta. La seguo con passo incerto. Guardo l'orologio. Sono le otto
e venti. Tsubaki dice:
 Sbrigati, nonna! Far tardi a scuola.
Mi fermo.
 Mi dispiace. Dovrai andare da sola.
 Perch?
 Dimenticavo che stamani devo fare una cosa importante.
Delusa, risponde:
 Va bene. Arrivederci!
Se ne va di corsa. Cambio direzione e mi precipito subito alla stazione di Kamakura.
Scendo dal treno ad Arakawa, che si trova prima del ponte che supera il fiume. Cammino sulla
strada costruita sopra la diga. Sono gi le dieci. Nel momento in cui, dall'altra parte, vedo un gruppo di
persone in piedi lungo il parapetto, mi blocco. Sono figure quasi immobili. La gente sembra guardare in
basso. C' qualche bicicletta appoggiata sul ciglio della strada. Gli automobilisti guidano con prudenza.
Qualcuno si ferma e scende dalla macchina per vedere che cosa succede. Ripetono:
 Come? Cercano i cadaveri di centinaia di coreani seppelliti nel 1923? Incredibile!
Attraverso la strada. Qualcuno grida:  Che fossa! Mi batte il cuore. Mi avvicino al parapetto.
Sgrano gli occhi. Sull'argine vedo una fossa gigantesca. Potrebbe contenere un'intera casa. Pare che
stiano finendo di scavare. Dietro una pala meccanica c' una montagnola di terra. Intorno alla buca, un
altro gruppo di spettatori. In fondo, diversi uomini grattano la terra dalle pareti con un badile. Ogni
volta che qualcuno scopre un oggetto, le persone in alto si chinano chiedendo:
 Che cos'? Forse un osso!
 No. Probabilmente un pezzo di vetro.
"Un osso? Di chi? Di mia madre? Di mio zio?" Guardo di nuovo la diga, l'argine e il fiume, che
continuano a perdita d'occhio. Non oso scendere subito. Accanto a me due uomini stanno parlando. Si
somigliano. Uno dice all'altro:
 Pap, non sapevo che fosse un fiume artificiale scavato per l'evacuazione dell'acqua.
 Sei troppo giovane per ricordarti che nel 1910 la regione del Kanto  stata colpita da un
diluvio che ha causato numerosi danni.  per questo che hanno costruito questo canale, risponde il
padre.
 Nel 1910? Certo!  l'anno in cui il Giappone ha annesso la Corea, vero?
 Annesso? Eh! Chiamala pure invasione. Di conseguenza, migliaia e migliaia di coreani sono
venuti in Giappone a cercare lavoro.
Guardo il viso del padre. A mani incrociate, osserva serio l'operazione in basso. Le sue
palpebre mongole mi ricordano gli occhi di mio zio. Per un attimo mi chiedo se non sia di origine
coreana e non nasconda la propria identit ai figli perch  diventato giapponese...
Sento parlare degli eventi accaduti sulla diga dopo il terremoto. L'esercito aveva costretto
alcuni giapponesi a venire a scavare. I soldati avevano messo i coreani in fila e li avevano mitragliati. I
cadaveri erano stati bruciati con il petrolio e sepolti...
Penso a mio zio, una delle possibili vittime. Mi gira la testa. Mi turo le orecchie e chiudo gli
occhi. "No! No!" Resto immobile a lungo.
Il padre del giovane aggiunge:
 Devi sapere, figliolo, che le vittime non erano solo coreane, c'erano anche cinesi e giapponesi
della regione del T?hoku.
Il giovane dice:
 Cinesi e giapponesi? Perch?
 Li hanno presi per coreani per colpa del loro accento.
Mi ricordo dei vicini del nagaya, in cui mia madre e io abitavamo all'epoca. Era gente venuta
dalla provincia che parlava con un forte accento. Penso: "I giapponesi hanno ucciso anche i loro
compatrioti senza nemmeno identificarli?".
Il padre del giovane continua:
 I coreani sono stati uccisi in vari modi: con lance di bamb, picconi, seghe, coltelli.
 Li hai visti?
Il padre tace per un attimo, poi risponde:
 S. C'erano centinaia di cadaveri lasciati nei campi con il collo spezzato, le braccia rotte, la
testa spaccata. Addirittura il corpo di una donna incinta, con la pancia squartata e il bambino in vista.
Un'atrocit.
Sto per svenire. Mi chiedo: "Scendere gi o andarmene ora?". Dopo aver riflettuto, mi metto gli
occhiali da sole e raggiungo l'argine vicino alla gente che controlla i lavori. Alcuni uomini scattano
delle foto. "Saranno giornalisti?" Nascondo la fronte sotto la falda del cappello.
Dall'altra parte della fossa, vedo un gruppo di ragazze in chima-chogori insieme a una donna
che pare una professoressa. Mi avvicino. Le giovani parlano in coreano. Non capisco cosa si dicono.
Eppure l'inflessione mi suscita nostalgia. La donna guarda in fondo alla fossa, con un mazzo di fiori fra
le braccia. Non si muove. Il viso bianco, gli occhi a mandorla, gli zigomi prominenti. I lunghi capelli
neri raccolti sulla nuca, la riga in mezzo. La schiena drittissima. Guardo di nuovo i fiori azzurri che ha
in mano. Sono campanule! D'un tratto mi dico: "Mamma!". Sto per scoppiare a piangere. Mi tremano i
piedi. La donna comincia a canticchiare la melodia dell'Ariran. Mi scendono le lacrime. " qui! 
tornata a prendermi dopo cinquantanove anni di assenza!" L'azzurro delle campanule risalta sul bianco
della manica dello chogori.
L'operazione in fondo alla fossa continua. Lo spazio  ristretto. Ogni tanto gli uomini si danno
il cambio. Il rumore dello sfregamento per terra risuona sotto il sole caldo. Ogni volta che gridano la
parola "osso", mi vengono i brividi. La gente osserva, paziente oppure irritata, i lavori che sembrano
infiniti.
 Che cosa le succede?
Mi volto verso quella voce. Un uomo sorregge per le braccia un'anziana accovacciata per terra.
Sollevo la testa. La vedo in viso. Le labbra carnose. Gli occhi rotondi. Sbalordita, mi dico: "La signora
Tanaka!". No, non  possibile...
L'uomo che sorregge la donna per le braccia chiede:
 La conosce qualcuno qui?
Poi dice alla gente qualcosa in coreano. L'anziana protesta:
 Non  niente. Grazie,  gentile. Ho avuto un piccolo capogiro. Adesso sto bene. Torno a casa.
Si alza barcollando. L'uomo  preoccupato:
  sicura?
Mi avvicino:
 Signora, potrei accompagnarla io. Stavo per andare.
L'anziana mi guarda un attimo, con aria confusa. Insisto.
L'uomo mi suggerisce:
 Salite quella scala laggi.  una scorciatoia per prendere il treno o l'autobus.
Nella strada sopra la diga, il numero degli spettatori  diminuito. Diversi taxi aspettano lungo il
parapetto. Camminando lentamente con l'anziana verso la fermata, le chiedo dove abita. Mi d
l'indirizzo aggiungendo:
  un piccolo quartiere dietro la collina da cui si pu ammirare Tokyo. Durante il terremoto,
molte persone si sono rifugiate l.
" la collina delle genziane!"
Le dico:
 Aspetti un attimo, signora.
Mi giro verso il parapetto e chiamo un taxi.
L'anziana dice all'autista:
 Eccoci. La mia casa  qui vicino.
Il taxi si ferma all'imbocco di un vicolo a cui non  possibile accedere in macchina. Spiego al
conducente:
 Torno fra pochi minuti, il tempo di accompagnare la signora a casa.
Lei mi interrompe:
 No. Vorrei che rimanesse un po'.
Ora  lei a insistere. Rifletto un attimo. Le rispondo:
 Va bene. Vada pure, signore.
Gli pago la corsa. Aiuto l'anziana a scendere. Il taxi riparte. Siamo in un quartiere dove le case
sono ammassate disordinatamente. Mi guardo intorno.
Le chiedo:
 Dov' la collina di cui mi parlava?
Con il dito indica il nord. Vedo solo un alto edificio di cemento. Dice:
 La collina  nascosta da quella casa. Ma non  lontana. Un quarto d'ora a piedi. I miei figli ci
giocavano ogni giorno dopo la scuola.
Mi conduce nel vicolo molto stretto e completamente all'ombra. Fa fresco. Cammino piano
piano dietro di lei. Per terra ci sono scatoloni di cartone e bottiglie di birra vuote. La strada 
costeggiata da varie case a un piano. Guardo le finestre, i tetti, le porte. A un certo punto mi colpisce un
profumo, mi fermo e le chiedo:
 Che cos' questo profumo?
Risponde:
  il kimchi. Non esiste pasto senza riso e kimchi!
Un gatto sta girovagando. Le cosmee si agitano nell'aiuola davanti a una casa. "Dove sono?"
Un attimo e piombo nell'infanzia. " il posto in cui un tempo vivevo insieme a mia madre!" Il dolore
mi attraversa il corpo. Mi tremano le gambe. "Non  possibile..."
L'anziana si volta verso di me.
 Mi scusi se la faccio venire in un posto cos sporco.
Scuoto la testa:
 Non si preoccupi, signora. Vorrei solo accertarmi che lei arrivi a casa senza problemi.
Faccio una pausa, poi chiedo:
 Suo marito c'?
 No.  morto da diversi anni. Abito da sola. E lei?
 Anche mio marito  morto.
 Allora siamo vedove!  sempre cos. Le donne vivono pi degli uomini. Forse  meglio, dice.
Chiedo:
 Perch?
 Dopo aver perso la compagna, gli uomini si deprimono con facilit. Probabilmente sono pi
romantici delle donne.
Sorrido. Siamo arrivate. Sopra la porta c' appesa una targhetta. Mi dice:
  il cognome di mio marito, il signor Yi. Io sono la signora Kim. In Corea, il cognome delle
donne non cambia dopo il matrimonio. Yi e Kim sono nomi comuni.
"Kim?" Sono sconvolta. La signora Kim mi chiede:
 E lei come si chiama?
Balbetto:
 Io? Sono la signora Takahashi.
Sorride:
 Piacere, signora Takahashi.
 una vecchia casa con una finestra sulla facciata. Il legno della struttura  sbiancato. Guardo il
tetto. La superficie della grondaia presenta segni di riparazione. La signora Kim apre la porta senza
usare la chiave. Entriamo e lei non chiude.
 Lascia la porta aperta?
 S, dice. Qui ci conosciamo tutti, siamo come una famiglia. Del resto, in casa mia non c'
niente da rubare.
Mi offre uno zabuton. Mi siedo davanti al tavolo basso. In un angolo, c' un pacco postale
ancora chiuso. Davanti, una libreria piena di libri coreani  appoggiata al muro. Su uno scaffale, c'
una foto in bianco e nero, incorniciata e ingiallita. Due ragazzi e una ragazza sorridenti sono in piedi. I
maschi indossano un'uniforme studentesca nera e la femmina un costume. Servendomi una tazza di t
freddo, la signora Kim dice:
 Sono i miei figli. La femmina abita vicino a me e i maschi sono all'estero.
La parola "estero" mi stupisce. L'immagine di questo quartiere non si accorda a quel termine.
Mostrandomi il pacco, aggiunge:
 L'ho ricevuto stamani da mio figlio minore prima di andare alla diga sull'Arakawa.
Noto i francobolli stranieri. Chiedo:
 Che cosa fanno i suoi figli all'estero?
Risponde:
 Il maggiore lavora negli Stati Uniti e il minore in Canada. Sono professori.
 Professori?
Taccio. Non so cosa dire. "La madre di due figli professori vive in un quartiere del genere?" La
signora Kim non nota il mio smarrimento. Insiste perch mangi qualcosa prima di andarmene. Guardo
l'orologio.  l'una. Senza aspettare la mia risposta, va in cucina e comincia a preparare. Finisco il t.
Sento qualcuno.
 Buongiorno, signora Kim.  in casa?
Entra una donna sulla quarantina, un cesto di bamb in braccio. Vedendomi, si inchina. La
signora Kim esce dalla cucina, me la presenta e le spiega il motivo per cui sono l. La donna mi dice:
  gentile. Grazie per averla riaccompagnata.
Le fa vedere cosa c' nel cesto. Sono pannocchie di mais bollite. Il giallo splende. Le dice:
 Mio marito ne ha comprate tante ieri. Ne ho mangiate alcune poco fa. Sono squisite! Assaggi.
La signora Kim esclama:
 Arrivi al momento giusto! Le guster insieme alla mia ospite.
Appoggia il cesto sul tavolo. La donna mi saluta un'altra volta e se ne va. Domando:
  una sua parente?
 No,  una mia vicina giapponese, risponde tornando in cucina.
Ho gli occhi fissi sulle pannocchie di mais. Mi appare l'immagine di mio zio e delle sue dita
affusolate. Sorride. Fuma. Canta. Scrive. Mangia qualche pannocchia di mais con appetito. Le lacrime
mi offuscano la vista. Di fronte a me, i chicchi gialli sfumano.
Sono arrivata in cima alla collina. Non c' nessuno. Con mia grande sorpresa,  selvaggia come
un tempo, nonostante la citt sia completamente cambiata. Guardo nella direzione in cui si trovava il
nostro nagaya. Intravedo vecchie fabbriche. Si alzano colonne di fumo grigio.
Mi siedo su una vecchia panchina di legno, vicino a un albero. All'ombra fa fresco. Chiudo gli
occhi. Vedo mio zio, le campanule, le genziane, gli uccelli, gli alberi... Per un attimo, sento la voce
della donna che grida: "Signora Kanazawa!".
Osservo il cielo azzurro. Rifletto sulle parole della signora Kim. Ascoltandola, ho avuto
l'illusione di avere davanti la signora Tanaka. La signora Kim mi ha chiesto: "Ha figli?". Ho risposto:
"Un maschio". "Che cosa fa?" " chimico." Ha taciuto per un momento, poi ha continuato: "I nostri
figli erano sempre fra i migliori della classe. Quando il maggiore ha compiuto sedici anni, ci ha chiesto
se potevamo avere la nazionalit giapponese per tutta la famiglia. Siamo rimasti sbalorditi. Ha detto:
Senza la nazionalit, anche se studier molto ed entrer in una buona universit, comunque non
riuscir mai a trovare un buon lavoro. Mi piacerebbe diventare professore di matematica. Non 
nemmeno scontato che la scuola accetti che gli zainichi si presentino all'esame di ammissione'. Mio
marito gli ha spiegato: Devi capire che kika non vuol dire semplicemente ottenere la nazionalit
giapponese conservando la propria identit razziale. Occorre abbandonare la nazionalit d'origine e
diventare giapponese prendendo un nome nipponico. E se diventi giapponese, i coreani di qui non ti
accetteranno pi come compatriota mentre i giapponesi, se vengono a conoscenza delle tue origini
coreane, non ti considereranno mai uno di loro. Non ha senso. Se ci tieni davvero a fare il professore,
va' all'estero. Anche se ti affermassi nella professione, non sarei felice sapendo che devi ancora
nascondere la tua identit'".
Ogni parola pronunciata dalla signora Kim mi ha suscitato un vivo dolore. Penso a mio figlio e
ai miei nipoti. Mi ha detto: "Lei  giapponese. So che non  facile capire la nostra situazione". A capo
chino, mi limitavo ad ascoltarla in silenzio.
La signora Kim ha continuato: "I miei figli erano sempre oggetto di ijime. I compagni li
prendevano in giro per il cognome coreano, dicendo: Tu, ch?senjin!'. Spesso i maschi tornavano a
casa con il volto ferito. E nostra figlia piangeva di continuo perch i compagni le rubavano le cose di
scuola e gliele gettavano nella spazzatura. Il governo giapponese pretendeva che avessimo un nome
giapponese, ma mio marito si  sempre rifiutato. Quando i miei figli gli hanno chiesto di cambiare
nome, ha detto loro: Non cambieremo nome per nascondere la nostra identit coreana. Voi non dovete
correggere niente. Sono i vostri compagni che devono correggere il loro comportamento!'. Aveva
pienamente ragione. Tuttavia compativo i miei figli. Capivo cosa provavano i genitori che usavano un
nome nipponico. Del resto, non  nemmeno facile vivere nascondendo la propria identit; immagino
che la vita di chi fa questa scelta sia difficile quanto la nostra, dal momento che deve affrontare gli
stessi ostacoli di tutti gli zainichi coreani e in pi deve portarsi un peso sulla coscienza, come se
mentisse a se stesso".
Queste affermazioni mi hanno stretto il cuore. Avrei voluto gridare, ma era necessario che
mantenessi la calma.
Timidamente le ho chiesto perch, dopo la guerra, lei e il marito non fossero tornati nel loro
paese. Mi ha detto: "Sono nata nell'isola di Jeju e l'ho lasciata insieme a mio marito per scampare
all'epidemia di colera che aveva colpito la popolazione nell'estate del 1920. All'epoca, era una terra
molto misera. La gente si  impoverita ancora di pi. Allora abbiamo deciso di venire in Giappone per
cercare lavoro. Dopo il massacro dei coreani successivo al terremoto, eravamo spaventati all'idea di
continuare a vivere qui ma non sapevamo dove andare. La vita sull'isola non era migliorata. Partire per
il continente era fuori discussione. Laggi, la discriminazione verso la gente originaria dell'isola era
altrettanto dura di quella praticata in Giappone. Allora abbiamo deciso di non spostarci".
Alla fine, poi, ha detto una cosa che non mi sarei mai aspettata: "Nella crisi del 1923, siamo
stati salvati da un poliziotto giapponese". Secondo lei, ha protetto circa trecento coreani nella stazione
di polizia in cui lavorava. Mille giapponesi erano arrivati gridando che i coreani avevano avvelenato i
pozzi. Il poliziotto ha urlato: "Se  cos, portatemi quell'acqua. La berr!". L'ha bevuta davvero.
Finalmente quella gente se ne  andata. Senza di lui, la signora Kim e suo marito sarebbero stati uccisi.
Ha aggiunto: "Purtroppo incontrare una persona tanto coraggiosa capita molto di rado. In ogni caso, il
fatto che ci sia gente come lui, come la maestra giapponese e gli altri che alzano la voce per le vittime
di quel massacro, ci ha infuso la speranza di vivere qui".
Mi stendo supina sull'erba. Vedo solo il cielo. Tira un po' di vento. Gli uccelli cantano su un
albero. Che tranquillit! Chiudo gli occhi. Vorrei starmene cos a lungo, senza pensare a niente.
Vago in una strada costeggiata da negozi. Per poco non urto qualche passante. Non so dove mi
trovi esattamente, n come sia arrivata qui dopo essere scesa dalla collina. Mi sento inerte, come se
fossi precipitata in uno stato di prostrazione.  strano che riesca ancora a camminare.
Mi fermo davanti a una libreria. In vetrina, sono esposti alcuni libri per bambini. Uno intitolato
Oyayubi-hime cattura la mia attenzione per l'immagine di una bambina piccola seduta su una rondine,
che vola sopra i fiori. Ha uno sguardo deciso e la rondine un'aria fiera. D'un tratto, vedo il volto del
prete. La barba nera, il naso lungo, gli occhi castani scuri.  in piedi, con il suo vecchio abito nero.
Entro in libreria. Chiedo alla donna dietro al bancone di vedere quel libro. Ne prende una copia
dallo scaffale:
  una storia che piace molto ai bambini.
Apro la prima pagina. "C'era una volta... una donna che desiderava tanto avere un bambino
piccolissimo. Un giorno, and da una vecchia strega e le chiese...." Seguo le figure. Racconta di una
bambina che si chiama Pollicina. Salva una rondine ferita e, dopo aver trascorso una vita infelice, parte
insieme a lei per un paese caldo. Su un prato coperto di fiori, incontra il principe azzurro e si sposano.
Dico alla signora:
 Signora, ne prendo due.
Ripete:
 Due?
 S.
Esco dalla libreria e salto su un autobus diretto alla stazione, da l potr tornare a Kamakura.
Tutti si accomodano per la cena. I nipoti raccontano la loro giornata. Mangio in silenzio.
Shizuko mi dice:
 Sembrate stanca.
Rispondo:
 Ho camminato troppo. Cercavo dei libri che volevo comprare da anni.
Mio figlio mi lancia un'occhiata. D'improvviso Tsubaki gli chiede:
 Pap, che cosa significa zainichi?
Per poco non mi cadono le bacchette. Chino gli occhi. Shizuko guarda il marito. Tsubaki
continua:
 Oggi, qualcuno in classe ha detto che la mia amica, Yumiko,  zainichi.
"Yumiko  zainichi?" Sono sorpresa. Prima che mio figlio risponda, Natsuko, la maggiore, si
intromette:
 Non sapevo che fosse coreana!
Tsubaki ripete:
 Yumiko  coreana? Zainichi vuol dire coreano?
Mio figlio spiega:
 Gli zainichi sono gli stranieri che abitano in Giappone. Si usa spesso questa parola per
indicare gli immigrati coreani perch rappresentano la maggioranza.
Tsubaki dice:
 Ma... Yumiko parla giapponese come tutti. Ha anche il cognome giapponese. Lei e i suoi
genitori sono nati in Giappone. Allora perch non  giapponese?
Mio figlio risponde:
 Perch la tua amica non ha la nazionalit giapponese. Non ha il koseki. Come sai bene,
Tsubaki, quando andiamo all'estero ci serve il passaporto giapponese. Per ottenerlo, occorre mostrare il
koseki. La famiglia della tua amica ha ancora la nazionalit della Corea del Sud o del Nord.
 Il Giappone non vuole che gli stranieri abbiano la nazionalit giapponese?
 S, ma  molto difficile ottenerla. Cos alcune persone, anche di seconda o terza generazione,
devono vivere qui come immigrati.
Insoddisfatta, Tsubaki continua:
 Mi sembra strano. Per me, Yumiko  giapponese e basta.
Mia nuora le dice:
 Per te, non  importante la nazionalit della tua amica. L'unica cosa che conta  che Yumiko
sia tua amica.
Dopo cena, su insistenza della madre, Tsubaki esce dal salotto per andare a fare il bagno.
Natsuko continua la conversazione di prima con suo padre. Fuyuki, il fratello minore, li ascolta.
Lei chiede:
 Pap, quanti sono gli zainichi coreani?
 Pi o meno seicentocinquantamila, credo.
 Cos tanti?
 S.
 Sono i discendenti della gente portata in Giappone per i lavori forzati durante la
colonizzazione giapponese, vero?
Riflettendo, mio figlio risponde:
 Non proprio, Natsuko. Ho letto di recente in un libro che, dopo la guerra, il governo
giapponese ha rimandato la maggior parte di loro in Corea.
Guardo mio figlio.  la prima volta che lo sento parlare di queste cose. Dice:
 Gli zainichi coreani sono soprattutto i discendenti di coloro venuti qui spontaneamente
durante la colonizzazione.
Mi ricorda la storia della signora Kim. Aggiunge:
 Ci sono anche i discendenti dei clandestini arrivati subito dopo la guerra oppure durante la
rivolta in Corea.
Natsuko dice:
 Davvero?
"Clandestini?"  una parola che mi ferisce. Vedo l'immagine di mia madre e mio zio. La
perdita del lavoro, della patria, della libert. Ad accogliere questa gente in un paese sconosciuto c' una
vita miserevole.
Natsuko continua:
 Perch queste persone, come la famiglia di Yumiko, hanno ancora un nome giapponese
bench la colonizzazione sia finita da un pezzo? Per evitare ogni forma di discriminazione?
Con espressione corrucciata, mio figlio dice:
 Purtroppo.
Fuyuki apre bocca per la prima volta:
  proprio malsano.
Natsuko gli chiede:
 Che cosa  malsano? Nascondere la propria identit?
Replica:
 No, non  questo.  la societ giapponese a essere malsana. Queste persone non possono
presentarsi con il loro vero nome.
Mio figlio ribatte:
 Hai ragione, Fuyuki.
I miei nipoti escono dal salotto per andare a fare i compiti. Mio figlio legge il giornale. Mi
chiedo: "Ci saranno degli articoli sull'argine dell'Arakawa?", ma non oso domandarglielo. Apro una
rivista e sfoglio le pagine a caso. Osservo il volto di mio figlio. Mi ignora. Dopo un po', esitante, dico:
 Sai, Yukio...
 Cosa? risponde senza guardarmi.
Taccio. Mi rivolge un'occhiata da sopra gli occhiali.
Balbetto:
 Ti... ti ricordi che mia madre e mio zio sono morti durante il Kanto-daishinsai?
 Certo. In effetti, pensavo a loro.
"Come, pensava a loro? Che cosa significa?"
Continua:
 Oggi  l'anniversario della loro morte, vero?
 S...
 Ieri ho sentito alla radio che questa settimana esumeranno i corpi dei coreani su un argine
dell'Arakawa. Lo sapevi?
Non so cosa rispondere. Rabbrividisco. Cerco di nascondere il turbamento.
Dico semplicemente:
 No.
Mio figlio posa il giornale e gli occhiali sul tavolo e mi spiega ci che ha sentito alla radio. Lo
ascolto distratta. Mi torna in mente l'immagine della signora Kim. Mio figlio conclude:
 So che questa storia non ha niente a che vedere con la morte di tua madre e tuo zio. Forse
potremmo erigere una tomba per loro.
Sbalordita, ripeto:
 Una tomba per loro?
 S. Anche se sono passati cinquantanove anni, non  mai troppo tardi per pregare perch la
loro anima riposi in pace, come tentano di fare i coreani.
Affermo:
 Tuo padre mi aveva proposto la stessa cosa e mi ero rifiutata.
 Perch?
 Non mi rimetter mai dalla perdita della mia famiglia. Quel terremoto mi ha gi fatto soffrire
abbastanza. All'epoca avevo solo dodici anni. Se vedessi la loro tomba, il mio dolore diverrebbe ancora
pi profondo.
Mio figlio concorda:
 Capisco. In realt, era un'idea di Shizuko. Come sai, ha perso i genitori durante i
bombardamenti su Yokohama.
Restiamo in silenzio. Riprende il giornale e gli occhiali.
 Tesoro! Puoi aiutarmi?
Shizuko lo chiama dalla cucina. Lui risponde:
 Aspetta! Vengo subito.
Si alza e mi chiede:
 Perch stasera hai parlato di tua madre e tuo zio? Volevi dirmi qualcosa?
Rispondo:
 No, niente.
Se ne va.
"Ferma!"
Dietro di me ho sentito la voce minacciosa di un uomo. Mi preme qualcosa alle spalle, sembra
la punta di un bastone. Prima che volti la testa, dice:
"Mani in alto!".
Mi si gela il sangue per il terrore. Ha una pistola!' Alzo le mani.
"Bene, ora va' avanti."
Cammino timidamente. Urla:
"Veloce! Ti aspettano tutti!".
Tutti, chi?' Spinta, arrivo sulla diga di un fiume. Sull'argine vedo una gigantesca fossa e,
intorno, migliaia di persone.
Grido:
"No! No!".
L'uomo mi spinge con pi forza:
"Scendi! C' tua madre".
C' mia madre?' Grido con tutto il fiato:
"Mamma!".
Fra la folla qualcuno agita la mano. Sar la mamma.' Scendo correndo nella discesa della diga.
L'uomo urla alle mie spalle:
"Ferma o sparo!".
Lo ignoro e continuo a correre. Uno sparo. D'un tratto, il mio corpo fluttua nell'aria e si alza in
cielo. Volo!' La fossa diventa piccola. A braccia aperte, volteggio sopra la gente. Cerco mia madre.
"Aiuto!"
Ora tutti agitano le mani verso di me. Mi avvicino. Qualcuno mi prende le braccia, qualcun
altro i piedi. Mi contorco. Vedo il fondo della fossa. Sono presa dal panico:
"Lasciatemi!".
Mi sveglio al buio. Per un attimo mi chiedo: "Dove sono? Nella fossa?". Piano piano i miei
occhi si abituano all'oscurit. Guardo le tende, la pendola, il calendario sul muro. Respiro
profondamente e mi alzo. Prendo il diario di mia madre dal cassetto. Seduta, resto immobile sul letto
fino all'una e passa di notte.
La porta d'ingresso  aperta. Chiamo:
 Buongiorno, signora Kim!  in casa?
Da dentro, la voce risponde:
 Entri!
 in casa. Non appena mi vede, esclama:
 Che sorpresa! Venga!
 seduta davanti al tavolo basso, con una matita in mano. Noto alcuni pezzi di carta su cui 
scritta una cifra. Intorno a lei, ci sono giocattoli sparsi. Le dico:
 La disturbo?
 No, tutt'altro. Sono contenta di rivederla. Mi  dispiaciuto di non averle dato il mio numero di
telefono l'altro giorno.
Sposta i giochi e mi d uno zabuton. Mi spiega:
 Sono i regali che mi ha inviato mio figlio minore per distribuirli ai figli dei vicini. Guardi.
Sono tutti diversi. Non  facile accontentare ogni bambino, cos ho deciso di estrarli a sorte. Almeno
eviter il problema di sceglierne uno per uno.
 Ha ragione, dico.
Mentre mi prepara una tazza di t, continua a parlare dei figli e delle loro famiglie, che
torneranno in Giappone per le vacanze invernali.
 Ieri sera, mia nipote di dieci anni mi ha cantato una canzone coreana al telefono.  molto
graziosa. Parla inglese, spagnolo e un po' di coreano. Sua madre  messicana... Dopo la morte di mio
marito, mio figlio mi aveva invitato ad andare a vivere laggi con la sua famiglia, ma ho rifiutato. Sono
felice qui, in compagnia dei nostri compatrioti e dei vicini giapponesi...
La signora Kim si interrompe un attimo e mi guarda:
 Ha una brutta cera. Si sente male?
 No. Ho dormito poco. Tutto qua, rispondo. In effetti, sono tornata perch vorrei chiederle un
favore...
Sorride:
 Tutto quello che vuole! Spero di poterla aiutare.
Prendo il quaderno di mia madre dalla borsa e lo poso sul tavolo. Incuriosita, guarda la
copertina su cui non c' scritto niente.
 Che cos'? Questa vecchia carta mi ricorda il periodo prima della guerra, afferma.
  il diario che mi ha lasciato mia madre poco prima di morire.
Ripete:
 Il diario di sua madre?
 S. Potrebbe leggermelo?
 Leggerglielo? Perch?
Prende gli occhiali e si china di nuovo sul quaderno. Girando la copertina, esclama:
 Sua madre era coreana!
Mi squadra, sbalordita. Annuisco. Dopo un po', chiede:
 Questo significa che anche lei  coreana?
 Almeno per met, dico.
 Per met? Suo padre era giapponese?
 Non lo so.
 Come, non lo sa?
 Sono una figlia naturale. Mia madre non mi ha mai parlato di mio padre.
Sto zitta. Temo la sua reazione. Giorni fa, ho mentito. La signora Kim fissa a lungo la prima
pagina del diario. Mi sembra che non stia leggendo. Pare riflettere. Chino gli occhi. Domanda:
 Anche sua madre  stata uccisa durante il terremoto?
 Penso di s.  scomparsa il giorno dopo, una volta che mi ha messa in salvo in una chiesa. 
andata in cerca di suo fratello che lavorava sulla diga del fiume Arakawa.
 E che cosa  successo a suo zio?
 Non lo so esattamente. Nemmeno lui ha fatto ritorno, come mia madre.
 Mio Dio... Poveretta!
La signora Kim si toglie gli occhiali e dice:
  per questo che giorni fa  venuta sulla diga. Deve essere stato molto doloroso per lei
assistere all'esumazione.
Si asciuga una lacrima all'angolo dell'occhio. Taccio. Dopo un po', incerta, chiede:
 La sua famiglia conosce questa storia?
Scuoto la testa senza guardarla:
 No. Non la conosce nessuno.
 Come pensavo... ma almeno il suo marito giapponese avr saputo delle sue origini coreane.
Quando ci si sposa, l'identit della moglie viene sempre inserita sul koseki.
Affermo:
 Prima del matrimonio, ero gi giapponese.
 Sarebbe a dire?
Racconto ci che il prete della chiesa aveva fatto perch ottenessi la nazionalit giapponese.
 Non avevo altra scelta. Ha agito nel modo migliore pensando al mio futuro.
 Allora suo marito l'ha sposata senza conoscere le sue origini?
 S.
La signora Kim non sa cosa dire. Scende un silenzio pesante. Sentiamo solo il ticchettio della
pendola. Trattengo il respiro. Temo che quella pesantezza durer in eterno, se non la spezzo:
 Mio figlio ha ricevuto un'ottima istruzione e lavora in una buona impresa. Ora ho tre nipoti.
Conduco una vita tranquilla insieme alla sua famiglia. Non potrei mai sconvolgere la loro esistenza con
la mia storia. La prego di capirmi...
Resto senza parole per qualche istante. La signora Kim si copre il viso con le mani:
 Che complicazione! Che fardello!
Cerco di trattenere le lacrime invano. Singhiozzo. Mi tende un fazzoletto di carta. Asciugando
le guance, mi rendo conto che non piangevo da molto tempo.
Non appena mi calmo, la signora Kim riprende gli occhiali e guarda ancora una volta la prima
pagina del diario di mia madre. Dice:
 A giudicare dalla bella calligrafia, sua madre doveva essere molto colta.
Rispondo:
 In Corea, era professoressa in una scuola media femminile.
 Professoressa? E perch ha abbandonato il paese?
 Lei e mio zio erano perseguitati dai giapponesi perch lottavano per l'indipendenza.
 Allora sua madre e suo zio sono eroi della nostra patria.  un peccato che non possa
raccontarlo alla sua famiglia.
La signora Kim comincia a leggere il diario, traducendomelo. Ascolto a occhi chiusi. Mia
madre ha annotato tutti gli eventi della vita dei coreani che ha incontrato. Le date non sono in ordine, a
volte manca qualche giorno, a volte intere settimane. Mi pare che abbia fatto avere queste informazioni
ai compagni che, in Corea, hanno continuato il movimento per l'indipendenza. Non scrive niente di me.
Non cita nemmeno il mio nome n quello del fratello.
Arrivata a met del diario, la signora Kim dice:
  un documento prezioso per la storia coreana.
Non rispondo. Continua a leggere. Il giorno del terremoto si avvicina. Divento tesa. Quando
pronuncia la data "primo settembre 1923", un brivido mi attraversa la schiena. Mia madre ha descritto
con minuzia ci che  accaduto quel giorno. "Quando ha annotato queste cose?" Cerco di ricordare. Lo
avr fatto in cima alla collina mentre dormivo sulle sue ginocchia.
Sfogliando le pagine, la signora Kim dice:
 Il diario si conclude qui.
Sfoglia il quaderno fino all'ultima pagina e dice:
 Ah, nell'interno della copertina si legge qualcosa.  una scrittura rapida. Sua madre deve aver
preso nota di fretta. Non  facile da decifrare. Aspetti...
Legge esaminando ogni parola:
 2... settembre... 1923... Per... il mio... tesoro... la figlia... del... signor... L si ferma un
attimo. Riflette. Me lo ripeto: "Per il mio tesoro, la figlia del signor chi?". Il cuore mi batte
all'impazzata. Fisso le labbra della signora Kim. Aspetto. Sta ancora cercando il carattere successivo. E
d'un tratto, esclama:  Signor Tsubame!
"Come? La figlia del signor Tsubame? Il prete straniero dell'orfanotrofio!" La signora Kim mi
guarda. Sul suo volto, mi appare quello della signora Tanaka che dice: "Mariko, noi donne lo abbiamo
soprannominato signor Tsubame'".
Sbalordita, chiedo alla signora Kim:
 Pu leggermelo un'altra volta?
Ripete confermando:
 2 settembre 1923. Per il mio tesoro, la figlia del signor Tsubame.
Si toglie gli occhiali e mi restituisce il diario:
 Allora adesso ha scoperto chi era suo padre. Lo conosce questo signor Tsubame?
 No...
Sorridendo, afferma:
  la prima volta che sento Tsubame come cognome giapponese. Forse  un soprannome.
Non rispondo. Rimetto il diario nella borsa e dico:
 Mi scusi di non averle detto la verit i giorni scorsi. Non ne ero capace.
 Non si preoccupi. Capisco perfettamente la situazione. Non racconter mai la sua storia.
Faccio un profondo inchino. Aggiunge:
 Il fardello che si porta addosso non dipende da lei. Nessuno ha il diritto di fargliene una colpa.
Bevendo il t, cerca di cambiare argomento e parla di sua figlia. Non riesco pi a concentrarmi
su niente. Ho la testa interamente occupata dall'immagine del prete straniero. "Il signor Tsubame era
mio padre..." Mi ricordo che i suoi genitori erano morti a causa di una guerra in Europa. Di quale
paese si sar trattato? Allora per met sono europea? I capelli del prete erano neri neri. Aveva gli occhi
castani... Era molto alto. Come aveva fatto mia madre a incontrarlo poco dopo il suo arrivo in
Giappone?
Guardo la pendola sul muro. Sono gi le cinque del pomeriggio.
Quando me ne vado, la signora Kim mi segna il suo numero di telefono su un pezzo di carta.
Prendendolo, penso che non lo user per venire a trovarla un'altra volta.
Oggi  il 9 settembre. Dopo la scuola, Tsubaki gioca con la sua amica, Yumiko, che si  rimessa
dall'operazione. Sedute sull'engawa, disegnano chiacchierando. Strappo le erbacce nell'orto. La
stagione delle verdure  quasi finita. Le foglie di zucca e anguria sono appassite. Qualche cetriolo resta
appeso ai tralci arrotolati a un'asta di bamb. Raccolgo l'erba che giorni fa ho lasciato per terra. 
molto secca. Non c' vento. Decido di bruciarla.
Aspetto che Tsubaki dica a Yumiko:
 Ho una sorpresa per te!
Entra in casa e torna con i libri. Le dice:
 La nonna ha comprato a tutte e due lo stesso libro.
Yumiko esclama:
 Oyayubi-hime!  da tanto tempo che lo desideravo.
Scende subito dall'engawa e si avvicina di corsa:
 Grazie! dice stringendo il libro al petto.
Mi chino verso di lei e le guardo gli occhi che splendono di gioia. Sorrido:
 Mi fa piacere. Sono contenta che tu sia completamente guarita...
Torna sull'engawa. Entrambe guardano le immagini ripetendo:  Ah, com' bello! Poi lo
leggono insieme.
Continuo a strappare le erbacce ascoltando la storia. Nella mia testa sfilano le immagini degli
animali che Pollicina incontra uno dopo l'altro: i rospi, i pesci, le farfalle, il topo, la talpa... Quando
vedo l'immagine della rondine che parte verso i paesi caldi, portandosi Pollicina addosso, penso al
prete straniero. Mi guarda. Tiene in braccio Yukio, suo nipote.
Quando il bambino aveva quattro anni, ho lavorato per qualche mese in chiesa. Yukio restava
con me e giocava con i piccoli orfani.  stata l'unica occasione in cui il parroco ha trascorso un po' di
tempo con lui. Mi ha presentato un uomo affascinante, di nome Takahashi. Ci siamo sposati. Quando
ho detto al prete: "Yukio e io andremo a Nagasaki con mio marito", sembrava triste. Mi ripeteva:
"Ricordati che puoi tornare qui quando vuoi".
Raccolgo qualche ramo caduto per terra e lo metto sopra all'erba. Sotto spingo un po' di carta di
giornale e accendo un fiammifero. A poco a poco il fuoco brucia l'erba, poi si estende ai rami. Lo
guardo distratta.
Penso al diario di mia madre. Vado a prenderlo in casa e lo poso sui rami mezzi arsi. Gli angoli
del quaderno prendono fuoco, torcendosi. Le pagine annerite si sollevano e ondeggiano nell'aria. Sento
mia madre dire: "Niente  pi prezioso della libert". Mi scendono le lacrime. Mi dico: "Addio,
mamma!". In quel momento, Tsubaki grida:
 Guarda! Tsu-ba-me!
Indica il tetto. Vedo una rondine sul bordo del nido secco. Yumiko eccitata esclama:
 Eccola!  venuta a prendere Pollicina.
Arriva un'altra rondine. Tsubaki precisa:
 Ma no! Sono una coppia, il pap e la mamma.
Tutte e due osservano gli uccelli, che se ne stanno immobili. Tsubaki dice:
 Spero che l'anno prossimo questa coppia torni da noi.
Le rondini spiccano il volo. Agitando la mano, le bambine gridano:
 Buon viaggio!
Le rondini volano seguendosi l'un l'altra come una coppia. Le guardo finch non diventano
macchie nere nel cielo azzurro.
Cade la prima neve.  domenica. Nel pomeriggio resto in casa da sola. Mettendo a posto il
com in camera, dentro un cassetto trovo un pezzo di carta piegato in quattro.  il numero di telefono
della signora Kim. Sono passati gi tre mesi da quando l'ho vista. Proprio mentre sto per gettarlo nella
spazzatura, mi appare l'immagine della signora Tanaka. Cerco di ricordare il viso della signora Kim.
Riprendo il foglietto e compongo il numero.
 Pronto...
All'altro capo sento una voce femminile ma non  quella della signora Kim. Dato che non
rispondo subito, la donna ripete:
 Pronto?
Esitante, dico:
 Forse ho sbagliato numero. Potrei parlare con la signora Kim?
La donna mi informa:
  deceduta.
"Come?" Non credo alle mie orecchie. Aggiunge:
  deceduta due mesi fa per una crisi cardiaca. Sono una vicina, ma pu lasciare detto a me.
Riferir il suo messaggio alla figlia che sar di ritorno domani.
Disorientata, non ho voce. La donna prosegue:
 Qual  il suo nome e il suo numero di telefono?
Rispondo:
 Non occorre che prenda nota. Non conosco la figlia.
L'altra riattacca. Mi rendo conto che era la voce della vicina che aveva portato le pannocchie di
mais nel cesto di bamb.
Mi accomodo sulla sedia vicino alla finestra. Il giardino  leggermente coperto di neve. Alzo gli
occhi al cielo grigio. Penso alla signora Kim. Il suo volto e quello della signora Tanaka si
sovrappongono ancora una volta. La donna che i bambini chiamavano Obochan. Grigliando degli
hamaguri, mi dice: "Mariko, incontrerai l'uomo che ti render felice".
Nel giardino vedo il prete lavare dei daikon. Pompa l'acqua del pozzo nel secchio di legno. La
signora Tanaka esce di chiesa con il piccoletto. Lui corre lanciando un aereo di carta. Il prete lo prende
in braccio. Mi affaccio alla finestra e lo chiamo: "Signor Tsubame!". Mi sorride. Il bambino si volta
verso di me.  Yukio. Agita la mano: "Mamma! Mamma!".
WASURENAGUSA
I
La mattina della prima domenica di maggio.
Sono seduto su una poltrona di bamb, nella zona fra la finestra e la stanza dei tatami dove
dormo. Un vento fresco mi sfiora la guancia. Dlin... Dlin... Dlin... Il f?rin di rame appeso sopra la mia
testa tintinna delicatamente. Alzo gli occhi, il mio sguardo resta fisso per qualche istante.
Ho un libro in una mano e un segnalibro nell'altra.  un'opera di farmacologia, curata dal mio
collega, il signor Horibe.  molto utile per le mie ricerche. Cerco di concentrarmi ma ho difficolt a
leggere. Scorro pi volte le stesse righe. Non riesco ad afferrare il senso. Mi chiedo: "Che cosa mi
infastidisce?".
Osservo distratto il segnalibro con i fiorellini secchi. Sono sbiaditi. In fondo c' una parola
scritta in katakana: nezabudka. Non conosco questa parola di origine russa, ma immagino sia il nome
del fiore. Si tratta di un souvenir che mi ha spedito di recente Sono da Harbin, in Manciuria, dove
soggiorna. Ogni volta che lo vedo, penso a lei. La conosco fin dall'infanzia,  stata la mia tata quando
avevo quattro anni. Ora ha una sessantina di anni.
All'epoca, prima che venisse a casa dei miei genitori, per un periodo avevo gridato di notte.
Dur qualche settimana e mia madre si ammal. Inizi a soffrire di gastralgia e mancanza di sonno.
Mio padre decise di mandarla nello chalet a Kamakura perch si riposasse. Cerc qualcuno che potesse
occuparsi di me e trov una donna di nome Sono, grazie al superiore del tempio S., che da anni
conosceva molto bene i miei. Il tempio era a Kamakura mentre la nostra casa a Tokyo.
Mi ricordo del giorno in cui Sono  venuta da noi, accompagnata dal superiore del tempio S.
Indossava un kimono spigato viola. Era molto pi anziana di mia madre, ma piena di energie. Mi
portava fuori ogni giorno, sul fiume, in montagna, in collina. La mattina preparava il cesto per i nostri
picnic e passeggiavamo tutta la giornata. Era primavera. Prendevo girini, insetti, pesci, e li riportavo a
casa.
Quando andavo a letto, Sono cantava massaggiandomi la schiena. Esausto, dormivo senza
problemi. Mi svegliavo presto. Entravo nella camera accanto alla mia e mi infilavo nel suo futon.
Sono badava anche al figlio del superiore del tempio S. Si chiamava Kensaku ed era mio
coetaneo. Era venuto con sua madre, che aveva la casa natale vicina all'abitazione dei miei genitori.
Giocavamo correndo dappertutto nel quartiere. Qualcuno ci scambiava per fratelli. Andavamo molto
d'accordo.
Dopo un mese, mia madre, guarita, torn dallo chalet di Kamakura e Sono se ne and. Mia
madre era contenta che non piangessi pi. Mio padre le disse: " tutto merito di Sono, che  brava con i
bambini". Eppure lei gli rispose: " di dubbie origini. Non  adeguata alla nostra famiglia". Ero ancora
piccolo, quindi non capivo che cosa voleva dire. Tuttavia le parole "di dubbie origini" mi sembrarono
molto negative. Sono non torn mai quando mia madre aveva bisogno di una tata.
Mi mancava. Un anno dopo la sua partenza, la incrociai per caso in strada. Ne fui felice. Venni
a sapere che abitava non lontano da noi. Cominciai a frequentare casa sua di nascosto dai miei. L, per
la prima volta, la ascoltai suonare lo shamisen. Era una musica piacevole alle mie orecchie. Ogni tanto,
quando la madre o il padre di Kensaku restavano a Tokyo, ci raggiungeva anche lui. Ci divertivamo
insieme come prima. Sono non mi faceva mai domande sui miei genitori.
Continuai a vederla finch non si trasfer a Kamakura. Quell'anno, entrai all'universit a Tokyo.
Preso dagli studi, poi dal lavoro nell'impresa e in seguito dal matrimonio, andavo a trovarla di rado.
Solo dopo il divorzio, tre anni fa, ho ricominciato a incontrarla.
Quando mi sono recato da lei l'ultima volta, si stava preparando per la Manciuria. Era l'inizio
dell'anno, quando il ministro della Guerra aveva evocato l'eventualit di uscire dalla Societ delle
Nazioni. Alla radio si sentiva lo slogan del governo: "Non possiamo cedere la Manciuria!  l'arteria
del nostro impero!". Il suo viaggio, proprio in quel momento, mi preoccupava, ma lei mi rassicur:
"Forse  l'ultima possibilit che ho di andarci. C' qualcuno che desidero rivedere".
Sono non si  mai sposata e vive da sola. I suoi genitori sono morti quando era ancora piccola.
Non ha fratelli n sorelle, non conosce nessuno della famiglia, nemmeno un lontano parente. Non so
come sia possibile, ma cos mi ha detto. Nonostante tutto, non sembra solitaria. "Sono troppo curiosa. Il
matrimonio non fa per me. Non ho la pazienza di restare a casa." Si guadagna da vivere insegnando lo
shamisen alle geishe e spende il denaro in viaggi.
Invidio il suo destino. Fa quello che vuole. Io no. Sono l'erede di una famiglia illustre. Mio
nonno era un politico molto noto a Tokyo e anche mio padre. Io, invece, sono farmacologo in una
grande impresa di medicinali. Da quando ho raggiunto l'et della ragione, i miei mi ripetono: "Kenji,
ricordati che sei l'erede della famiglia Takahashi. Devi tenere un comportamento degno dei nostri
antenati". Stando alla nostra genealogia, discendiamo da nobili della corte imperiale.
Rimetto il segnalibro nel volume che ho appena letto. Mi stendo sui tatami e fisso a lungo le
venature di legno del soffitto. Sospiro. Per un attimo mi appare l'immagine della mia prima moglie,
Satoko.
Il nostro matrimonio, combinato nell'interesse della famiglia, dur solo tre anni e due mesi.
Satoko e io non abbiamo avuto figli.  stata la causa principale della nostra separazione. I miei mi
dicevano: " colpa sua. Dobbiamo fare qualcosa perch la nostra stirpe non si estingua".
Vogliono che mi risposi prima possibile. Mi parlano senza tregua delle ragazze che hanno
scelto perch diventino mia moglie, o meglio la loro nuora. Non mi piacerebbe restare scapolo tutta la
vita. Ma non sono ancora pronto all'idea di risposarmi: ho un grosso problema. Una volta o l'altra,
dovr confessarlo ai miei genitori. La rivelazione mi pesa molto pi del problema stesso.
Onestamente, vorrei proprio andarmene in un posto qualunque liberandomi di tutti i miei
obblighi. Vorrei essere solo come Sono, come un orfano.
Ricordo il primo incontro con Satoko.
Intimidita, parlava poco, ma usava parole chiare e ragionevoli. Mi era piaciuto il suo grande
interesse per la natura. Quando le raccontai la storia della mia infanzia, di come giocavo con la tata nei
campi, mi ascolt con curiosit. Notai che era influenzata dal padre, professore di scienze
all'universit. Quel giorno, chiacchierammo gradevolmente.
I miei genitori insistevano perch la sposassi. Mi dissero: " una ragazza educata. Sembra
obbediente. Inoltre,  bella". Accettai volentieri la loro proposta. E dopo tre mesi ci sposammo con la
benedizione di tutti.
Sei mesi passarono senza problemi. Poi mia madre cominci a chiedermi di frequente: "Mia
nuora non  ancora incinta?", come se mi chiedesse: "Ha fatto colazione?". Provavo a ignorarla.
Ciononostante inizi a intromettersi nella nostra vita e a lamentarsi del comportamento di mia moglie.
"Satoko non vuole obbedire! Risponde. Che educazione!" diceva mia madre.
Passarono tre anni senza che avessimo figli. "La donna sposata con un erede, incapace di
procreare entro tre anni, deve abbandonare la famiglia." Mia madre mi ramment questa usanza
tradizionale e un giorno, rivolta a mia moglie, esclam: " colpa sua,  sterile!". Mio padre mi sugger
di prendere un'amante, e aggiunse: "Potresti comunque tenere tua moglie". Rifiutai. Non sopportando
pi le pressioni dei miei genitori, Satoko mi disse: "Vorrei andare a vivere da un'altra parte". Capivo le
sue esigenze, ma non osavo confessarle che lo desideravo anch'io. "Sono l'erede," dissi. "Non posso
abbandonare la casa n i miei genitori." Allora decise di lasciarmi.
L'ultimo giorno a casa dei miei, si sfog dicendo cose che mai mi sarei aspettato: "Sono stufa di
tua madre. Si comporta come se fosse tua moglie.  gelosa di me e lo sar di qualsiasi donna sposerai.
Si occupa di te fin nella stanza da bagno!". Le risposi: "Sono tue fantasie! Mia madre mi ama
ciecamente perch sono il suo unico figlio. Tutto qua". Grid: "Sono scuse inconsistenti. A dire il vero,
sono stufa di te. Non posso pi vivere con un bambinone. Diranno che il nostro matrimonio non ha
funzionato perch sono sterile. Non mi importa!".
Sono fu delusa dal nostro divorzio. Bench non avesse mai visto mia moglie, aveva sentito il
superiore del tempio S. parlare di lei e del nostro matrimonio. " un peccato," disse. "Satoko mi
sembrava adatta per te. In realt pensavo che ti avrebbe salvato." Non capivo che cosa volesse dire. A
dispetto della mia prima impressione, Satoko aveva un carattere deciso e forte. Sono disse: "Ti ha
portato ci che ti mancava. Obbedisci troppo ai tuoi genitori".
Un anno dopo il divorzio, Satoko si  risposata. Me lo ha raccontato il signor Horibe, perch sua
moglie la conosceva. E all'inizio dell'anno sono venuto a sapere che Satoko e suo marito hanno avuto
un figlio.  stato uno choc ed  cos che ho capito: "Quindi ero io responsabile della nostra sterilit".
Quel giorno il Giappone si  ritirato ufficialmente dalla Societ delle Nazioni. Per strada, la
gente ripeteva lo slogan che avevamo sentito alla radio. Gli amici e i colleghi discutevano
animatamente di questo avvenimento storico. Io, troppo depresso per la mia situazione, restavo in
disparte.
Almeno mi sono deciso a vivere da solo. Ho detto ai miei genitori che ero molto impegnato con
il lavoro e che, per l'intanto, dovevo trasferirmi vicino al laboratorio. Mio padre mi ha risposto:
"Capisco. Lo Stato sta attraversando un momento critico. Bisogna darsi da fare per i bisogni del paese.
Lavora sodo per il nostro futuro. Potrai tornare qui quando ti sposerai. Magari l'anno prossimo". Mia
madre ha aggiunto: "Possiamo assumere una domestica oppure posso accompagnarti". Ho rifiutato:
"Grazie, ma non ne vale la pena. Ho tante cose da fare al lavoro. Preferirei stare da solo per
concentrarmi sulle mie ricerche".
Sono quattro mesi che abito qui, in una piccola casa in affitto, a cinquecento metri dal
laboratorio, dove trascorro tutta la giornata. In casa mi limito a dormire e fare un pasto leggero.
Talvolta il signor Horibe mi invita a cena da lui. Apprezzo la sua generosit, ma al momento non ne ho
voglia.  sposato e ha una figlia di quattro anni che si chiama Yukiko. Me ne parla spesso. In realt,
non ho nemmeno voglia di mangiare da solo a casa. Vado al ristorante ogni domenica.
A dirla tutta, all'inizio mi sono abbandonato alla disperazione. Vagavo in centro per ammazzare
il tempo. Mi  capitato di entrare in un bistrot. Quando incontravo un'entraneuse che mi piaceva, le
domandavo di venire a letto con me. Se accettava, la portavo in albergo. Cambiavo donna quasi ogni
settimana. Non dovevo preoccuparmi di metterle incinte. Eppure, pi facevo l'amore con delle
sconosciute, pi mi sentivo vuoto. Una volta sono andato a letto con una prostituta. Quando ho cercato
di baciarle gli occhi e la bocca, ha rifiutato subito dicendo: "No. Pu farlo solo il mio fidanzato".
Queste parole mi hanno depresso ancora di pi. Da allora, non sono pi stato con una donna.
Vorrei incontrarne una che avesse bisogno di me e di cui anch'io avessi bisogno. Vorrei
dormire abbracciandola, sfiorandole la pelle morbida e calda, accarezzandole i capelli, il viso, il
collo...
Sono ancora depresso. Nondimeno intendo fare qualcosa per uscire da questa situazione, come
Satoko. Chiudo gli occhi. Mi appare insieme al nuovo marito e al figlio. Mi sorridono, molto
soddisfatti. Mi dispiace di non averla difesa al cospetto dei miei genitori. Ora posso solo augurarle di
essere felice.
Sono le due. Oggi devo fare la spesa. Durante la settimana, torno a casa alle dieci passate e i
negozi sono chiusi.
Mi vesto ascoltando una canzone popolare alla radio. Qualche minuto pi tardi, ha inizio il
notiziario. Parlano della chiusura temporanea della Borsa per colpa della crisi finanziaria americana.
Poi accennano alla situazione dell'esercito giapponese in Cina, che  riuscito a varcare la frontiera dopo
aver dato battaglia. Sembra che il Giappone strappi lo Stato del Manciuku alla Cina continentale.
Rammento le parole di Sono nella lettera che mi ha inviato con il segnalibro: "La Cina  un
territorio immenso. L'ho attraversata in treno giorno dopo giorno. Ci comportiamo come un gatto che
prova a mordere un elefante". Forse  vero. Ho l'impressione che il Giappone vada nella direzione
sbagliata lasciando la Societ delle Nazioni. Temo per il futuro del nostro paese. Presto o tardi, saremo
intrappolati in una situazione catastrofica: la guerra contro tutto il mondo.
Spengo la radio ed esco di casa portando una borsa. Mi incammino per la strada principale dove
faccio la spesa di domenica. Il cielo  limpido. Respiro profondamente. Ora l'aria  pi calda e umida.
Fra breve arriver l'estate. Sono torner a Kamakura prima della stagione delle piogge.
Rallento. Decido di passeggiare un po', penser dopo agli acquisti. Abito in un quartiere
piacevole. Le case sono molto curate e ci sono parecchi alberi. Avanzo osservandoli. Quando trovo una
coppia di rondini che fa il nido sotto al tetto di una casa, mi fermo e le guardo per un attimo.
Scendendo lungo la strada, il paesaggio diventa via via pi modesto. Entro in un vicolo da cui
non ero mai passato prima. Sul ciglio crescono delle ortensie che aspettano la pioggia. Ancora qualche
metro e noto un edificio con una croce sopra la porta. Deve essere una chiesa cristiana.  circondata da
una staccionata. Davanti a me, leggo un breve annuncio scritto su un vecchio foglio. "La chiesa cerca
qualcuno per riparare il tetto. Padre S." Il nome del prete non  giapponese.  occidentale. Il primo
pensiero : "Che cosa ci fa in un paese buddista e scintoista? Se scoppier la guerra, gli stranieri come
lui saranno costretti a lasciare il paese".
Intorno al fabbricato non c' nessuno. Quando sto per andarmene, sento delle voci infantili.
Costeggio la staccionata che porta al cortile sul retro, dove sorge un altro edificio. Escono alcuni
bambini. Iniziano a giocare a palla in giardino. Poi, scende un'anziana in kimono con un cesto di
verdure in braccio. Va al pozzo in fondo e pompa l'acqua in un secchio. Alzo gli occhi al tetto. In cima
alla prima costruzione, ci sono delle tegole rotte.
 Signore!
Un bambino mi chiama dal giardino. Indica la strada oltre la staccionata. C' un pallone per
terra. Lo raccolgo e lo rilancio al ragazzino che l'afferra al volo.
 Grazie, signore! dice.
Guardando il suo volto innocente, penso al figlio che avrei potuto avere con Satoko. Ora
avrebbe quattro o cinque anni, come quel piccoletto.
Gli chiedo:
 L'edificio a sinistra  una chiesa, vero?
 S.
 E quello a destra?
  la nostra casa.
Ricomincia a giocare a pallone. "La nostra casa? I bambini abitano in chiesa?", sono sorpreso.
L'anziana mi lancia un'occhiata e si alza. Si avvicina asciugandosi le mani al grembiule. Con
aria sospettosa, mi chiede:
 Che cosa desidera, signore?
Balbetto cercando le parole:
 Ho letto il breve annuncio appeso alla recinzione.
Il suo viso si addolcisce subito. Ha gli occhi tondi e le labbra carnose. La sua espressione un po'
fanciullesca mi ricorda Sono.
  la quinta persona che viene, dice la donna.
 La quinta?
 S, pensano tutti che sia un lavoro retribuito, risponde.
 Cosa intende dire?
 Questo  un orfanotrofio. Non abbiamo soldi.
"Orfanotrofio?" Guardo di nuovo i bambini che giocano in giardino.
 Ho visto sull'annuncio il nome del prete straniero, dico.  lui che bada agli orfani?
 S. Sono dieci in tutto.
 Dieci? Come fa a occuparsene da solo?
 Lavora come interprete in una compagnia di import-export. Parla diverse lingue europee.
 E anche il giapponese?
 Certo, dice.
 Con questi bambini, ha tempo di diffondere la fede?
Sorride:
 No, ma vivere cos  proprio la sua missione. In ogni caso, anche se avesse tempo, non
cercherebbe di convertire chi ha gi una fede tramandata dagli avi, non lo fa nemmeno con i bambini
che accudisce.
Continua a parlare del prete e dei bambini. Ascolto in silenzio. Quando si interrompe, le chiedo:
 Lei  cristiana?
 S, dice. Sono cattolica, come erano i miei genitori.
  originaria di Tokyo?
 No, vengo da Nagasaki.
La guardo negli occhi:
 Signora, adesso devo andare. Ma dica al prete che verr a riparare il tetto domani dopo il
lavoro.
Sorride di nuovo:
 D'accordo, signore! Sar contento di vederla. Come si chiama?
 Sono il signor Takahashi. E lei?
 Sono la signora Tanaka. A domani!
Torna a lavare le verdure al pozzo. I bambini continuano a giocare in giardino.
Esco dal vicolo e mi dirigo verso la strada principale. Rinuncio all'idea di passeggiare nel
quartiere. Decido di fare la spesa e tornarmene direttamente a casa.
Cammino riflettendo. Mi ronza in testa l'immagine dell'anziana. Non ho mai visto degli occhi
cos puri, come quelli di un neonato. Ha lo sguardo dolce. Ho avuto per la sensazione che nell'intimo
fosse molto decisa. Mi ricorda la vera natura di Satoko.
Penso alla storia dei cattolici in Giappone, esiliati, torturati o uccisi perch hanno resistito al
regime. L'ho letto in un libro quando ero ancora adolescente. Non capivo la loro mentalit. Mi
chiedevo: "Perch sacrificare la propria vita in modo tanto ostinato per una religione occidentale che
non si accorda alla cultura giapponese?". Non credevo che potessimo comprendere la nozione del Dio
assoluto, del patto con lui e l'idea che Ges sia nato da una vergine. Nutrivo seri dubbi sul fatto che
fosse possibile trapiantare quella religione in una terra gi impregnata di buddismo e scintoismo.
Da allora non ho cambiato opinione. Eppure, quando penso alla determinazione con cui i
cattolici hanno difeso la loro fede, non posso fare a meno di ammettere che avevo torto. La parola
"resistenza" mi tocca nel profondo.
Sono sempre stato un figlio modello, educato e ubbidiente. Non ho quasi mai messo in
imbarazzo i miei. Ho studiato con impegno e preso buoni voti. Ogni anno, il maestro mi nominava
rappresentante di classe dicendo agli allievi: "Comportatevi come Kenji,  un esempio per tutti". I miei
genitori ne erano chiaramente fieri, soprattutto mia madre.
In realt temevo di confrontarmi con qualsiasi problema. Temevo le reazioni negative. Oggi mi
chiedo perch. Per un attimo, mi torna in mente un'immagine dell'infanzia: piango al buio. Chiamo
mia madre: "Mamma! Mamma! Ho paura!". Voglio dormire con lei, ma non vuole. Mi dice
semplicemente: "Non sei pi un neonato!".
Dal modo in cui rifiutava, sapevo che non avrebbe mai cambiato idea. Era di buonumore finch
non reagivo. Mio padre mi capiva, ma lasciava che fosse solo lei a decidere per me. Allora quando mia
madre diceva no, la conversazione si chiudeva. Non potevo chiederle il permesso di rivedere Sono. Nel
mio cuore di bambino, conoscevo gi la risposta: "Dimenticala. Non ha pi a che fare con noi".
Mio padre era sempre impegnato con il lavoro. Quando rientrava ero gi a letto. Al mio
risveglio, era gi uscito. Non si sforzava di passare momenti piacevoli con mia madre, che si occupava
di me e della casa. Lei era perennemente frustrata. Sembrava compensare l'affetto che le mancava con
l'amore che riversava su di me. Era soffocante, ma non mi restava altro che sopportare. Ancora oggi i
rapporti fra noi due e fra i miei genitori non sono molto mutati.
Dopo la spesa, torno subito a casa, dove non c' nessuno. Mi preparo qualcosa per pranzo e
mangio in silenzio. Poi, mi stendo sui tatami e continuo a leggere il libro che cercavo di finire stamani.
Il vento entra nella stanza. Dlin... Dlin... Dlin... Il f?rin tintinna. Il suono mi fa addormentare.
Satoko e io camminiamo sull'argine. Davanti a noi si stende un fiume immenso. L'acqua 
profonda, la corrente veloce. Il vento soffia contro di noi.
Lei canticchia, con voce vibrante. Ho la mano sulla sua spalla. Il calore della pelle si diffonde
attraverso la camicia. Le accarezzo i lunghi capelli neri. La bacio in fronte. Resta immobile a occhi
chiusi. Un profumo di sapone. Nel momento in cui le nostre labbra si sfiorano, spalanca gli occhi e
dice:
"Sento una balalaica".
Tendo l'orecchio. Sento solo lo scorrere della corrente. Affermo:
"Sei tu la balalaica".
Sorride. La prendo per mano e continuo a camminare.
Qualche metro pi in l, intravedo una barchetta mossa dalle onde.  legata a un albero.
Nessuno nei paraggi. Chi avr il coraggio di remare in un posto tanto pericoloso?
Satoko esclama:
"Guarda, laggi! Come sono belli!".
Indica i fiorellini azzurri sulla sponda fra i sassi. L'acqua  molto vicina.
Chiede:
"Puoi cogliermene uno?".
"Ma no! Se mi scivola il piede, la corrente mi trasciner via in un soffio."
Accennando un sorriso, mi dice:
"Hai ragione".
Quando arriviamo a un sentiero che porta in riva al fiume, d'un tratto asserisce:
"Adesso ti lascio".
"Mi lasci? Dove vai?"
Fissandomi, risponde:
"Vorrei divorziare".
"Divorziare?" Non credo alle mie orecchie.  seria in volto. Prima che chieda "Perch?", ha gi
sceso l'argine. Cerco di correrle dietro. Eppure i miei piedi non si spostano. Si precipita alla barchetta
che ho visto poco fa. Ora sulla panca ci sono un uomo e un bambino. Mi lanciano un'occhiata. Mi
domando: "Chi sono?". Grido a mia moglie: "Aspetta!". Mi ignora e sale sulla barca. Si volta un istante
e fra le braccia ha i fiori azzurri che desiderava. L'uomo comincia a remare controcorrente. A poco a
poco si allontanano.
Mi sveglio. Il sole del tramonto entra dalla finestra. Vedo il libro e il segnalibro caduti sui
tatami. Mi sono addormentato leggendo. Con le mani incrociate sotto la testa, rifletto sul mio sogno.
Satoko non aveva i capelli lunghi n la voce cantilenante. L'uomo e il bambino insieme a lei non mi
sono familiari. "Chi sono? Forse il nuovo marito e il neonato di Satoko?"
Chiudo gli occhi. Mi sembra di sentire ancora il suono della balalaica nelle orecchie.  uno
strumento che ho visto a casa di Sono. Glielo aveva dato tanto tempo fa, mi raccontava, un musicista
russo, venuto a suonare a Tokyo.
Ho caldo. Mi alzo e vado al lavandino a sciacquarmi il viso. L'acqua  fredda. Ora mi sono
rinfrescato. Tergendomi con un asciugamano, mi guardo allo specchio. Ho un'espressione inerte.
Continuo ad avere in testa l'immagine dell'uomo che rema controcorrente.
Il giorno dopo, lascio il laboratorio alle cinque. Sono tutti sorpresi perch non era mai capitato
dall'inizio dell'anno. Il signor Horibe mi provoca:  Un appuntamento galante? Gli rispondo:  Vorrei
tanto che fosse cos. Uscendo, mi torna in mente ci che mi ha detto un collega su di lui. "Il signor
Horibe ha un'amante. Ha un figlio da lei."
Vado alla chiesa. All'ingresso della casa in cui abitano i bambini, mi accoglie una donna sulla
quarantina.
 Ah, lei  il signor Takahashi? La signora Tanaka mi ha parlato di lei. Adesso  impegnata in
cucina. Le presento padre S. Mi segua, dice sorridendo.
Mi porta in chiesa e sale in una stanza al primo piano.
 Padre, ecco il signor Takahashi!
Il prete sta lavorando. Sul tavolo in mezzo alla stanza, ci sono vari dizionari aperti. Non appena
si accorge di me, si alza dalla sedia dietro alla scrivania.  molto alto e ha la barba nera.
 Benvenuto, signor Takahashi, dice.
Indossa un abito estivo bianco, logoro ma pulito. Si presenta, parla della chiesa e dei bambini.
Poi, dalla finestra mi fa vedere il tetto da riparare e mi spiega cosa devo fare: togliere le tegole
d'angolo, eliminare le tavolette marce e sostituirle con altre nuove che ha appena segato e rimettere le
tegole al loro posto. Precisa che il giorno dopo ne comprer altre nuove per cambiare quelle rotte. Mi
sembra un lavoro semplice. Mi ci vorr circa una settimana. Sar un buon esercizio per me che resto
seduto tutto il giorno. Il prete dice:
 Stia attento a non scivolare. Il tetto  piuttosto alto.
Chiedo:
 Lei non ci sale?
Infastidito risponde:
 Ho paura dell'altezza.
Mi infilo i vestiti vecchi che mi sono portato e mi metto subito al lavoro. Le tavolette si
staccano senza difficolt. Le faccio cadere per terra, una a una, controllando che non ci sia nessuno nei
paraggi.
Alcuni bambini giocano in giardino. Una bambina di dieci o undici anni bada loro e intanto
spazza. Uno cade inciampando in un sasso e piange. Lei lo prende in braccio per calmarlo, come se
fosse sua madre.
Mi tornano in mente le parole che mi ha detto poco fa il prete: "Una volta finita la scuola
dell'obbligo, i bambini lasciano la chiesa per guadagnarsi da vivere". E cos anche questa bambina se
ne andr fra un paio di anni. Ha aggiunto: "I nostri bambini vanno bene a scuola. I maestri ci aiutano a
trovare un impiego adatto. La maggior parte lavora in fabbrica".
Sento aprire la finestra della casa dei bambini. Si diffonde un profumo di pesce grigliato. La
signora Tanaka parla con la ragazzina in giardino, che poi mi chiama a voce alta:
 Signor Takahashi, Obochan la invita a cena. Vuole fermarsi a mangiare con noi?
Ho fame. Rispondo:
 Volentieri!
Concludo la riparazione del tetto prima del previsto. Ciononostante continuo ad aiutare il prete.
Visto che entrambi gli edifici sono molto vecchi, trovo sempre qualcosa da sistemare. Sembra che
siano stati costruiti in pieno periodo Meiji. A pensarci,  un miracolo che siano scampati al terremoto
del 1923.
Quando al laboratorio abbiamo campioni di medicinali in sovrabbondanza, li porto in chiesa. Il
mio capo conosce il prete perch anche lui  cattolico. Mi ha detto che sette anni prima l'impresa aveva
assunto una ragazza quindicenne dell'orfanotrofio. Ha lavorato come fattorina nell'ufficio della
fabbrica. "L'avevo raccomandata io," ha detto. "Non per piet o simpatia religiosa. Sapevo che l i
bambini venivano educati bene malgrado la loro sventura. Quella giovane era seria e discreta. Ci
fidavamo di lei. Non lavora pi nell'impresa, ma ricordo ancora il suo nome: Mariko Kanazawa."
Domenica della prima settimana di giugno.
Stasera devo andare dai miei genitori. Ieri mia madre mi ha telefonato al laboratorio per
comunicarmi che mio padre desiderava cenare con me. Ho subito avuto la sensazione che mi avrebbero
riparlato delle seconde nozze. Mi pesa rivederli. Penso al "mio" problema, a loro ignoto. Forse oggi
dovrei informarli.
 solo l'una del pomeriggio. Decido di andare in chiesa per passare un po' di tempo con i
bambini. Dopo potr andare direttamente dai miei.
Lungo la strada per la chiesa, compro alcuni dolci che piacciono ai bambini. Quando arrivo, c'
solo il prete, che sta lavorando nello studio. Mi dice che la signora Tanaka e i bambini grandi sono
andati a fare spese, mentre i piccoli sono insieme alla donna che  venuta da poco ad aiutare. Allora
posso aggiustare una finestra che non si chiude bene nella stanza al pianterreno, dove c' una statua
della Vergine Maria.
Il prete scende per chiedermi dei chiarimenti su alcuni termini giapponesi piuttosto sofisticati di
musica classica. Mi spiega che il giorno dopo far da interprete a un musicista giapponese che deve
incontrare un violinista straniero.
  un russo, dice, che abita a Harbin.
 A Harbin?
 S, fa parte dell'orchestra sinfonica fondata laggi dai russi. Sono espatriati della rivoluzione.
Ascoltandolo, ripenso all'ultima lettera che mi ha scritto Sono, in cui parlava dell'orchestra e di
quella citt. "Harbin  meravigliosa. La chiamano la piccola Parigi' o la piccola Mosca'. Arrivando
alla stazione, si vede la cupola della chiesa ortodossa e una bella strada europea..."
Dico al prete:
 Non sapevo che conoscesse anche il russo.
Risponde:
 Non lo conosco per niente, ma il violinista parla diverse lingue europee.
Torna su ripetendo le parole giapponesi che gli ho appena insegnato.
Sono quasi le cinque. Comincio a sistemare gli attrezzi da carpentiere. Nel momento in cui
salgo nello studio per salutare il prete, sento le voci familiari dei bambini che cantano. Dalla finestra
vedo i piccoli entrare in giardino. Gli ultimi arrivati sono una giovane e un bambino che non avevo mai
visto. Immagino che sia la donna di cui mi ha parlato poco fa il prete. Non aveva accennato al bambino.
Chiude la staccionata e passa davanti alla finestra senza notarmi. Mi ricorda qualcuno. "Chi?" La seguo
con gli occhi. I lunghi capelli neri, la gonna svasata, la camicia bianca estiva. In mano ha un mazzo di
fiori azzurri. Mi ripeto: "Chi ?". E, d'un tratto, mi ricordo del sogno che ho fatto qualche settimana
prima. Immobile, guardo la donna sparire nell'altro edificio.
Rientrano anche la signora Tanaka e i bambini grandi. Il prete scende di nuovo, sembra molto
stanco. Mi dice:
 Fra poco i grandi andranno in chiesa per fare i compiti. Mentre le donne preparano da
mangiare, devo occuparmi dei piccoli. Resta con noi, vero?
 Grazie, ma non posso. Stasera ho un appuntamento con i miei genitori.
Si avvicina alla finestra che ho appena riparato. Aprendola, esclama:
 Scorre bene. Grazie!
Mentre mi infilo le scarpe, chiedo chi sono la giovane e il bambino che ho visto. Mi spiega:
 Sono madre e figlio. Da ragazzina, la donna ha vissuto qui per tre anni.
 Era orfana?
 S, ma a causa del terremoto di dieci anni fa. Ha perso la madre e lo zio, che erano la sua
unica famiglia.
Tace un attimo. Chiedo:
 Quanti anni aveva all'epoca?
 Dodici anni.
 Sar stato molto doloroso. Spero che ora conduca una vita felice con la famiglia.
Non risponde. Lo guardo in faccia. Esitante, dice:
 Il bambino  nato fuori dal matrimonio. Non sa chi sia suo padre.
Non faccio altre domande. Apro la porta d'ingresso. Dice:
 Glieli presenter la prossima volta. Oggi sono troppo stanco.
Annuisco. Aggiunge:
 La madre si chiama Mariko Kanazawa e il figlio Yukio.
Me ne vado. Mi dirigo alla stazione per recarmi dai miei genitori. Strada facendo, mi rendo
conto che Mariko Kanazawa  la donna di cui mi parlava il mio capo.
Ceniamo nel salotto dei tatami. Mio padre  seduto a capotavola, al solito posto. Mia madre e io
siamo faccia a faccia davanti a lui. La tavola  imbandita con piatti raffinati, che richiedono una lunga
preparazione. Mia madre avr fatto lavorare tutto il giorno Kiyo, la domestica che ha assunto da poco.
Ha una sessantina di anni come Sono e la signora Tanaka. A mia madre piace la sua cucina e apprezza
il suo atteggiamento ubbidiente.  una persona educata, per la quale non provo alcuna simpatia.
Dico a mia madre:
 Che bella cena stasera. Festeggiamo qualcosa?
Sorride:
 S. Il ritorno a casa tua dopo un lungo periodo di assenza.  per te.
Mia madre ha sottolineato le parole "a casa tua". Servendomi il sak, mio padre mi chiede:
 Kenji, come va il lavoro?
Rispondo senza guardarlo:
 Sono molto impegnato tutti i giorni.
Mi fa domande sull'impresa e sul mio collega, il signor Horibe, che conosce bene. Do risposte
evasive, assaggiando un antipasto dopo l'altro. Ho cos fame che li finisco in un soffio. Mia madre
contenta mi dice:
 Fa' con calma. Stanotte dormirai qui.
Avverto il suo sguardo carico di significato. Sicuramente i miei desiderano discutere delle mie
seconde nozze. Mi torna in mente l'immagine di Satoko, la mia prima moglie, con il neonato in
braccio. L'appetito ne risente. Appoggio le bacchette sul tavolo e prendo altro sak.
Abbiamo finito il piatto principale. Kiyo porta il t e i pasticcini. Quando esce dalla stanza, mio
padre affronta l'argomento:
 Hai divorziato tre anni fa.
Taccio. Continua:
 Capisco che lavori sodo per l'impresa, ma credo che sia giunto il momento di pensare a te
stesso. Si tratta delle tue seconde nozze. Sei l'erede. Sii ragionevole.
Mia madre mi dice:
 Abbiamo trovato la ragazza ideale per te. Sulla famiglia non ci sono dubbi.
Mio padre aggiunge:
  ancora giovane. Avrete molti figli.
Li guardo in faccia e con aria seria dico:
 Prima di accettare, devo dirvi una cosa importante.
Mio padre mi chiede:
 Che cosa c'?
Dopo aver fatto un respiro, dico:
 Credo di essere sterile.
Molto sorpresa, mia madre si volta verso mio padre che ripete:
 Sterile?
 S, affermo.
Mia madre mi chiede:
 Come fai a esserne certo? Pensavo che dipendesse da Satoko.
 Ha avuto un figlio con il nuovo marito.
Mia madre assume un'espressione corrucciata. Mio padre mi guarda sgranando gli occhi.
Nessuno dei due sa cosa rispondere. Con calma dico:
 Non intendo restare celibe. Desidero risposarmi, un giorno. Per siate realisti.
Mia madre in tono grave asserisce:
 Non possiamo parlarne con nessuno.
Chiedo:
 Perch mai?
 Intanto, non sappiamo se le cose stanno davvero cos e...
Fa una breve pausa e aggiunge con gran serenit:
 ... sei l'erede della famiglia Takahashi, che a oggi ha conosciuto quindici generazioni. Mi
aspetto che tu sia discreto al riguardo.
Come se nulla fosse, continua a parlare della ragazza che ha trovato.  la fine della
conversazione: non riesce a guardare in faccia la realt. Per un attimo, mi pervade un'immagine
dell'infanzia: piango al buio, da solo. "Mamma! Mamma! Ho paura!" In camera mia non entra
nessuno. Mi si stringe il cuore. Fisso mio padre che resta in silenzio, a braccia conserte. Bevo il t a
disagio.
Non ho voglia di dormire qui stasera. Do un'occhiata alla pendola sul muro. Sono le dieci.
Potrei prendere l'ultimo treno. Mi alzo.
 Dove vai? chiede mia madre.
 A casa mia. Domattina devo andare presto al laboratorio.
Porto la scatola degli attrezzi che mi ha prestato il prete ed entro nella stanza della chiesa al
pianterreno, dove i bambini fanno i compiti. Ci sono otto tavoli rettangolari e bassi, che aggiuster
oggi. Li usano anche le donne per fare i lavori di cucito. Preparano gli abiti per i bambini.
All'entrata c' la statua di legno di Maria. All'origine credo che questa stanza fosse stata
costruita per la messa, ma non ho mai visto il prete celebrarla qui. Ogni tanto ci sono delle persone da
sole inginocchiate davanti alla statua.
Fa caldo. Apro la finestra che ho riparato giorni fa. Comincio a esaminare ogni tavolo
scuotendolo. Almeno la met non  abbastanza robusta. Ne capovolgo uno. Stacco i chiodi ricurvi.
Sento il rumore della porta d'ingresso. Qualcuno entra nella stanza. Mi volto. Resto senza fiato.
C' Mariko in piedi, con un vaso di fiori azzurri. Mi interrompo. Sorpresa dalla mia presenza, mi dice:
 Mi scusi se l'ho disturbata.
Posa il vaso davanti alla statua di Maria. Mi alzo e mi avvicino. Mi presento.
 Mi chiamo Kenji Takahashi.
Dice:
 Ah,  lei il signor Takahashi. Ho sentito la signora Tanaka parlare di lei. Sono Mariko
Kanazawa.
Vedo il suo volto da vicino. Ha una pelle molto bianca, sembra seta. Gli occhi grandi. Le
palpebre un po' spesse. Le ciglia lunghe. Piccole labbra rosse e carnose. Ha un bel volto attraente ma
l'espressione  profondamente triste. Ripenso al suo passato, di cui mi ha raccontato il prete.
Dico:
 Questi fiori azzurri mi sono familiari. I petali sono cos piccoli. Come si chiamano?
Accennando un sorriso, risponde:
 Sono wasurenagusa.
Esce dalla stanza. Mi siedo su un tavolo e guardo dalla finestra. Mi passa davanti e va verso la
casa dei bambini.
Chiudo gli occhi. Ora, l'immagine indelebile di Mariko mi si  impressa nella mente. Il suo
sguardo nostalgico mi commuove nel profondo. Ho il batticuore. "Mi sono innamorato di lei?"
In giardino, qualche bambino gioca. Fra loro, riconosco suo figlio, Yukio. Lancia una palla, da
solo. Mi osserva un attimo. Ha lo stesso sguardo nostalgico della madre.
La sera, non riesco ad addormentarmi. Penso a Mariko e a suo figlio. Mi preoccupano i miei
genitori, che in sostanza hanno deciso di farmi sposare con una ragazza che piace a loro. Devo fare
qualcosa.
La settimana successiva, dopo il lavoro vado in chiesa. Salgo direttamente al primo piano, dove
lavora il prete. Busso alla porta sperando che ci sia.
 Avanti!
C'.
 Ah, signor Takahashi!
Vedo della carta da lettere sparsa sul tavolo. L'inchiostro nero  ancora umido. Dico:
 So di disturbarla, ma potrebbe dedicarmi un po' di tempo? Ho bisogno di chiederle una cosa.
Mi guarda, sorpreso, e mi fa sedere nella vecchia poltrona. Aspetto che si accomodi su una
sedia davanti a me.
 Sembra una cosa molto seria, osserva.
Rispondo:
 Ne va della mia vita.
 Davvero? Di cosa si tratta?
D'un fiato affermo:
 Vorrei chiedere la mano di Mariko.
 Come? Che cosa ha detto?
Mi protendo in avanti. Ripeto:
 Vorrei chiedere la mano di Mariko.
 allibito. Per qualche istante resta con gli occhi sgranati. Fa un profondo respiro prima di
dirmi:
 Senta, signor Takahashi, siamo seri. Lei proviene da un'illustre famiglia a differenza di
Mariko, che per giunta  orfana e ha un figlio naturale, come le ho gi spiegato. Mariko ha avuto
un'esperienza terribile con un ricco uomo che ha abbandonato lei e Yukio.
 Lo conosce?
 No, non l'ho mai incontrato. A detta di Mariko, voleva sposarsi con lei ma i genitori si sono
opposti. Da orfana, non desiderava altro che formare la propria famiglia. Era troppo ingenua.
Ovviamente  stata ferita nel profondo. Quando ha scoperto di essere incinta, quell'uomo aveva gi
un'altra moglie che i genitori avevano scelto per lui. Il giorno del parto, la signora Tanaka  andata
nell'appartamento di Mariko insieme a un'ostetrica.
Continua. Lo ascolto in silenzio. Mi racconta che Mariko ha lasciato l'impresa cinque anni or
sono per la gravidanza. Da allora si guadagna da vivere cucendo in casa.  tornata in chiesa perch suo
figlio possa avere degli amici. Al tempo stesso, aiuta la signora Tanaka a preparare la cena. Vorrebbe
trovare un lavoro fisso prima che il figlio cominci la scuola.
 Sono fiero di Mariko, dice. Se la cava come pu.  anche una brava cuoca. A quanto pare, sua
madre era professoressa di economia domestica in una scuola media femminile. Bench avesse solo
dodici anni quando ha perso la madre e lo zio, era gi in grado di fare bene le pulizie.
Chiedo:
 E suo zio, che cosa faceva?
 Era scrittore e giornalista, risponde il prete.
 Allora Mariko  stata educata in una famiglia colta.
 Credo di s. Ma nessuno conosce la sua famiglia n il suo passato. E Mariko non vuole pi
parlarne, soprattutto del terremoto. Si ricorda di quella catastrofe che ha causato oltre
centoquarantamila vittime fra morti e dispersi?
 S, molto bene, dico. All'epoca avevo vent'anni. La cosa pi atroce per me fu il massacro dei
coreani compiuto dai giapponesi in quei momenti di disordine e panico.
Rimanendo un attimo immobile, il prete si copre il volto con le mani.
  stato terribile, dice. Mariko non ha avuto niente a che fare con quegli avvenimenti, ma
anche lei ha molto sofferto per il sisma, poich ha perso tutta la sua famiglia. Povera figliola,  troppo.
China la testa, a mani giunte. Stiamo in silenzio a lungo. Aggiungo:
 Capisco la situazione di Mariko. In ogni caso, potrebbe concedermi almeno una possibilit?
Vorrei invitare Mariko e Yukio a uscire con me.
Mi guarda fisso ma non risponde subito. Riflette. Aspetto senza fiatare.
 Accetto a una condizione, dice alla fine, come se fosse il padre di Mariko.
 Quale?
Risponde:
 Se lei piacer a Mariko e chieder la sua mano, voglio che mantenga la parola qualunque cosa
accada. Se non pu esserne certo, la prego di lasciarla in pace. Non voglio che la feriscano mai pi.
Guardo il cielo nuvoloso. Penso a Sono, che deve tornare dalla Manciuria prima della stagione
delle piogge. La prossima volta che la vedr spero di poterle annunciare una buona notizia. Mi figuro
Sono e Mariko fianco a fianco, come in una foto.
Sono  la sola persona a cui posso parlare della mia situazione complicata: la mia responsabilit
in quanto erede, la sterilit, l'incontro con un'orfana che ha un figlio naturale, la difficolt a convincere
i miei genitori. Sono mi manca.
In realt, c' stato un momento in cui mi sono allontanato da lei. Ero studente universitario.
Non sopportavo che non fosse istruita. Si guadagnava da vivere insegnando lo shamisen alle geishe e
cos non le ho presentato nemmeno la mia prima moglie. Solo dopo il divorzio ho capito cosa voleva
insegnarmi sulla mia vita.  una persona molto saggia. Mi vergogno per come mi sono comportato con
lei.
Sono passati tre giorni da quando ho parlato di Mariko con il prete. Non faccio che riflettere.
Qualunque cosa dicano i miei genitori, si tratta della mia vita. Devo decidere da solo.
Mi accomodo sulla sedia. Sulla scrivania giace il segnalibro di fiori secchi che mi ha inviato
Sono. Vedendo i piccoli petali, mi torna in mente la parola wasurenagusa che mi ha insegnato Mariko
giorni fa. Scrivo questa parola accanto a nezabudka.
 Mariko!
Il prete la chiama dalla finestra della chiesa. Sono in piedi alle sue spalle. Lei sta spazzando in
giardino. Suo figlio gioca da solo vicino al cancello. Disegna per terra con un bastone. Guarda un
attimo me e il prete. Mariko viene verso di noi ed entra dalla porta accanto alla finestra. Mi blocco. Il
prete dice:
 Ecco il signor Takahashi. Come ti spiegavo gi ieri, Mariko, vorrebbe parlarti.
E ci suggerisce:
 Andate su nel mio ufficio. Vi lascio soli.
Ci sorride ed esce in giardino. Non vedo pi Yukio. Saliamo al primo piano. La porta
dell'ufficio  aperta. Mariko si siede nella vecchia poltrona e io sulla sedia del prete. Siamo uno di
fronte all'altra. Dopo un momento di silenzio, dico senza mezzi termini:
 Giorni fa, ho avuto un colpo di fulmine. Da quando l'ho vista, non smetto di pensare a lei.
Pu sembrare molto infantile, ma  ci che provo.
Arrossisce. La fisso:
 Vorrei frequentarla in vista del matrimonio.
Risponde:
 Lei conosce la mia situazione familiare, vero?
 S. Sono pronto ad affrontare i miei genitori perch capiscano e la accettino come mia
fidanzata.
 Se rifiutano?
 Li abbandoner.
 sorpresa:
 Abbandonarli? Ma  impossibile! Ho sentito dire che lei  l'erede di una famiglia tradizionale.
 Mariko, sto parlando sul serio. In ogni caso, far il possibile perch acconsentano al
matrimonio.
 Non capisco, dice scuotendo il capo.
 Che cosa non capisce?
 Perch vuole correre questo rischio scegliendo proprio me? Se abbandona i genitori, la sua
stirpe si estinguer.  grave.
Non rispondo. Taccio. Mi guarda in faccia. Esitante, dico:
 Devo confessarle una cosa molto importante.
Spalanca gli occhi:
 Una cosa molto importante?
 S. Probabilmente sono sterile.
 Sterile?
 S.
Non sa come ribattere. Restiamo a lungo in silenzio. Dico:
 Vorrei adottare suo figlio, Yukio.
 Adottare Yukio?
Mi guarda, sconcertata. Le tremano le mani. Le prendo nelle mie. Con intensit, aggiungo:
 Mariko, glielo ripeto. Lei  l'unica donna con cui mi vedo.
China gli occhi dicendo:
 Capisco le sue parole, ma per oggi  troppo.
 Ha ragione. Aspetter finch non abbia deciso in un modo o nell'altro.
Si alza dalla poltrona ed esce dall'ufficio. La sento scendere lentamente i gradini, poi chiude la
porta d'ingresso.
Piove tutti i giorni.  la stagione delle piogge. Vado al laboratorio a piedi. Camminando vedo
ovunque delle ortensie in fiore. Mi fermo e le guardo, meravigliato da tutti quei colori vivaci. Quando
trovo una lumaca fra le foglie, mi ricordo dell'infanzia passata con Sono. Andavo a trovarla dopo la
scuola. Nel suo giardinetto, cercavo le lumache e le mettevo in una bottiglia con delle foglie bagnate.
Mi piaceva osservare quelle bestiole.
Mi chiedo: "Dov' ora Sono?". Nessuna notizia. Avrebbe gi dovuto far ritorno a Kamakura. Se
 partita da Harbin, non posso in alcun modo comunicare con lei. Non mi resta che aspettare. Provo una
certa inquietudine.
Dopo il lavoro, torno direttamente a casa. Da quando ho parlato con Mariko, non vado in
chiesa. Aspetto ancora la sua risposta con ansia. Tuttavia mi sento molto pi leggero e calmo.
Oggi smettono tutti di lavorare prima del solito. Il meteo annuncia un temporale per stasera.
Una volta arrivato a casa, si alza il vento e la pioggia cade sempre pi forte. Ho la camicia mezza
zuppa. Mi metto in yukata.
Mi preparo una tazza di t e mi accomodo nella poltrona di bamb davanti alla finestra. Apro il
quotidiano che ho appena comprato. D'un tratto, ecco i fulmini. Dopo qualche secondo, brontola il
tuono. Si ripete pi volte. Spengo la luce e guardo lo spettacolo del cielo.
Rifletto su ci che diceva il mio capo stamani durante la riunione. Spiegava che in una
succursale dell'impresa a Nagasaki hanno bisogno di un altro farmacologo. Si guardavano tutti. La citt
si trova a circa settecento chilometri da Tokyo. Nessuno sembra avere voglia di andarci.  troppo
lontana dalla capitale e il trasferimento ha proprio l'aria di un siluramento. Mentre ascoltavo il capo, mi
sono ricordato che la signora Tanaka viene da Nagasaki. Diceva che era il rifugio dei cattolici vittime
dell'oppressione del governo feudale, soprattutto nella regione di Urakami.
In verit, sono curioso di vivere in un posto diverso da Tokyo. Ora come ora andare a Nagasaki
non mi sembra una prospettiva cos brutta, anche se non sar plausibile per i miei genitori.
Intorno alle sette, la pioggia cessa e il tempo si placa. Verso ovest, il cielo si sgombra. Domani
far bello.
Sento il rumore della porta scorrevole dell'ingresso. Qualcuno mi chiama:
 Signor Takahashi.
 una voce femminile. Mi avvicino all'entrata. Riconosco Mariko, in piedi nella penombra.
Dico subito:
 Che sorpresa!
Replica:
 Ho chiesto il suo indirizzo al prete. Mi scusi se la disturbo cos.
 Tutt'altro, sono felice che sia venuta. Entri! Vado a prepararle subito una tazza di t.
 No, grazie, dice. Yukio mi aspetta in chiesa. Siamo rimasti l pi a lungo per il temporale.
Sono venuta perch ho preso una decisione.
 Ha preso una decisione? Mi dica.
Abbassa lo sguardo un momento poi mi guarda in faccia:
 Ho deciso di accettare la sua proposta.
 Davvero?
Le prendo le mani. Annuisce.
 Ma, dice, non ne ho ancora parlato con Yukio.  molto sensibile. Ho bisogno di tempo per lui.
 S, ha ragione. Aspetter che si abitui alla mia presenza. Non si preoccupi.
Abbraccio Mariko e le dico:
 La ringrazio di aver accettato la mia proposta. Scriver una lettera ai miei genitori per
annunciare loro il nostro fidanzamento. Quando Yukio sar pronto per il matrimonio, la presenter ai
miei. Va bene?
Annuisce di nuovo. Alza il viso. Ci guardiamo. La stringo forte al petto. Il suo calore si
diffonde in me. Ho il respiro pi corto. Cerco di calmarmi. Accarezzo la pelle serica del suo volto.
Chiude gli occhi. Ha le guance bagnate. Le bacio la fronte, le palpebre, le labbra. Incerta, dice:
 Adesso devo andare, ma domani vorrebbe cenare a casa mia?
 Con piacere!
Se ne va. Seguendo la sua figura con lo sguardo, penso a Sono. A lei, prima fra tutti, vorrei
presentare Mariko e Yukio.
Esco puntuale dal lavoro e raggiungo Mariko e Yukio all'angolo fra il vicolo e la strada
principale, vicino alla chiesa. Ha con s il cesto per la spesa. Andiamo nello yaoya che frequento da
solo ogni domenica.
Quando entriamo nel negozio, la moglie del proprietario ci guarda sorridendo.  la prima volta
che vengo qui insieme a qualcuno. Mariko e io scegliamo verdure, pesci, frutti. Yukio osserva con
curiosit le conchiglie in una scatola di legno. Al momento di pagare, la donna offre una reticella di
hamaguri a Mariko, dicendo:
 Okusan,  un portafortuna. Glielo regalo.
Mariko arrossisce. Rispondo subito:
 Grazie, signora.  gentile.
Metto le cose pesanti nella mia borsa. Mariko sistema il resto nel cesto. Porto Yukio sulle
spalle. Usciamo dal negozio.
L'appartamento di Mariko si trova in un quartiere in disparte rispetto alla strada principale.
Lungo il vicolo si susseguono case a un piano, simili a un nagaya. Noto alcune persone che bisbigliano
guardandoci. Mariko cammina spedita, in silenzio. Entrando nell'appartamento, mi dice:
 Non ci faccia caso. La gente  curiosa.
Yukio, sulle mie spalle, mi spiega:
 Sono cattivi perch non ho un padre.
Mariko distoglie lo sguardo. Metto gi il bambino e gli chiedo:
 Yukio, vuoi costruire delle barche di carta? Ho preso molti fogli usati in laboratorio.
 Va bene, risponde.
Mariko comincia a preparare la cena nel cucinotto a ridosso dell'ingresso. Ci sono solo due
stanze: una per dormire e l'altra per mangiare. Vedo diversi vestiti dai colori sgargianti appesi al muro.
Mariko mi dice:
  il mio lavoro, faccio la sarta.
Gioco con Yukio ascoltando Mariko che taglia le verdure. L'odore degli hamaguri grigliati si
diffonde. Hanno un ottimo profumo.
Mangiamo.  tutto delizioso. I pesci, le conchiglie e le verdure scottate sono gustose.  proprio
una bella cena.
Quando abbiamo finito, Yukio ci chiede:
 Possiamo fare il gioco del kaiawase? Vi faccio vedere come si fa.
Dispone le conchiglie degli hamaguri sul tavolo.
Spiega:
 Le regole del gioco sono semplicissime: trovare le due conchiglie che formavano la coppia
originale.
Lo conosco, ma dico lo stesso:
 Sono tutte uguali!
 No, guardi bene, precisa.
Ne prende due e attacca l'una all'altra.
 Vede, non sono della stessa grandezza.
 Hai ragione, replico.
 Allora, non sar facile, signor Takahashi!
Mariko sorride.
Si tratta di un gioco arcaico che risale al periodo Heian. I nobili giocavano con delle conchiglie
in cui erano scritte poesie. Chiedo a Yukio:
 Chi ti ha insegnato questo gioco?
Non risponde. Mariko suggerisce:
 Forse la signora Tanaka, a lei piacciono gli hamaguri. Inoltre dice che solo due parti si
uniscono davvero, come una coppia che va molto d'accordo.
Yukio vince ed  molto soddisfatto. Mariko lo manda a lavarsi. Mi occupo dei piatti mentre
Mariko si cura del figlio. Sfregandosi gli occhi, Yukio mi chiede:
 Signor Takahashi, pu venire a casa nostra anche domani?
Guardo Mariko che gli risponde:
 Certo!
Mariko e Yukio entrano in camera. Sento Mariko cantare con voce dolce. Resto immobile ad
ascoltarla. Mi ricorda Sono, che ogni sera cantava per farmi addormentare. Mi si stringe il cuore.
Mariko esce dalla stanza e mi dice:
 Yukio si sta addormentando. Grazie, signor Takahashi, per la piacevolissima serata.
Le metto le mani sulle spalle:
 Siamo fidanzati, Mariko. Non ringraziarmi come fai con le altre persone. Chiamami Kenji e
d'ora in poi diamoci del tu.
Si copre il viso con le mani e scoppia a piangere. La stringo a me e rimaniamo cos a lungo.
 la met di giugno.
Piove. Seduto sulla poltrona di bamb, leggo un libro tenendo in mano il segnalibro di Sono.
Vedo le parole nezabudka e wasurenagusa e penso: "Che cosa  successo? Non ho ricevuto ancora
notizie di Sono. Dopo un viaggio cos lungo, si sar ammalata?".
Rifletto un po' e decido che presto andr a Kamakura dove abita. Potrei portare anche Mariko e
Yukio. Di sicuro, voglio far vedere il mare al bambino perch non c' mai stato.
La domenica successiva, dopo cinque giorni di pioggia, il cielo si sgombera. La mattina presto,
vado a prendere Mariko e Yukio che mi aspettano con un cesto da picnic.
Andiamo alla stazione di Tokyo.  il suo primo viaggio in treno e Yukio  emozionato. 
stupito dalla grandezza della locomotiva a vapore. Quando saliamo, mi fa continue domande sul suo
funzionamento. La sua curiosit  sorprendente: la madre non si interessa per niente a questi particolari
tecnici.
Scendiamo alla stazione di Kamakura e prendiamo l'autobus fino alla spiaggia di
Shichirigahama. Non appena appare il mare, Yukio si mette a correre. Raccogliamo conchiglie in una
reticella, costruiamo un enorme treno di sabbia. Sembra felice. Dopo mangiato, Mariko e io ci
stendiamo sul telo che ha portato. Yukio continua a giocare sulla spiaggia.
Verso le quattro ce ne andiamo da Shichirigahama e, passando dalla spiaggia di Yuigahama, ci
rechiamo a casa di Sono.  a dieci minuti dal mare. Come immaginavo, lei non c'. Nemmeno i vicini
sanno quando torner. E, d'un tratto, mi ricordo del tempio S. che si trova vicino all'abitazione di Sono.
Propongo a Mariko di andare a visitarlo.
Arriviamo pochi minuti dopo.  un posto tranquillo. Non c' nessuno. Saliamo al cimitero
dietro al santuario. Mentre camminiamo, racconto a Mariko la storia del tempio S. e del figlio del
superiore, Kensaku, con cui giocavo da bambino.
All'ingresso, Yukio esclama:
 Com' grande!
Gli dico:
 La prossima volta ti far vedere anche il tempio M. dove sono sepolti i miei antenati. L c'
un cimitero ancora pi grande.
Mi chiede:
 Dov'?
Rispondo:
 A Tokyo, nel quartiere in cui abitano i miei genitori.
Mi chino davanti a una lapide per leggere l'iscrizione. Dietro di me, sento Yukio chiedere:
 Dov' la nostra, mamma?
 Noi non abbiamo una tomba, risponde Mariko.
 Sarebbe a dire? Non abbiamo antenati?
 Certo che li abbiamo, ma non sappiamo chi sono.
Lui tace un attimo. D'un tratto, Mariko dice:
 Yukio, presto sposer il signor Takahashi.
Resto senza fiato. Continua:
 Vivremo tutti e tre insieme. Il signor Takahashi ti vuole molto bene.
Yukio resta in silenzio, per molto tempo.
 Signor Takahashi... esordisce alla fine.
Mi volto verso di lui. Dice:
 Anch'io le voglio molto bene. Sapevo che voleva sposare mia madre, ma pu promettermi
una cosa?
 serio. Il suo sguardo e le sue parole mi ricordano il prete straniero. Mariko sta per intervenire.
Fisso Yukio negli occhi:
 Ti ascolto.
Dice:
 Voglio che lei mi prometta di non far mai piangere mia madre.
 Yukio! esclama Mariko.
 sbalordita. Prendo le mani di Yukio:
 S, siamo d'accordo. Te lo prometto.
Finalmente sorride e mi salta al collo. Lo stringo forte.
Quando arriviamo a casa di Mariko, Yukio dorme gi a pugni chiusi, appoggiato alla mia
schiena. Mariko gli prepara subito il letto. Mi riposo stendendomi sui tatami. Mariko porta le tazze da
t.
Dico:
 Yukio ti vuole molto bene. Lo invidio. Invidio il rapporto profondo che ha con te, sua madre.
Replica:
 Spero che non ti sia offeso troppo: ci che ti ha detto al tempio S. mi ha sorpresa molto.
Mi alzo:
 No, per niente! Vorrei adottarlo il prima possibile.
China gli occhi. Le prendo le mani. Mi guarda. Le accarezzo i capelli, il viso, il collo. Le tengo
le spalle fra le mani. Le nostre labbra si sovrappongono. La mia lingua cerca la sua. Ho il fiato corto.
Esclamo:
 Ti desidero! Non posso pi aspettare.
Le sbottono la camicia. Mi lascia fare. Le tocco il seno prosperoso, caldo e serico. Succhio un
capezzolo e resto immobile per qualche istante, come un bambino. Mi prende la testa fra le mani,
accarezzandola. La adagio sui tatami. Le bacio la fronte, gli occhi, il naso, le orecchie, il collo. Le tolgo
la gonna e le mutandine. Mi aiuta a spogliarmi. Sfioro il suo sesso caldo e bagnato, che stringe il mio
quando entro in lei. Si uniscono completamente come due hamaguri. Gemo:
 Ah! Mariko, ti amo!
Le nostre labbra si sovrappongono di nuovo. Muoviamo le natiche sempre pi velocemente. Fra
i gemiti, grida:
 Vieni, Kenji!
Raggiungiamo l'orgasmo insieme. Mi scorrono lacrime sulle guance. Mi calmo e l'avvolgo in
un abbraccio.
Al mattino, ci sveglia il rumoroso canto di un gallo. Esco di casa presto, perch devo passare a
cambiarmi prima di andare al lavoro. Cammino pensando alla giornata di ieri. "Signor Takahashi!"
Nell'orecchio, ho ancora il suono della voce di Yukio. Il suo volto innocente mi sorride.
Non riesco a concentrarmi sul lavoro. La mia testa  occupata interamente dall'immagine di
Mariko. Da quando abbiamo fatto l'amore per la prima volta, il suo corpo non smette di ossessionarmi.
Ripenso alla sua pelle morbida al tatto. Fra me e me, le bacio di nuovo il viso, il collo, il seno...
Sono geloso del suo passato. Sono geloso di tutti gli uomini che ha avuto. Come si comportava
con loro? Non posso immaginarla mentre prova piacere con un altro. Ogni volta che vedo Yukio,
questa idea mi tormenta. Penso a suo padre che ha fatto l'amore con sua madre. "Chi ?" Da una parte,
vorrei tanto chiedere direttamente a Mariko del suo passato, dall'altra credo che sapere mi
tormenterebbe ancora di pi. Provo a calmarmi.
Devo presentarla ai miei genitori, che ormai avranno ricevuto la lettera in cui annunciavo il
nostro fidanzamento. So che per loro, che sono i responsabili della famiglia, non sar facile accettare
che mi sposi con lei. In ogni caso, qualunque cosa mi dicano, non intendo tirarmi indietro. Cercher di
fare del mio meglio. Nella lettera, ho spiegato loro che Mariko  nata in una famiglia colta e la sua
sventura  dipesa unicamente dal terremoto, come accadde a tanti all'epoca.
Mi dispiace che Sono non sia ancora tornata.
Oggi porto Mariko e Yukio dai miei genitori.  molto nervosa, mi chiede quale abito deve
indossare.
 Non ho un kimono, dice.
Rispondo:
 Fa caldo. Con quella camicia bianca estiva e quella gonna beige che ti piacciono sarai
elegante.
Prendiamo l'autobus e il treno. Dalla stazione, ci vogliono venti minuti per arrivare al quartiere
di Chiyoda, vicino al palazzo imperiale, dove vivono i miei. Durante il viaggio, Yukio non parla.
Guarda il paesaggio dal finestrino, tenendo la mano della madre.
 Eccoci, Yukio, dico.
Siamo davanti alla porta principale della casa dei miei genitori. Yukio alza gli occhi. Vede solo
le alte cancellate di legno che circondano la casa. Per la prima volta, mi chiede:
 Lei  nato qui?
 No. Sono nato nello chalet di Kamakura.
Apro la porta e li faccio entrare in giardino. Mariko esclama:
 Che casa grande!
Yukio mi guarda:
 Il giardino  buio. Ho paura.
Gli accarezzo la testa:
 Sono i pini a coprire tutto. Il vantaggio  che d'estate fa fresco.
Kiyo ci accoglie all'ingresso e ci accompagna in salotto. Ci porta le tazze di t ed esce senza
dire niente. Passano venti minuti.
 Vado a chiamare i miei genitori, dico a Mariko.
Nel momento in cui mi alzo, sento dei passi nel corridoio. Finalmente mio padre entra in
salotto, seguito da mia madre. Si siedono a capotavola. Faccio subito le presentazioni:
 Questi sono Mariko Kanazawa e suo figlio, Yukio.
Mariko fa un profondo inchino e Yukio la imita goffamente. Mio padre guarda Mariko:
 Lo sa che nostro figlio  l'erede della famiglia Takahashi?
Alza gli occhi, molto pallida. Dico a mio padre:
 Ho spiegato tutto a Mariko.
Mio padre non risponde. All'improvviso, mia madre le dice:
 Lei  di dubbie origini, vero?
Sconvolto, fisso mia madre e le chiedo:
 Che cosa avete detto?
A capo chino, Mariko non si muove. Yukio le prende la mano. Ha lo sguardo triste. "Che
umiliazione!" Mi monta il sangue alla testa. Grido ai miei genitori:
 Basta! La mia pazienza  arrivata al limite!
Sono stupiti perch non ho mai gridato cos. Proseguo:
 Volete impedirmi ancora una volta di disporre della mia vita?
Mia madre replica:
 Il matrimonio  un affare di famiglia. Non puoi scegliere soltanto tu.
Mio padre aggiunge:
 Rifletti, figlio mio.
Grido di nuovo:
 Che parole, quanta maleducazione nei confronti della mia fidanzata e di suo figlio! Non lo
tollero pi! Chiedete scusa!
Mia madre mi risponde con freddezza:
 Cos ci manchi di rispetto.
Mariko si alza. Ha ancora Yukio per mano. Mi guarda, perplessa:
 Noi ce ne andiamo.
 No, Mariko! Aspetta!
Mio padre mi ferma, trattenendomi per il braccio. Mariko e Yukio escono dal salotto.
 Lasciali andare. C' una cosa che devi sapere su questa orfana e sul suo figlio illegittimo, dice
mio padre.
Non capisco. Continua:
 Abbiamo assunto un detective privato per indagare sulla famiglia di Mariko Kanazawa.
"Un detective privato?" Non credo alle mie orecchie.
 Dalle sue ricerche, dice mio padre, nessuna signora Kanazawa ha mai insegnato economia
domestica in una scuola media femminile di Tokyo e nessun signor Kanazawa  stato giornalista e
scrittore. Nel koseki, abbiamo trovato solo il nome di Mariko. Non c' traccia del nome dei genitori. Lo
sai, Kenji, che il suo koseki  stato creato solo dopo il terremoto del 1923? Mi sembra molto strano.
Non ho mai sentito una storia simile. Come si pu perdere ogni traccia del proprio passato in un
giorno?
Non rispondo. Mia madre, con aria soddisfatta, dice:
 Mariko  una bugiarda. Non possiamo accettare un matrimonio con una donna del genere.
Mira solo al tuo denaro!
Mio padre si calma.
 Kenji, sii realista. Sei l'erede,  una cosa molto importante. Dimentica tutto.
Mia madre continua:
 Ci hai creato dei problemi seri. Ma ti perdoniamo perch non ne sapevi niente.
Tacciono, mi alzo.
 Me ne vado, dico.
Sorpresi, tutti e due insieme mi chiedono:
 Dove vai?
 A prendere Mariko e Yukio.
 Sei pazzo! strilla mia madre isterica.
Mio padre alza il tono, minacciandomi:
 Va' pure a prenderli, ma la famiglia Takahashi non pu accettarli.
 Allora abbandoner la famiglia.
Mia madre ripete:
 Sei pazzo!
Esco dal salotto. Mi infilo le scarpe di fretta. Mi tremano le mani. Corro a perdifiato alla
stazione. Ripenso al viso di Yukio spaventato. Non ha capito ci che i miei provavano a dire a sua
madre, lo so. Tuttavia, dal modo in cui le parlavano, immagino che abbia avvertito la loro cattiveria.
"Lei  di dubbie origini, vero?" Sono le stesse parole che mia madre rivolse a Sono. Le lacrime mi
scorrono sulle guance. Odio i miei con tutto me stesso.
Scorgo da lontano Mariko e Yukio. In quel mentre, rivedo l'immagine dell'uomo che rema
controcorrente. Sulla barca sono seduti una donna e un bambino. La donna ha fra le braccia un mazzo
di fiorellini azzurri. La barca beccheggia con violenza. Fende le onde. Si alzano gli schizzi. Grido:
"Aspettate!". Si girano tutti e tre verso di me. Ora riesco a distinguere i loro volti: sono quelli di
Mariko, di Yukio e il mio.
II
Un pomeriggio di maggio.
Siamo soli in casa, mia moglie e io. Mio figlio  al lavoro, sua moglie sta facendo delle
commissioni e i bambini sono a scuola. Preparo il gioco dello sh?gi nella stanza dei tatami, che si
affaccia sul giardino.  il giorno in cui il mio amico, il signor Nakamura, viene a casa nostra.
Apro tutti i vetri scorrevoli.
Il cielo  limpido. Sento il profumo della rinascita primaverile. Ogni giorno che passa, le foglie
del caco si infoltiscono sempre pi. I boccioli gialli cominciano a schiudersi. Una coppia di rondini
vola al di sopra dell'albero. Soffia la brezza. Dlin... Dlin... Dlin... Il f?rin tintinna.
Mariko  seduta sulla poltrona di bamb, davanti all'aiuola. Lavora a maglia, appoggiata allo
schienale. Si interrompe e guarda gli uccelli che svolazzano fra i fili della luce. I capelli bianchi
leggermente ondulati risplendono sotto i raggi del sole mite. Mi lancia un'occhiata e continua a
lavorare. Per un attimo, vedo la sua immagine di un tempo.
Spazza nel giardino della chiesa. Indossa una camicia estiva bianca e una gonna beige. I lunghi
capelli neri. Il seno prosperoso. La vita sottile. Mi attrae subito con il suo sguardo nostalgico.
Ricordo il giorno in cui abbiamo fatto l'amore per la prima volta. Non avevo mai incontrato una
donna cos sensuale. Ci ho messo un po' a vincere la gelosia per il suo passato.
So che ha accettato la mia proposta di matrimonio nell'interesse di Yukio. Era il suo unico
legame di sangue e capisco perfettamente cosa prova una madre che desidera che il figlio naturale
possa avere un padre capace di offrirgli una buona educazione. Non ho mai pensato che corresse dietro
ai soldi, come sospettavano i miei. Mariko e Yukio sono arrivati nella mia vita per salvarmi dalla
depressione e dalla solitudine. Avevo bisogno di un buon motivo per abbandonare quell'ambiente in
cui mi sentivo a disagio.
Mariko continua a lavorare in giardino. Appoggio uno zabuton sull'engawa. Nel momento in
cui mi stendo, avverto un dolore al cuore. L'immagine dei miei genitori mi attraversa la mente.
Massaggiandomi il petto, faccio profondi respiri.
Non mi sono mai pentito di aver sposato Mariko. Tuttavia mi sento ancora in colpa verso i miei.
Ho disatteso agli obblighi che fanno carico all'erede di una famiglia con una tradizione di oltre tre
secoli.
Chiudo gli occhi. Il mite calore del sole mi copre la pelle. Mi assopisco ascoltando gli uccelli
cantare sull'albero. Dlin... Dlin... Dlin... Mi addormento.
All'improvviso, sento la voce del signor Nakamura:
 Buongiorno, signora Takahashi! Che bella giornata!
Mi alzo. Vedo il mio amico salutare Mariko togliendosi il cappello. Le offre un mazzo di fiori.
Mariko esclama:
 Wasurenagusa! Come sono carini! Grazie!
Siamo sposati da quarantasei anni.
Con il matrimonio, ho adottato Yukio e ci siamo trasferiti a Nagasaki dove l'impresa aveva una
succursale. Sereni, abbiamo formato una bella famiglia. Mi ha fatto piacere quando Yukio mi ha detto:
"Mia madre non piange pi. Sorride". Ogni tanto ho inviato qualche lettera al prete con un po' di soldi.
Sembrava sempre occupato dal lavoro e dai bambini. Nonostante le sue risposte fossero brevi, avevo
l'impressione che fosse molto felice per Mariko e Yukio.
Sono  tornata dalla Manciuria appena prima della nostra partenza per Nagasaki nel 1933. Si era
ammalata a Harbin. Al rientro,  stata ricoverata in ospedale. Ho potuto vederla solo una volta. Ho
portato con me Mariko e Yukio. Sono ne era contenta. Le ho promesso che sarei andato a prenderla un
giorno perch potessimo vivere insieme a Nagasaki. Purtroppo di l a poco  morta.
Dopo dieci anni, mi hanno trasferito in Manciuria. Per sei mesi avrei dovuto fare ricerche su dei
farmaci di guerra nel laboratorio di un ospedale. Il mio collega, il signor Horibe, mi ha sostituito a
Nagasaki, dove  venuto con la famiglia, e io sono partito. Alla fine sono dovuto restare in Manciuria
per pi di un anno. La situazione del Giappone nelle isole del Pacifico si faceva sempre pi critica. E,
poco prima della guerra, sono stato catturato e spedito in Siberia, in un campo di lavori forzati, vicino
alla citt di Omsk. Laggi, ho appreso la terribile notizia: una bomba atomica era caduta su Nagasaki.
Per giunta, era esplosa sopra la zona di Urakami dove vivevano ancora la mia famiglia e quella del
signor Horibe. Non potendo sapere se erano al sicuro, sono caduto in depressione. Soffrivo per la fame,
il freddo, il pessimo cibo. Per due anni, mi sono sentito pi morto che vivo.
Sono tornato in Giappone nel 1947.
Ero cos felice che Mariko e Yukio fossero sopravvissuti alla catastrofe. Mi hanno accolto alla
stazione di Nagasaki, sconcertati dal mio aspetto, invecchiato e dimagrito. Ci siamo baciati, piangendo.
Ogni volta che sentivano dell'arrivo dei rimpatriati dalla Siberia, andavano alla stazione. Mariko mi ha
detto che la mattina in cui  caduta la bomba era in campagna per barattare uno dei suoi vestiti con del
riso. Per l'esattezza, era stata la signora Horibe a chiederle di accompagnarla, perch conosceva una
coppia di fattori che cercava degli abiti occidentali per la figlia. Yukio era all'ospedale universitario
con uno dei miei colleghi, che aveva bisogno di aiuto. Pur essendosi trattato di un caso, ero davvero
grato alla signora Horibe e al mio collega per aver salvato Mariko e Yukio. Purtroppo il signor Horibe
 deceduto in casa durante l'esplosione. La moglie e la figlia sono tornate a Tokyo qualche settimana
dopo la bomba. Ero addolorato non solo per loro, ma anche per l'amante del signor Horibe e suo figlio.
La succursale dell'impresa era ancora a Nagasaki. Dopo un mese di riposo, ho ripreso a
lavorare.
Rifugiandosi in campagna, anche i miei genitori sono sopravvissuti ai bombardamenti dei B-29.
Quando sono rientrato dalla Siberia, mi hanno chiesto di andare a Tokyo con Mariko e Yukio. Una
proposta del tutto inattesa, ma ho preferito rimanere a Nagasaki. Ormai anziani, hanno venduto tutti i
loro beni immobili per trasferirsi in una casa di riposo.
Nel 1951, Yukio ha terminato gli studi universitari a Nagasaki ed  partito per Tokyo per
trovare lavoro.  stato preso come chimico in un'impresa di prodotti alimentari,  un buon posto. Ha
provato a cercare la chiesa della sua infanzia, ma non esisteva pi. Non c'era traccia nemmeno del
prete e della signora Tanaka. Forse sono morti durante i bombardamenti.
Mio padre  deceduto nel 1955. Mia madre, l'anno dopo. Come previsto dalla legge, il loro
avvocato mi ha contattato per la successione. Mi sono recato a Tokyo e ho ricevuto il denaro che
avevano conservato in banca. A quel punto, sono andato al tempio M. per pagare le spese per la cura
della tomba dei nostri avi. Dopo, sono passato dal municipio per informarmi su tutti gli orfanotrofi
della citt. Li ho visitati uno dopo l'altro, distribuendo i soldi dei miei. Quando sono tornato a
Nagasaki, Mariko mi ha detto: "Vivo o no, il prete apprezza il tuo gesto. Grazie, tesoro".
Yukio si  sposato nel 1964, a trentacinque anni. Anche la moglie  una vittima della guerra: ha
perso i genitori durante i bombardamenti di Yokohama. Hanno avuto tre figli. Quattro anni fa, hanno
comprato una casa a Kamakura e hanno invitato me e Mariko ad andare a vivere insieme a loro. In
effetti, erano molto preoccupati per le mie condizioni di salute; i lavori forzati in Siberia mi hanno
parecchio indebolito.
Il signor Nakamura si siede davanti a me al tavolo da sh?gi. Disponendo i pezzi, mi dice:
 Siamo fortunati ad avere dei nipoti.
Rispondo:
  vero.
Ha appena visto il figlio, il nostro vicino, che ha due bambini e la moglie presto partorir. I
signori Nakamura abitano in un altro quartiere. Conosco la loro famiglia da quando Mariko e io ci
siamo trasferiti a Kamakura.
Il signor Nakamura dice:
 Ieri sono andato a trovare mia figlia, a Tokyo, e per strada ho incrociato un bonzo, vecchio
amico di mio padre. Era in cammino verso la prigione.
 La prigione? Oh Dio! Ha commesso un reato?
Ride:
  cappellano. Andava a pregare con un condannato a morte.
 Un condannato a morte?
 S, risponde spostando un pezzo. Quel monaco mi ha detto una cosa importante.
 Quale?
 Durante l'esecuzione, chi non ha figli incontra maggiore difficolt a consolarsi della propria
morte rispetto a chi ne ha.
 stato un duro colpo. Non sa che non ho figli miei e Yukio  adottato. Cerco di immaginare il
momento della morte pensando alla mia famiglia: mia moglie, Yukio, mia nuora e i nostri nipoti. Non
credo che avr problemi ad abbandonare questo mondo.
Il signor Nakamura prosegue:
 Forse il punto non  avere un discendente o meno ma lo stato d'animo che abbiamo
nell'attimo della morte. Chi non ha figli si rattrista perch la propria stirpe si estinguer.
Taccio. Continua riferendomi le parole del monaco. A suo avviso,  essenziale che l'anima del
condannato, colma di rabbia e odio, si purifichi prima della morte. Per purificarla, bisogna che si
confessi dal profondo del cuore. Altrimenti l'anima vaga e rinasce, e cos il reato si ripeter. Possiamo
cancellare completamente il corpo, ma l'anima no.
Lo ascolto con interesse e chiedo:
 Di quale tempio fa parte questo bonzo?
Risponde:
 Del tempio M.
"Il tempio M.? I miei genitori e i miei antenati sono sepolti l." Ci vado in visita due volte
l'anno, da solo. Ho il batticuore. Sono sicuro che i miei genitori siano morti adirati con me. Chiudo gli
occhi un momento.
Il signor Nakamura mi guarda:
 Ha l'aria smarrita. Oggi vincer io.
Il signor Nakamura se ne  andato. Aveva ragione. Ero confuso e ho perso la partita a sh?gi. Era
contento perch negli ultimi tempi avevo vinto pi volte di fila.
Scendo in giardino. Mariko sta piantando in un angolo dell'aiuola i fiori che le ha regalato il
mio amico. Mi avvicino mentre innaffia la pianta alla base. I piccoli petali azzurri mi attirano.
Mi accomodo nella poltrona di bamb. Chiedo a Mariko:
 Ti ricordi della donna che si chiamava Sono?
 Sono?
Mi guarda un attimo. Riflette. Aggiungo:
 La mia tata. L'hai incontrata in ospedale a Tokyo, poco prima della nostra partenza per
Nagasaki.
 Ah, lei! Era gravemente malata di cuore e il medico ci ha permesso di vederla, in via
eccezionale, perch stavamo per lasciare la citt.
 Proprio cos.
 Ho parlato con lei solo pochi minuti ma non dimenticher mai ci che mi ha detto.
Le chiedo:
 Che cosa ti ha detto?
 "Mariko, grazie per aver accettato di sposare Kenji. Lei e suo figlio lo avete reso felice."
Sono stupito:
 E che cosa le hai risposto?
 Niente. Non sapevo cosa rispondere per mi sono commossa. Mi ha parlato come se fosse la
tua vera madre. Mi ha ricordato il prete straniero dell'orfanotrofio, che si comportava come se fosse
mio padre.
Resto in silenzio. Mariko aggiunge:
 Non si dimenticano mai le parole gentili che ci vengono dette.
Raccoglie il vaso vuoto, la paletta e l'annaffiatoio. Alzandosi, mi domanda:
 Perch all'improvviso hai tirato fuori Sono?
 Me l'hanno ricordata i fiori. Tutto qua.
Entra in casa.
Guardo un'altra volta i fiori e mi dico: "Non si dimenticano nemmeno le parole cattive che ci
vengono dette". So che Mariko rammenta quelle di mia madre: "Lei  di dubbie origini, vero?". Sono
mi ripeteva spesso: "Kenji, non bisogna ferire le persone con le parole". Aveva ragione.
Conservo sempre il segnalibro che mi ha inviato da Harbin.
All'ospedale, le ho detto: "Lo conserver gelosamente, pensando a te, con il nome nezabudka".
Mi ha sorriso e ha aggiunto: "Io invece non so come si chiamino questi fiori in giapponese. Che
strano". Le ho risposto: "In giapponese si chiamano wasurenagusa". "Wasurenagusa, che bel nome!"
"Non lo sapevo nemmeno io.  stata Mariko a dirmelo la prima volta che abbiamo chiacchierato in
chiesa." Sono ha sorriso: "Una coincidenza molto significativa per voi due!".
Il segnalibro ha viaggiato con me ovunque, addirittura in Siberia.
Nel campo di lavoro, nella regione di Omsk, ho visto dei fiori di nezabudka. In primavera,
coprivano il campo come un immenso tappeto azzurro. Un giorno, dal filo spinato, ho intravisto una
donna che raccoglieva i fiori per farne una ghirlanda. Un bambino le correva intorno. Li ho guardati
pensando a Mariko e Yukio.
 Jinmu, Suizei, Annei, Itoku...
Il signor Nakamura comincia a declamare i nomi degli imperatori che si sono succeduti in
Giappone. Lo ascolto disponendo i pezzi dello sh?gi.
Prima della guerra, gli studenti dovevano impararli a memoria. Mi ricordo che Yukio si
lamentava: "Sono centoventiquattro in tutto. Sono troppi!". Le materie che richiedono uno studio
mnemonico non erano nelle sue corde, ma non era solo la questione del numero. Mi ha domandato:
"Pap, com' possibile che una famiglia mantenga la stirpe cos a lungo, senza interruzioni?". Sapeva
che ero l'ultimo erede della famiglia Takahashi e che la nostra discendenza si sarebbe estinta perch
non avevo figli. Ho risposto in modo evasivo: "Non pensarci.  un semplice esercizio da imparare a
mente". Ovviamente non era rimasto soddisfatto.
 ... Meiji, Taish? e infine Sh?wa! dice il signor Nakamura.
 Che memoria alla sua et!
Tutti i pezzi sono allineati sul tavolo. Il signor Nakamura li guarda con grande passione.
Cominciamo la partita.
 In realt, dice, ho dovuto aiutare mio figlio a memorizzarli. Aveva molta difficolt con questo
tipo di esercizi. Risultato: io li ho imparati, lui no.
Rido. Continua:
 Abbiamo una famiglia imperiale cos antica, la pi antica del mondo,  incredibile. Ora regna
il centoventiquattresimo imperatore!
 Eppure, dico, in futuro non sar facile mantenere solo la stirpe paterna. Dipende dal Codice
della famiglia imperiale, applicato nel periodo Meiji e dopo la guerra. Di fatto, fra l'epoca Asuka e
l'epoca Edo hanno regnato otto eredi donne.
 Ha ragione.  per questo che, fino all'epoca Taish?, l'erede che avesse una moglie infeconda
o che avesse avuto solo figlie femmine poteva prendersi delle concubine per fare figli maschi. Ma ora
questa usanza non si pratica pi.
 Allora, dico, dovremmo modificare il Codice perch la donna possa diventare erede.
 Esatto, risponde.
Fissa lo sguardo sui pezzi. Continuo:
 Se attribuiamo importanza alla continuit della stirpe paterna o materna, non dobbiamo
escludere alcuna possibilit per fare figli. Per esempio, la donna che ha il marito sterile potrebbe avere
dei concubini.
Il signor Nakamura mi guarda sconcertato.
 Come? Che cosa ha detto?
 Concubini per le donne. Perch no? Non sono solo le donne a essere sterili. Possono esserlo
anche gli uomini, e a volte entrambi.
 Non credo che potrei abituarmi all'idea, nemmeno se fossi sterile. Preferirei non avere figli
anzich vedere mia moglie che va a letto con un altro.
Sembra imbarazzato. Dico:
 Anch'io. Gli uomini sono proprio egoisti.
Sorrido amaramente ricordando l'epoca in cui la gelosia per il passato di Mariko mi assillava.
Oggi la partita  finita pari. Il signor Nakamura sembra soddisfatto lo stesso. Scendiamo in
giardino. Stirandosi, mi chiede:
 Ha mai pensato al kaimy??
Rispondo:
 No. Perch?
Dice:
 Una volta ho fatto un viaggio di affari a Vancouver e ho avuto modo di visitare un cimitero
protestante. Ero curioso di leggere che cosa incidevano sulle lapidi.
  interessante. Che cosa ha trovato?
 Una formula molto semplice con il nome del defunto, l'anno di nascita e di morte.
 Davvero? Che cosa scrivono come formula?
 Ho letto: In memory of my beloved husband, wife, son, daughter...
 Tutto qua?
 S. Ah! Mi ricordo di aver visto anche delle poesie.
  romantico, dico.
 Per i buddisti, il bonzo sceglie il kaimy? in base al denaro che riceve dalla famiglia. Mi
sembra una prassi arida, soprattutto quando non si conosce il defunto.
Ovviamente il signor Nakamura presume che io sia buddista. I miei genitori e i miei antenati lo
erano, ma io non sono praticante, anche se visito la loro tomba. Onestamente non apprezzo i riti
inchiodati a regole che i templi applicano a modo loro.
Dico al signor Nakamura:
 Sono troppo venali. Come dice il proverbio: "Perfino all'inferno, dal denaro dipende il
giudizio eterno".
Sospira:
 Purtroppo.
Aggiungo:
 Si potrebbe scolpire qualsiasi parola sulla tomba. Il nome di un fiore, per esempio.
 Proprio giorni fa, risponde, per puro caso nel tempio S. ho letto il nome di un fiore su una
lapide.
"Tempio S.?" Mi viene subito in mente Kensaku con cui giocavo da bambino. L'ultima volta, ci
sono stato con Mariko e Yukio prima di partire per Nagasaki. Sono passati quarantasei anni. Non ho
mai pensato di tornarci, anche se abito l vicino perch, a differenza del signor Nakamura, non mi
interesso ai templi n alle tombe.
Per curiosit, chiedo al signor Nakamura:
 Quale nome di fiore c'era scritto?
Risponde:
 Wasurenagusa!
 Wasurenagusa?
 S,  bellissimo, vero?  per questo che giorni fa gliene ho portato un mazzo.
Sto zitto. Rifletto. Mi guarda:
 Che cosa c'?
 Mi dice qualcosa. Ha visto il nome del defunto?
 C' scritto solo "Sono", in hiragana. Sar stato il suo nome.
Esclamo:
 Sono! Si tratta di una persona che conoscevo, ora lo so!
 Che coincidenza! Il mondo  proprio piccolo.
Mi spiega dove si trova la lapide e aggiunge:
 Uscendo dal tempio, ho notato un monaco che sembrava suo coetaneo.
Sar Kensaku. Rammento ancora il suo viso. Sua madre diceva che ci somigliavamo come
fratelli.
Il signor Nakamura dice:
 I suoi lineamenti mi hanno ricordato lei.
 trascorso qualche giorno. Oggi decido di andare al tempio S. Vorrei accertarmi con i miei
occhi che si tratti della tomba di Sono. Mi incuriosisce rivedere anche Kensaku. Chiss se si ricorder
di me. L'ultima volta che ci siamo incontrati, avevamo all'incirca dieci anni.
Vado al tempio S. Passo davanti al santuario. Non c' nessuno. Salgo verso il cimitero. L'odore
del senk? mi sfiora le narici. Qua e l sono posati fiori di stagione. Alcuni sono freschi, altri appassiti.
Mi guardo intorno, alla ricerca del punto che mi ha descritto il signor Nakamura. La lapide che mi
interessa dovrebbe trovarsi dalla parte opposta rispetto all'entrata. Raggiungo l'ultima fila e giro a
destra.
Arrivo all'angolo e vedo una tomba in disparte, isolata e sbiancata dal tempo. La superficie,
coperta di licheni secchi,  rugosa. Esamino da vicino le lettere incise sulla pietra. Le leggo lasciando
scivolare le dita. Wa-su-re-na-gu-sa. Guardo sul lato sinistro: Sono, nata nel 1871, deceduta nel 1933.
Penso: "Sono,  una gioia rivederti. Vorrei portare anche Mariko la prossima volta".
Mi chino davanti alla lapide. Chiudo gli occhi, a mani giunte. Mi rivedo bambino di quattro
anni, corro dietro a Sono gridando: "Aspettami!". Si volta. Allarga le braccia. Sorride: "Kenji, corri!".
Dietro, ci sono i bamb e le camelie. Immagino che il posto sia molto grazioso quando
sbocciano i fiori. Mi chiedo chi le avr eretto questa tomba. Sono non ha familiari. Del resto, mi
diceva: "Non ho una tomba di famiglia e nemmeno la voglio".
 Signore...
Sento una voce esitante. Mi giro. Un monaco con indosso una lunga stola nera estiva si avvicina
lentamente. Mi alzo. Lo vedo in faccia. Subito esclamo:
 Kensaku!
 Kenji, sei davvero tu! Ho chiamato perch  la prima volta che noto qualcuno chinarsi davanti
alla tomba di Sono.
Mi fissa con nostalgia:
 Quanto tempo era che non ci vedevamo! Dove abiti?
 Qui, a Kamakura.
 sorpreso. Rievoco le circostanze in cui mi sono trasferito. Con accento commosso, dice:
  un innen che tu sia venuto nel luogo in cui sei nato.
Mi accorgo che ha i lineamenti del padre. Chiede:
 Come hai fatto a trovare la tomba di Sono?
Racconto la storia del mio amico, il signor Nakamura. Kensaku mi ascolta, stupito.
Mi invita a bere un t. Strada facendo, mi dice che  stato suo padre a erigere la tomba a Sono,
secondo le sue ultime volont. Aveva scelto lei la parola Wasurenagusa. Mi asciugo una lacrima
all'angolo dell'occhio. Penso: "Sono mi aspettava".
Kensaku mi accompagna in casa, vicino al santuario. Mi fa accomodare in salotto e va a
prendere il t. Le porte scorrevoli sono tutte aperte. Il vento entra nella stanza, che si affaccia sul
giardino. Vedo vasi di bonsai disposti sulla mensola bassa. Kensaku torna, portando lui stesso le tazze.
Si sente un gatto miagolare. Guardiamo fuori, dove diversi cuccioli seguono la madre. Mentre mi serve,
spiega:
 Sono gatti randagi. Ogni giorno do loro gli avanzi.
Mi dice che vive da solo. Sua moglie  morta tre anni fa. Mi domando se ha figli e chi sia il
prossimo erede, ma esito ad affrontare l'argomento. Preferisco dire:
 Sai perch mi sono trasferito a Nagasaki?
 Certo, molto bene. Dopo la tua partenza, i tuoi genitori sono venuti a chiedere a mio padre che
ti richiamasse subito indietro.
 Non lo sapevo... E tuo padre, che cosa ha risposto?
 Ha replicato semplicemente: "Non si pu ostacolare chi vuole andare". I tuoi erano furiosi. Da
quella volta, non sono mai pi tornati al tempio.
Mi appare l'immagine dei miei arrabbiati. Aggiungo:
 In realt, sono anni che vivo con il rimorso di aver disatteso agli obblighi legati all'eredit.
Kensaku resta in silenzio. Fissa il tavolo. Alza gli occhi e dice:
 Non dovrai pi sentirti cos se ascolterai la storia dei tuoi genitori.
Lo squadro:
 Cosa significa?
 Sar onesto, Kenji. Sei stato adottato alla nascita.
 Adottato?
Sono sbalordito:
 Stai scherzando? Non ci sono le parole "figlio adottato" sul nostro koseki.
Serio, risponde:
 Perch alla nascita i tuoi genitori ti hanno registrato come figlio loro.
 Non capisco. Come sono riusciti a farlo?
 Non ne ho idea. L'unico dato certo  che tuo padre era sterile.
"Anche mio padre era sterile!" Imbarazzato, distolgo lo sguardo. Continua:
 Tuo nonno non credeva alla sterilit maschile e ha costretto tuo padre a prendersi varie
amanti, una dopo l'altra. Ma non  servito a risolvere il problema. Un giorno mio padre, all'epoca il
superiore del tempio, gli ha parlato di una donna incinta che avrebbe dovuto abbandonare il figlio per
una malattia cardiaca. Tuo padre ha colto subito l'occasione al volo, dicendo che desiderava il bambino
indipendentemente dal sesso. Mio padre lo capiva perch anche per i miei genitori non era stato facile
avere un figlio. Ci sono voluti sette anni.
Dico:
 Credo che i miei nonni fossero all'oscuro di questa storia.
  probabile. La questione  stata gestita fra i tuoi genitori e mio padre.
Prendo la tazza di t. Mi tremano le mani. La riappoggio sul tavolo. A capo chino, cerco di
calmarmi. Resto senza fiato. Mi massaggio il petto. Faccio respiri profondi.
Chiedo:
 Allora tuo padre conosceva i miei veri genitori?
 Certo, conosceva la tua vera madre, ma non tuo padre.
 No?
 Eri un figlio naturale, risponde.
"Figlio naturale?" Le figure di Mariko e Yukio mi attraversano la mente. Mi ripeto: "Non solo
ero un figlio adottato, ma anche un figlio naturale...".
Domando:
 Chi era la mia vera madre?
Con tono sereno, risponde:
 Era la tua tata.
Allibito, lo guardo in faccia:
 Sono?
 S.
Abbasso la testa. Stiamo in silenzio per un momento.
 Non biasimarla per averti abbandonato. A quei tempi viveva una situazione difficile. Anche
mia madre la conosceva bene, e l'ha perfino aiutata a partorire. Ho saputo queste cose in seguito.
Non rispondo. Rivedo una scena della mia infanzia: Sono canta massaggiandomi la schiena, mi
addormento. I gattini miagolano in giardino. Li guardo ricordandomi degli orfani della chiesa.
All'improvviso Kensaku dice:
 Non ho figli.
"Nemmeno lui?" Non avrei mai detto che si trovasse nella mia stessa situazione.
Chiedo:
 Quindi, che cosa farai del tempio?
 Presto passer in altre mani, risponde.  una lunga storia, te la racconter un'altra volta.
Mi volto verso il giardino. I cuccioli giocherellano intorno alla madre sdraiata per terra.
Sbadiglia. Con aria gioiosa, Kensaku dice:
 Sono era piena di energia nonostante le sue condizioni di salute. Ha viaggiato tanto!
Finalmente sorrido:
 Hai ragione. L'ultimo viaggio l'ha portata fino a Harbin.
Domanda:
 Sai perch ha scelto proprio quella meta?
 Credo che volesse rivedere a ogni costo una persona che vive l.
 Era il suo innamorato russo, precisa.
Ripeto:
 Il suo innamorato russo?
 Ti ricordi che negli anni venti molti musicisti russi sono venuti in Giappone arricchendo
l'ambiente della musica classica? A Tokyo, Sono ha incontrato un violinista dell'orchestra sinfonica di
Harbin.  venuto a trovarla pi volte in Giappone. Nel 1933, Sono si  recata a Harbin, pensando che
fosse l'ultima opportunit che aveva di rivederlo. Sembra che abbia vissuto la vita come meglio ha
potuto.
Prima di andarmene dal tempio, torno sulla tomba di Sono.
Guardo ancora una volta le lettere incise sulla pietra. "Wasurenagusa, Sono, nata nel 1871,
deceduta nel 1933." Non c' il cognome. Mi chino davanti alla lapide e prego a lungo. Alzandomi,
dico:
 Sono, chiunque tu fossi, la mia tata, mia madre oppure un'amica, eri una persona
straordinaria. Sono felice di averti incontrata in questo mondo.
Mia moglie lavora a maglia in giardino. Sono steso sull'engawa. Vedo alcune rondini
volteggiare nel cielo azzurro. Anche quest'anno una coppia ha nidificato a casa nostra e ha deposto
diverse uova. Mia moglie racconta che quegli uccelli allevano i piccoli insieme. Covano le uova a
turno, cercano gli insetti per nutrire i rondinotti, puliscono il nido gettando gli escrementi. Ne resto
meravigliato.
Mia moglie dice che le rondini le ricordano il prete straniero che si occupava degli orfani come
se fosse stato il loro vero padre. Il discorso che mi ha fatto prima del matrimonio con Mariko era quello
di un genitore che vuole proteggere il figlio dalle sciagure passate e gli augura di essere felice dal
profondo del cuore.
I raggi del sole aumentano di intensit. Presto arriver l'estate. Chiudo gli occhi. Per un attimo,
mi chiedo se fra gli animali esistono la sterilit e l'adozione.
Rifletto sulla storia dei miei genitori, che mi ha raccontato Kensaku. All'inizio, ero sconvolto,
ma pi ci penso e pi credo che fossero semplicemente vittime di una tradizione familiare. Per mio
padre, fu un'umiliazione scoprire di essere sterile. E per mia madre, una catastrofe non poter rimanere
incinta ed essere considerata sterile al posto di mio padre.
Comunque sia, i miei non sono mai andati d'accordo. Durante l'infanzia non ero felice. Quando
mi sono sposato con Mariko, avevo tutte le intenzioni di formare una bella famiglia, proteggendo
Mariko e suo figlio Yukio.
Dlin... Dlin... Dlin... Il f?rin tintinna mosso dalla brezza. Guardo il cielo molto sereno di
maggio. In giardino, Mariko lavora ancora a maglia.
 Buongiorno, signora Takahashi!
 la voce del signor Nakamura. Mi alzo pensando che non  il giorno in cui giochiamo a sh?gi.
Scendo in giardino.  venuto a portarci delle notizie.
 Mia nuora ha partorito ieri sera e mia moglie  gi andata in ospedale. Anch'io vado l con
mio figlio. Il neonato e la madre stanno bene.
Diciamo:
 Congratulazioni!
Mia moglie gli chiede:
  un maschio o una femmina?
Sorride:
 Una femmina! Mio figlio e mia nuora hanno gi scelto il nome.
Mariko chiede ancora:
 Come la chiameranno?
Eccitato, risponde:
 Sono!  molto carino, vero?
Lei mi guarda:
 Sono? Che coincidenza! Era il nome della tua tata.
Il signor Nakamura ci dice:
 In realt, mio figlio e sua moglie non avevano idea di quale nome scegliere se fosse nata
femmina. Quando ho suggerito Sono, a loro  piaciuto subito. Scusatemi, mio figlio mi aspetta. Devo
andare. A presto!
Il signor Nakamura si allontana con passo rapido. Mettendo i ferri nella borsa, mia moglie
afferma:
 Ho appena finito.
 Che cosa hai fatto?
 Una coperta per la piccola Sono!
Mariko e io camminiamo sull'argine. Davanti a noi si stende un grande fiume. L'acqua 
profonda, la corrente rapida. Il vento soffia nella nostra direzione.
Mariko inizia a canticchiare sottovoce. I raggi del sole le illuminano i capelli bianchi appena
lavati. Nel momento in cui il profumo di sapone mi sfiora, sono pervaso da una sensazione di dj vu.
Mi fermo.
Mi chiede:
 Che cosa c'?
Balbetto:
 No, niente.
Continuiamo a camminare.  tutto tranquillo. Non c' nessuno. Si ode solo il fragore della
corrente. All'improvviso Mariko dice:
 Conosci la storia del wasurenagusa?
Ripeto:
 La storia del wasurenagusa?
 S. Sai perch questo fiore si chiama cos?
 No. Perch?
Racconta:
 Nel medioevo, un cavaliere passeggiava con l'innamorata in riva al Danubio. Si chiamava
Rudolf e lei Bertha. Sulla sponda la ragazza vide dei fiorellini azzurri e ne voleva qualcuno. Rudolf
scese. Raccogliendoli, cadde nella rapida. Disperato, si dibatt, ma invano. Bertha fu colta dal panico.
Lanciandole i fiori, lui grid: "Non ti scordar di me!", e spar nell'acqua...
Ascoltandola, mi torna in mente il fiume Irtych che ho visto nella regione di Omsk, dove
sbocciano i fiori di wasurenagusa. Una giovane balla, con una ghirlanda fra i capelli. Un bambino le
corre intorno. Sento il suono di una balalaica.
Dico a Mariko:
 Che storia triste!
Ci sediamo su una panchina di legno e guardiamo il fiume.
Mariko resta in silenzio. Il suo sguardo vaga in aria, distratto. Non so a cosa pensi, ma so che ha
molti ricordi legati alla sua vita prima che arrivassi io, ricordi di cui non vuole parlare a nessuno. Ha gli
occhi un po' umidi. La tengo delicatamente per le spalle. Si stringe a me. Le accarezzo il braccio. Le
nostre ginocchia si incollano. Rifletto: "Mariko, anch'io ho dubbie origini". Sento il calore della sua
pelle diffondersi in me.
Chiudo gli occhi. Remo contro la corrente veloce. Sulla barca sono seduti Yukio e Mariko con
un mazzo di fiori azzurri in mano. Mi appare la gente della chiesa che mi chiama dalla riva: "Signor
Takahashi!". Agitano le mani. Gli orfani, il prete straniero, la signora Tanaka... Vedo un'altra donna
che si avvicina. Indossa un kimono spigato viola. Un bambino la segue correndo. Immediatamente
grido: "Sono!".
HOTARU
Nel cielo salgono enormi cumulonembi.
Sporgendomi dalla finestra, li guardo, sono immobili come gigantesche rocce. Sotto di me le
cicale stridono rumorosamente. Il caldo  opprimente. La stagione delle piogge  appena finita.
Mi appresto a uscire. Oggi andr dai miei genitori dove mi aspetta Obochan. Resta a letto quasi
tutto il giorno. I miei dicono che non arriver all'autunno.
Abito a Tokyo, sono studentessa universitaria.  il periodo delle vacanze estive. Lavoro tutte le
mattine in un negozio di fiori. Il pomeriggio studio nella biblioteca del quartiere perch nel mio
appartamento fa troppo caldo. Devo preparare gli esami di settembre. Il fine settimana torno a
Kamakura per dare una mano ai miei genitori che si occupano di Obochan. Li sprono a uscire. Anche
mia sorella e mio fratello maggiori abitano a Tokyo. In questo periodo sono molto impegnati sul lavoro
e non possono andare a trovarla quanto me. I miei apprezzano molto il mio aiuto.
Obochan ha ottantaquattro anni. Le sue condizioni di salute sono peggiorate in seguito a un
incidente che ha avuto lo scorso dicembre. Scivolando su uno strato di ghiaccio in giardino, ha sbattuto
la testa su una pietra e si  fratturata una gamba. Era troppo debole per essere operata, e contro il dolore
ha dovuto prendere degli analgesici. Ha rapidamente perso l'appetito ed  diventata un po' sorda. Si 
indebolita giorno dopo giorno. Oltre allo stato fisico ci rattristava quello mentale: ha iniziato a soffrire
di allucinazioni, che sono andate avanti per qualche settimana.
Mi ricordo perfettamente della prima volta. Erano passati tre giorni dall'incidente.
Era a letto sveglia. Stavo piegando della biancheria sul tavolo all'angolo della camera. D'un
tratto mi ha chiamata: "Tsubaki, guarda!". Indicava i vetri scorrevoli, che si affacciano sull'orto. Ho
visto dei fiocchi di neve volteggiare nel vento. "Che cosa c', Obochan?" Scandendo le sillabe ha
detto: "Ho-ta-ru". D'istinto ho risposto: "Non  possibile!". Ma era seria: "Guarda bene!". Sono
rimasta sconcertata. Ha esclamato: "Com' bello!". Poi si  messa a canticchiare una canzone da
bambini: "Ho... ho... hotaru koi...". "Venite, lucciole! Sull'altra riva l'acqua  salata, di qua 
zuccherata! Venite, lucciole!" Si  interrotta e mi ha detto: "Che canzone crudele!  un inganno!
Tsubaki, sta' attenta a non cadere nell'acqua zuccherata".
Dopo pochi giorni, mio padre l'ha sentita gridare: "Eccola!". Le ha chiesto: "Chi?". Obochan lo
ha ignorato e ha proseguito: "Passa davanti a casa. Dove va al mattino cos presto?". Mio padre  sceso
in giardino, ma non c'era nessuno. La stessa cosa si  ripetuta con i miei fratelli. Hanno cercato quella
persona, ancora una volta invano. "Obochan,  frutto della tua fantasia!" hanno detto.
Mia madre ha mantenuto la calma. Ha ascoltato con pazienza tutto ci che Obochan raccontava.
Ci ha spiegato che aveva le allucinazioni, come era capitato alla nonna di cui si era presa cura.
"Lasciatela parlare senza contraddirla," ci ha suggerito. "Vede cose che non vediamo. Sente cose che
non sentiamo. Comunque sia non pu pi muoversi da sola. Non c' da inquietarsi." Nonostante questo
consiglio, tutto sommato ragionevole, ero curiosa di sapere che cosa stava accadendo nella testa di
Obochan e le ho fatto qualche domanda. "Lei? Di chi si tratta? Una donna o una ragazza?" Lo sguardo
perso, mi osservava come se non avesse capito.
Sono trascorsi sette mesi dall'incidente. Le allucinazioni sono quasi scomparse. Ci fa ben
sperare, ma noto che i suoi ricordi, soprattutto quelli recenti, sono confusi. Mi chiede: "Tsubaki,
quando partirai per New York?". Rispondo: "Non partir io, ma Natsuko". Mia sorella  interprete in
una grande impresa. Spesso va a Los Angeles e New York. Le dico che Natsuko verr a trovarla dopo
il viaggio. Accenna un sorriso e mi chiede per l'ennesima volta: "Che cosa studi?". Scandisco bene:
"Ar-che-o-lo-gi-a", e so gi che se ne dimenticher. Sono contenta che reagisca sempre alle mie parole.
Mia madre mi spiega che, pur stando cos, Obochan si ricorda molto bene di quando ero piccola.
"Sembra felice quando tuo padre e io ne parliamo, e aspetta sempre le tue visite con impazienza."
Chiudendo la finestra dell'appartamento, do un'occhiata alle nuvole. A Obochan non piacciono
queste nubi tipiche dell'estate. Credo che le rievochino l'immagine del kinoko-gumo. Lei e mio padre
sono state vittime della bomba atomica caduta su Nagasaki. Sono sfuggiti alla morte per miracolo. In
questi giorni sento Obochan sussurrare: "Fra poco sar il cinquantesimo anniversario. Non avrei mai
sperato di vivere tanto...".
Sono molto legata a Obochan, pi dei miei fratelli. Forse perch siamo sempre state vicine.
Sono nata l'anno in cui i nonni si sono trasferiti a casa dei miei genitori.
Obochan  la prima persona a cui ho parlato delle mie cose intime.  discreta e per questo le
confidavo noie e segreti. Mi ascoltava senza criticare, e quando le chiedevo consiglio mi diceva che ero
prudente come mia madre e avrei trovato la soluzione giusta. Anche se esprimeva di rado il suo parere,
rivolgermi a lei mi rassicurava.
Una volta ha reagito con veemenza alle mie idee.  successo poco prima dell'incidente. Le ho
raccontato che il professore H., che insegnava inglese come disciplina generale, mi aveva invitata al
caff. Ha subito esclamato: "No, no! Non devi accettare!". Stupita, ho replicato che era un uomo
sincero e socievole. Mi ha risposto con aria contrariata. Ho visto due volte il professore e abbiamo
chiacchierato gradevolmente. Ha elogiato il mio inglese e mi ha detto che avrebbe organizzato un club.
Mi ha fatto piacere perch l'ho ammirato fin dalla prima lezione, quando spiegava un romanzo inglese
con molto coinvolgimento. Era un bell'uomo e sono stata colpita dal suo fascino. Il club ha avuto
presto inizio con una decina di studenti. Mi ha chiesto di fare da portavoce. Quando ho parlato di
questo ruolo a Obochan, non capiva in cosa consistesse. Era gi confusa per colpa dell'incidente.
Ieri il professore H. mi ha telefonato. Si trovava in un caff nei dintorni del mio appartamento.
Ci sono andata credendo che avesse qualche comunicazione per i membri del club. Niente affatto. Mi
ha confessato: "Sono innamorato di te, qualche volta vorrei vederti da sola". Aveva un'espressione
seria. Ero sorpresa e allo stesso tempo sprizzavo gioia al pensiero che anche lui mi amasse. Ma quando
ha aggiunto che il suo matrimonio era ormai in crisi, sono rimasta sbalordita. Non sapevo nemmeno
che fosse sposato. Aspettava la mia risposta. Gli ho chiesto un po' di tempo per riflettere. Prendendomi
la mano, ha detto: "Capisco. In ogni caso, teniamolo per noi".
Mi dispiace di non poter parlare pi a Obochan come un tempo. Se stesse ancora bene, mi
direbbe: "Tsubaki, lo sospettavo! Non fidarti degli uomini sposati". Lei che ha trascorso una vita serena
con Ojochan non potrebbe accettare una storia del genere, soprattutto che riguarda sua nipote. Non
voglio affliggerla. Del resto, non posso negare di essere gi fin troppo attratta dal professore H. per
rifiutare la sua proposta.
Esco dalla stazione di Kamakura.
Il sole picchia fortissimo. Mi faccio schermo con la mano, dispiaciuta di non aver portato il
cappello. Questo caldo soffocante  insopportabile.
Intravedo due ragazze in piedi all'ombra di un albero. Avranno sedici o diciassette anni. Sono
liceali. Discutono dei posti da visitare esaminando una cartina turistica della citt. Noto che hanno
l'accento di Ky?sh?. Mi chiedo se sono di Nagasaki e se i loro genitori o nonni sono stati vittime della
bomba atomica, come mio padre e Obochan. Dopo un po', si incamminano verso il daibutsu.
Mi dirigo a casa dei miei.  in un quartiere tranquillo, poco frequentato dai turisti. Ci vogliono
quindici minuti a piedi per arrivare. Avanzo cercando l'ombra.
Passo davanti al tempio S., dove  sepolto Ojochan.  morto tredici anni fa. Obochan portava i
fiori ogni settimana. L'accompagnavo spesso. La tomba era sempre pulita. A mani giunte, Obochan
pregava a lungo. Un giorno mi ha raccontato: "Ojochan  nato qui, a Kamakura, ed  cresciuto a Tokyo,
dove ci siamo incontrati. Abbiamo visitato Kamakura pi volte insieme a tuo padre, a lui piaceva
vedere il mare e il daibutsu. Dopo il matrimonio, siamo partiti da Tokyo per stabilirci a Nagasaki, dove
abbiamo vissuto quarantadue anni. Non avrei mai creduto di tornare a Kamakura dopo tanto tempo.
Ojochan teneva molto a questa citt. Sar felice di essere sepolto qui". Serbo ancora nella memoria una
bella immagine dei nonni: camminano su una spiaggia tranquilla, mano nella mano. Era una coppia
unita che destava qualche invidia, secondo i miei genitori. Mi si stringe il cuore al pensiero che
Obochan non pu pi venire qui. Ora sono io a portare i fiori al posto suo, mi fermo sempre di ritorno
da Tokyo.
La mente va a Ojochan a cui ho voluto molto bene. Mi sono divertita insieme a lui. Era molto
paziente. Mi ha insegnato a giocare a sh?gi.  morto poco prima che cominciassi la scuola primaria.
Quando era ancora in forma, mi accompagnava a piedi fino alla materna. Per strada, mi raccontava
dell'incontro con Obochan. Mi ripeteva: "Tsubaki, anche tu incontrerai una persona speciale nella vita.
Mi piacerebbe vivere abbastanza per conoscerla". Rammento il suo sguardo dolce. Per un attimo mi
chiedo come reagirebbe se sapesse della mia storia con il professore H.
Cammino lungo il ruscello che scorre davanti al tempio S. Lo costeggiano i salici piangenti.
D'estate,  gremito di lucciole. Fra gli alberi, scorgo la casa dei miei.
Mio padre  nell'orto sul retro. Raccoglie i fagiolini. Indossa il cappello di paglia di Ojochan.
 Pap!
Volta la testa. Ha il viso molto abbronzato. Sorride:
 Ah, Tsubaki. Oggi sei arrivata presto. Sono appena le tre.
 Non sono andata in biblioteca, dico.
 Lo sai, stamani Obochan sussurrava che oggi saresti venuta prima del solito. Aveva ragione!
 Ha sempre un grande intuito.
 Bene, dice, stasera potremo uscire. Tua madre  impaziente di vedere La promessa.
 un film d'amore molto recensito sui giornali.
 Perfetto. Divertitevi!
Mio padre  in pensione. Ha lavorato come chimico in una grande impresa di prodotti
alimentari, a Tokyo. Ora ha sessantasei anni, io diciannove. Ci scambiano per nonno e nipote. Quando
lo presento agli amici, mi sento in imbarazzo.
Per un momento, fisso i suoi occhi nostalgici, che ricordano quelli della nonna. Mio padre non
somiglia per niente a Ojochan perch non  il suo vero figlio. Lui lo ha adottato quando si  sposato con
Obochan. Era sterile.
 Che caldo! esclama mio padre. Beviamo qualcosa di fresco. Tua madre  in cucina, sta
preparando il pranzo per Obochan.
Entro in casa. Seguendolo, mi chiedo se avr mai tradito mia madre.
Dopo cena, i miei genitori sono andati in centro a vedere La promessa. Finisco di lavare i piatti
ed entro in camera di Obochan portando della biancheria. Il climatizzatore  ancora acceso.  seduta
sul letto, con la schiena appoggiata ai cuscini. Mi accomodo davanti all'angoliera. Comincio a piegare i
suoi indumenti intimi.
Obochan sussurra:
 Che calma...
Do un'occhiata al suo viso. Lo sguardo vaga in aria. A cosa penser restando a letto quasi tutto
il giorno? Non ha la televisione n la radio.  una sua scelta, non le piace il rumore.
A casa nostra,  l'unica a non dormire sui tatami. Dopo la morte di Ojochan, li ha fatti togliere
per comprare un letto e un tavolo tondo di tipo occidentale. Questa scelta ci ha molto sorpresi,
soprattutto i miei genitori. Quando le ho chiesto perch avesse abolito i tatami, mi ha risposto:
"Ojochan mi manca troppo, devo cambiare aria".
Le osservo di nuovo il viso.  bella. Nonostante l'et e la malattia, ha la pelle ancora serica. I
capelli completamente bianchi le conferiscono una grazia particolare. Ha i tratti regolari e fini. Ojochan
diceva: "Ho avuto un colpo di fulmine per Obochan. Era riservata ma molto attraente, come i fiori di
wasurenagusa".  facile immaginare come fosse bella un tempo. La provoco anche adesso:  Da
giovane avrai fatto girare la testa a molti uomini! Risponde sorridendo:  Non lo so. Per me, Ojochan fu
il migliore di tutti. Le credo. A differenza sua, Ojochan era molto attivo e socievole. Lui era il sole e lei
la luna. Andavano perfettamente d'accordo.
Mio padre racconta che Ojochan ha rinunciato all'eredit per sposarsi con lei. I suoi ricchi
genitori non hanno accettato Obochan, che aveva gi un figlio, mio padre, e per giunta era orfana. Pap
mi ha detto: "Ojochan, incurante di ci che dicevano i suoi contro Obochan,  stato coerente. Era
l'erede. Sar stato difficile per lui abbandonare la famiglia. Ammiro molto il suo coraggio. Era un
uomo sincero".
Cala la notte. Fa meno caldo. Spengo il climatizzatore. Obochan mi chiede:
 Puoi aprire i vetri scorrevoli?
 Certo!
In camera entra l'aria tiepida. All'improvviso, Obochan grida:
 Tsubaki, guarda!
Mi indica l'orto.
 Che cosa c'?
Scandisce:
 Ho-ta-ru!
Ho un colpo al cuore. Insiste ripetendo:  Laggi! Spalanco gli occhi e nel buio vedo diverse
lucciole che volano da una parte all'altra. Stavolta ha ragione! Abbasso la luce della camera. Obochan
canticchia:  Ho... ho... hotaru koi... Canto con lei.
 Yukio era cos piccolo... dice. Davanti a casa scorreva un ruscello su cui volavano molte
lucciole. Ci andavamo a passeggio insieme, Ojochan, Yukio e io. Ero felice. La nostra vita era cos
tranquilla...
Sono ricordi del periodo in cui i miei nonni si erano trasferiti a Nagasaki. Da qualche settimana,
mi racconta la stessa storia. L'ascolto senza interromperla. Si ferma e alza gli occhi. Ha lo sguardo
distratto.
 Che cosa c'?
 Quando Ojochan  tornato dalla Siberia, continua, era dimagrito tanto che io e Yukio non lo
riconoscevamo. Si era rovinato la salute. I lavori forzati, il freddo rigido, la fame, la solitudine... Le
condizioni di vita dovevano essere terribili. Se non ci fosse andato, avrebbe vissuto di pi... Povero
Ojochan.  colpa di...
China la testa. Ricordo che Ojochan era stato trasferito in Manciuria durante la guerra, poi
mandato in Siberia. Una volta mio padre mi ha detto: "Se Ojochan fosse rimasto a Nagasaki, forse
sarebbe stato ucciso dalla bomba atomica. Non possiamo conoscere il nostro destino!". Accarezzandole
la schiena, dico a Obochan:
  colpa della guerra. Per fortuna,  tornato a Nagasaki, dove lo aspettavate tu e mio padre, no?
Non risponde. Le lucciole sono scomparse. Con aria assente, chiede:
 Ojochan mi aspetta nell'altro mondo?
D'istinto rispondo:
 Certo!
Aggiungo subito:
 Ma tu devi vivere ancora tanto al posto suo!
Sorride:
 Sei cos gentile, Tsubaki. Sono proprio fortunata ad avere una nipote come te!
Nel buio, brillano le lucciole. Ne ho prese due poco fa attraversando il giardino. Le tengo nel
piccolo acquario, vuoto dall'anno scorso. Si arrampicano lentamente su alcune foglie di felce. Una
segue l'altra come se fossero una coppia. Voglio portarle nel mio appartamento.
Stesa sul futon, penso a Obochan, sembra depressa. Mi chiedo perch si rammarichi adesso
della partenza di Ojochan per la Siberia. Che cosa la turba? Mi rattrista vederla cos tormentata.
Ricordo quando  morto Ojochan. Aveva tutti noi intorno: Obochan, i miei genitori, mia sorella,
mio fratello e io. Non rammento pi i particolari perch avevo solo sei anni. Eppure, nel mio cuore di
bambina, sentivo che avrebbe riposato in pace. Aveva un'espressione dolce. Mia madre racconta che
Ojochan, tenendole la mano, ha detto a Obochan: "Che vita felice ho vissuto! Ho avuto la fortuna di
avere una bella famiglia". Eravamo i suoi unici familiari. Quando  morto, aveva settantanove anni. Era
malato di cuore.
Le lucciole brillano ancora. Fissando la loro luminescenza, ripenso a una vecchia conversazione
con Ojochan.
"Ojochan, perch le lucciole fanno luce?"
Risponde:
"Per attirare le femmine".
Sono sorpresa:
"Allora sono maschi?"
"S. Le femmine sono come vermi luminosi'. Anche loro fanno luce, ma non volano. E si
scambiano messaggi amorosi con luce intermittente."
Esclamo:
"Com' romantico!".
"S," dice Ojochan. "Almeno per noi giapponesi."
"Che cosa vuoi dire?"
"In Francia, c' una strana credenza: quelle luci sarebbero le anime dei bambini morti senza
aver ricevuto il battesimo. Per chi ci crede, sono insetti davvero sinistri."
La parola "sinistro" mi fa pensare a una scena accaduta la sera della bomba atomica, che mi ha
raccontato una volta Obochan: "Ho visto un nugolo di lucciole sopra al ruscello riempito dalle macerie
degli edifici. Le luci degli insetti erravano nell'oscurit come se le anime delle vittime non sapessero
dove andare". Mi chiedo dove andr l'anima di Obochan. Vagher per sempre fra questo e l'altro
mondo? Ha ancora poco tempo da vivere. Spero che trovi la calma e possa morire in pace, come
Ojochan.
Oggi  sabato.
Sono le due del pomeriggio. I miei sono andati in centro a fare la spesa al mercato. Entro nella
camera di Obochan con una rivista che ho comprato ieri all'edicola della stazione di Tokyo.  sveglia,
ha la schiena appoggiata ai cuscini. Dico:
 Vorrei leggere qui. Ti disturbo?
Sorride:
 Non mi disturbi mai, piccola mia.
Kotokotokoto... Agita qualcosa goffamente.
 Che cos'?
Me lo fa vedere.  una grossa conchiglia chiusa.  vecchia. La superficie  un po' rovinata.
 Hamaguri, dice.
 Che cosa c' dentro?
 Un sasso.
Sorrido. Kotokotokoto... La agita di nuovo come un bambino. Mi ricorda il periodo in cui
Obochan e io passeggiavamo sulle spiagge di Yuigahama e Shichirigahama. Raccoglievamo le
conchiglie insieme, e io ci giocavo.
Obochan ferma la mano. Mi siedo davanti al tavolo. La camera  tranquilla. Sentiamo solo il
tic-tac della pendola. Dopo un attimo, si assopisce, con le conchiglie ancora in mano.
Apro la rivista. L'ho comprata unicamente per il titolo: Dove eravate la mattina del 9 agosto? 
il giorno della bomba atomica caduta a Nagasaki nel 1945. Il titolo mi ha fatto pensare a Obochan, che
serba il silenzio in proposito. Sappiamo che quella mattina era in campagna con una vicina a comprare
del riso, niente pi. Quando ho chiesto a mio padre perch non ne parlasse, ha risposto: "Per le vittime
non  facile raccontare ci che hanno visto. L'atrocit della bomba supera la nostra immaginazione. Se
fosse possibile, vorremmo dimenticare tutto. Mi ci sono voluti anni per vincere il dolore dei ricordi.
Obochan ha vissuto anche il terremoto del 1923 a Tokyo, allora ha perso la madre e lo zio. Ne ha
passate tante. Per fortuna, ha potuto condurre una vita felice con Ojochan. Lasciala in pace".
Tento di leggere la storia di un sopravvissuto alla bomba ma stento a concentrarmi. Non faccio
che pensare al professore H. Le sue parole conclusive mi irritano: "Teniamolo per noi". Non so ancora
cosa rispondergli. Guardo distrattamente il titolo: Dove eravate la mattina del 9 agosto?
Pochi minuti dopo, sento Obochan sussurrare. Ha gli occhi ancora chiusi. Star sognando.
Tendo le orecchie, incuriosita. A sprazzi, dice:  No... no... non dobbiamo... E all'improvviso: 
Eccola! Eccola! Sono spaventata. "Ha di nuovo le allucinazioni!" Ha il fiato corto. Preoccupata, mi
avvicino.  in un bagno di sudore.  pallida come un fantasma. Mi sistemo sulla sedia accanto a lei.
 Obochan?
Le asciugo la fronte con un asciugamano. Si sveglia.
 Tutto bene? Forse stavi facendo un brutto sogno, dico.
Non risponde ma ha gli occhi spalancati.
 Vuoi un po' di acqua?
Scuote la testa.
 Sembri tormentata. Che cosa c'?
Resta in silenzio, con lo sguardo fisso al muro. Taccio. Decido di non fare altre domande. Mi
alzo. D'un tratto dice:
 Sono stata testimone di un avvelenamento.
"Testimone di un avvelenamento?" Sono scioccata. L per l penso che si tratti del sogno che ha
fatto. Con tono compassionevole, esclamo:
 Che incubo!
Mi guarda seria:
 Tsubaki, non  un incubo.  una cosa realmente accaduta.
Sono in imbarazzo: "Di cosa sta parlando?". Mi rimetto seduta.
 Quando  successo?
 La mattina presto del giorno in cui...
Si interrompe. Proseguo:
 In cui...?
 In cui  caduta la bomba atomica.
"Che cosa va dicendo?" Sono confusa.
 Pap mi ha detto che quella mattina eri in campagna con la vicina.
  vero, dice.
 Allora, dove hai assistito all'avvelenamento?
 Dai vicini.
 Come?
Resto a bocca aperta per qualche secondo. Rifletto. Non vedo il legame fra Obochan che scopre
l'avvelenamento in casa della vicina e Obochan che va in campagna proprio con lei. Turbata, la guardo
in faccia, e lei inizia a descrivere la scena come se stesse parlando da sola.
Erano le sette del mattino. Si apprestava a uscire. Doveva raggiungere la vicina che l'aspettava
in citt. All'improvviso, ha sentito un rumore provenire dall'abitazione accanto, come un vetro andato
in frantumi. Poi qualcuno ha bussato al muro divisorio gridando con dolore: "Aiuto!". Era la voce di un
uomo. Malgrado la paura,  andata a vedere. La porta non era chiusa a chiave. In cucina ha trovato il
marito della vicina steso sul pavimento. Intorno a lui c'erano pezzi di vetro sparsi. Era gi morto, con
gli occhi spalancati. Dalla bocca usciva un liquido bianco...
"Che orrore!" Tremo.
 Chi l'ha avvelenato?
 La figlia, replica senza incertezze.
 La figlia? Come fai a esserne certa?
 Ho trovato un messaggio sulla scrivania della sua camera: "Addio, mamma. Non cercarmi".
 Mio Dio...
Rifletto un attimo e continuo:
 Perch non hai chiamato la polizia?
Alza gli occhi al soffitto e resta cos a lungo. Aspetto.
 Perch... dice, perch avrei voluto fare io stessa quello che ha fatto la ragazza.
Sono stupita:
 Che cosa vuoi dire?
 Anch'io, prosegue, avrei voluto uccidere quell'uomo.  stato lui a complottare per spedire
Ojochan in Manciuria e impedirgli di tornare in Giappone. Era un collega di Ojochan.
  terribile! Che individuo!
Tace. Per un attimo mi pervade una strana sensazione. Chiedo:
 Perch la figlia ha ucciso suo padre?
Obochan scuote la testa:
 Non lo so. Resta un mistero per me. Avrei capito pi facilmente se avesse voluto uccidere me
invece del padre.
 Perch?
 Avevo una relazione con lui mentre Ojochan era in Manciuria.
Sono sbalordita. Non avrei mai immaginato che dalla sua bocca potesse uscire una storia del
genere. A capo chino, dice:
 Ero la sua amante a Tokyo prima di incontrare Ojochan.
Fisso il suo viso pallido. Mi sale il sangue alla testa. Balbetto:
 Allora... Il collega di Ojochan era il vero padre di mio padre?
 S. Era il tuo vero nonno.
Sono sconvolta. Obochan continua, con gli occhi umidi.
 Ho tradito mio marito, che mi amava con tutto il cuore. Quando  tornato dalla Siberia, ha
pianto abbracciandomi stretta. Mi ha ripetuto: "Ah, sei viva, anche Yukio! Sono felice!". Sarei voluta
morire.
Adesso capisco le parole di ieri: "Ojochan mi aspetta nell'altro mondo?". Vedo scorrerle le
lacrime. Penso: "Povera Obochan...". Inizia a canticchiare:  Ho... ho... hotaru... koi... Ascoltandola,
mi tornano in mente le allucinazioni dopo l'incidente: "Eccola! Passa davanti a casa. Dove va al
mattino cos presto?".
 Ero troppo ingenua, dice Obochan. Subivo le manipolazioni del padre di mio figlio e non
sapevo come lasciarlo se non uccidendolo. L'ingenuit e l'ignoranza hanno causato tante
preoccupazioni a me e, di conseguenza, a mio marito.
Tace per un po'. Non faccio altre domande. Sono ancora turbata. Tento di calmarmi. Obochan
mi guarda accennando un sorriso, le lacrime quasi asciugate. Dice:
 Tsubaki, ora ti racconter la storia di una lucciola caduta nell'acqua zuccherata...
II
Quando avevo quindici anni, ho trovato un impiego grazie al prete straniero dell'orfanotrofio in
cui abitavo. Ho affittato un appartamentino. Avevo gi un po' di soldi, che mia madre aveva affidato al
parroco, insieme al suo diario. Ho cominciato a lavorare come fattorina e addetta alle pulizie in una
grande impresa di prodotti farmaceutici di Tokyo.  l che ho incontrato il vero padre di Yukio.
Consegnavo lettere e documenti. Preparavo il t per tutti, tre volte al giorno e, dopo la chiusura,
pulivo l'ufficio. Quando tornavo a casa erano gi le sette di sera.
Nello stabilimento dell'impresa c'erano tre edifici: l'ufficio, la fabbrica e il laboratorio. Restavo
sempre nei primi due. Non mettevo mai piede nell'ultimo, dove i farmacologi facevano ricerca. Ogni
tanto venivano in fabbrica e in ufficio per incontrare i direttori. All'inizio credevo che fossero medici
perch indossavano un camice bianco. Erano trattati con molto rispetto.
Le donne dell'ufficio erano estasiate dalla loro presenza. Non smettevano di guardarli,
soprattutto uno, il signor Ry?ji Horibe. Dicevano che fosse qualcuno di speciale. Parlava varie lingue,
suonava il pianoforte e il violino. Durante gli studi, era andato in Europa e in America del Nord. A
differenza degli altri farmacologi, si rivolgeva con spontaneit agli impiegati dell'ufficio... Le donne
ripetevano: "Com' affascinante! E poi,  ancora scapolo. Chi avr la fortuna di sposarlo?".
Raccontavano anche che aveva ventiquattro anni e stava terminando il dottorato. Del resto, era il figlio
del presidente di un'importante banca che finanziava l'impresa. Le ascoltavo pensando che quell'uomo
vivesse in un altro mondo.
Non parlavo con la gente della ditta. Non uscivo nemmeno mai con loro. Stavo sempre sola.
Non avevo amiche. A casa, passavo il tempo libero a cucire abiti occidentali che mi piacevano. Era un
modo per distrarmi dal senso di isolamento.
Lavoravo con seriet, in ditta mi ero conquistata la fiducia e mi facevano consegnare documenti
importanti. Alla fine dell'anno, mi hanno dato un premio. Ero molto contenta.
Cos il primo anno  passato in fretta.
Un giorno, ho incrociato il signor Horibe nel corridoio dell'ufficio. Passando, ho fatto un
inchino. "Signorina!" ha esclamato. Poi mi ha chiesto il nome. Quando ho risposto: "Mi chiamo
Mariko Kanazawa", mi ha guardata fisso. Mi ha messo in grande imbarazzo. Ho chinato la testa. Ha
cominciato a farmi delle domande, voleva sapere dove abitavo. Ero tesa. Non avevo mai parlato con
una persona tanto istruita e colta.
Da quel momento ha iniziato a salutarmi spesso. Nessuno lo sapeva, mi rivolgeva la parola
unicamente quando eravamo soli. Un giorno, mi ha detto: "Sei bella! Se gli altri uomini ti trovassero
con me, sarebbero gelosi". Pensavo che volesse provocarmi, ma ero attratta dai suoi modi dolci e
educati. Mi ricordava il mio defunto zio. Aveva il viso bianco, il collo lungo e le dita affusolate. La sua
immagine e quella dello zio si sovrapponevano.
Era l'inizio dell'estate. Una sera, qualcuno ha bussato alla porta del mio appartamento. Mi sono
chiesta chi fosse perch l'unica che veniva a trovarmi era la moglie del proprietario, che passava a
riscuotere l'affitto. Aprendo, sono rimasta molto sorpresa. Il signor Horibe era in piedi, al buio. 
entrato svelto, e ha chiuso la porta. "Non avere paura," mi ha detto. "Non voglio essere visto. Tutto
qua." Non sapevo come reagire alla sua visita inattesa. Non ho fiatato. Mi ha sorriso porgendomi una
scatola di medicine con il coperchio forato. Ho domandato: "Che cos'?". Ha risposto: " una lucciola.
L'ho presa per te". Mi sono rilassata. Poi ha aggiunto: "Vorrei vederti da sola qui. Sei d'accordo?". Ho
annuito. Mi ha accarezzato i capelli, con delicatezza. Ha ripetuto: "Sei bella!". Quando mi ha baciato la
fronte, sulla sua camicia ho sentito l'odore dei medicinali.
 rimasto a casa mia appena una mezz'ora. Prima di andarsene, mi ha fatto promettere alcune
cose importanti: "Non devi raccontare a nessuno del nostro incontro. Devi continuare a darmi del lei, a
chiamarmi signor Horibe e non Ry?ji". Non mi sono opposta perch era qualcuno di speciale
nell'impresa, mentre io ero una semplice fattorina.
Il signor Horibe ha cominciato a venire da me ogni settimana. Arrivava dopo il tramonto e se ne
andava poco prima di mezzanotte. Lo aspettavo con impazienza. Mi portava spesso dei dolci che non
avevo mai assaggiato in vita mia. Mi parlava dei suoi passatempi, del lavoro e dei viaggi all'estero. Lo
ascoltavo in silenzio. Non avevo molto da dire. Eppure ero contenta che fosse l, mi sembrava di avere
nuovamente mio zio davanti. In ditta non mi salutava pi e io cercavo di ignorarlo come mi aveva
chiesto.
Una sera pioveva a dirotto. Il signor Horibe  arrivato a casa mia bagnato fradicio. Sono andata
a prendergli subito un asciugamano. Quando sono tornata, era completamente nudo. Sono arrossita per
la vergogna. Sorridendo mi ha detto: "Non c' niente di cui vergognarsi. Spogliati. Vorrei vedere il tuo
corpo". Questa proposta mi ha stupita. Ha detto: "Sai quanto ti adoro. Voglio accarezzare la tua pelle
cos serica".  avanzato e io sono indietreggiata. Stavo per scoppiare a piangere. Mi ha presa per mano
e ha ripetuto: "Non avere paura. Non ti far male". Ha cominciato a spogliarmi, lentamente. Ho
nascosto il volto fra le mani. Quando ero nuda, ha esclamato: "Mariko, come sei bella!". Sono restata
immobile, a occhi chiusi. Sentivo le sue dita scivolare delicatamente sul corpo. Il signor Horibe
ripeteva: "Che bel corpo hai!". Mi accarezzava la nuca, le spalle, il seno, la pancia, le cosce... A poco a
poco, ho provato una sensazione piacevole. Ha detto: "Fa stare bene, vero?". Poi mi ha stesa
sull'asciugamano. Anche lui si  sdraiato sui tatami e ha continuato ad accarezzarmi il viso, il collo, il
seno... Mi ha sfiorato le gambe, che tenevo incollate, con un dito, come se stesse disegnando. Quando
le ho rilassate, mi ha chiesto: "Hai gi fatto l'amore?". Ho scosso la testa: "Sono ancora troppo
giovane". Ha sorriso: "Ma no! Ormai sei una donna! Il tuo corpo  pronto". Mi ha preso la mano
perch tenessi il suo sesso duro e caldo. Molto imbarazzata, ho cercato di ritrarla, ma lui non la
mollava. "Ho paura, non voglio restare incinta." Mi ha sussurrato: "Non temere. Mi controller". Non
capivo. Ha ricominciato con le effusioni. Mi ha passato la lingua intorno al seno per scendere poi al
sesso. Il mio corpo tremava. Mi  salito sopra. Sentivo il suo sesso fra le gambe. Avevo molta paura.
Mi ha baciata sulle labbra ed  entrato in me, piano piano. Sopportavo il dolore. Si  mosso
energicamente ed  uscito nel momento in cui ha eiaculato. C'erano macchie di sangue
sull'asciugamano.
La stagione delle lucciole era finita.
I nostri appuntamenti segreti continuavano. Nessuno sospettava che cosa c'era fra noi.
Immancabilmente, ogni settimana, il signor Horibe veniva a casa mia dopo il tramonto e se ne andava
poco prima di mezzanotte. Ogni volta mi accarezzava con dolcezza come al primo incontro. Mi
ripeteva: "Come sei sensuale!". A poco a poco mi risvegliavo alla sessualit.
Non potevo pi vivere senza di lui. Avrei desiderato che fossimo sempre insieme, ma non
sapevo nemmeno dove abitasse.
Era l'inizio dell'anno nuovo. Mi  successa una cosa grave.
Una mattina sono stata convocata dal mio superiore, il capoufficio. Mi ha detto:
"Ho ricevuto una lettera che ti riguarda da uno dei tuoi vicini. Ha notato che un uomo viene a
casa tua la notte tardi".
Ero scioccata. Tremavo. Incuriosito mi ha chiesto:
"Chi ? Non hai familiari".
Tacevo. Ha continuato:
" qualcuno dell'impresa?".
Ho scosso la testa. Ha sorriso.
"Bene! Sapevo che era impossibile."
Restavo muta, a capo chino.
"Sai bene," ha detto, "che sono responsabile non solo del lavoro dei miei sottoposti, ma anche
della loro disciplina. L'impresa ha una buona reputazione per la qualit dei prodotti e per il
comportamento dei dipendenti, che sono fieri della nostra societ. Non bisogna corrompere i nostri
buoni costumi. Non voglio ricevere mai pi lettere del genere."
Ascoltandolo, sono arrossita, in preda all'imbarazzo. Sarei voluta andarmene appena possibile,
ma ha continuato a farmi la paternale.
"Scegliamo unicamente gente di buona famiglia. Sei un'eccezione. Sei stata assunta grazie a un
nostro dirigente, che conosce il prete straniero dell'orfanotrofio. Sei stata molto fortunata! Devi essergli
grata per la sua generosit. Ma stai facendo il contrario!"
Dopo un'ora, finalmente mi ha lasciata andare, aggiungendo:
"Non ricevere pi quell'uomo in casa tua. Altrimenti sarai sbattuta fuori!".
Sono corsa in bagno. Ero sconvolta dalle ultime parole del superiore e ho pianto. Non potevo
perdere il lavoro ma nemmeno smettere di vedere il signor Horibe. Ho pensato: "Devo parlargli prima
che torni da me. Trover una soluzione". Dopo essermi un po' calmata, mi sono fatta coraggio e sono
uscita.
Erano quasi le undici. Dovevo preparare il t per tutti. Mi sono recata subito nella cucina
dell'ufficio per assolvere alla mia mansione.
Mentre stavo posando le tazze sul vassoio, sono entrate due donne che chiacchieravano. Una ha
esclamato: "Peccato!". E l'altra ha risposto: "Davvero!". Mi chiedevo di cosa stessero parlando. La
prima ha detto: "Pare che la sua fidanzata appartenga a una famiglia di stirpe antica.  figlia di un
medico molto rinomato a Tokyo". L'altra ha aggiunto: "Non mi stupisce, ma non avrei mai immaginato
che il signor Horibe si sarebbe sposato cos presto". Non credevo alle mie orecchie. Il sangue mi
montava alla testa. Mi tremavano le mani. Una tazza  caduta in modo fragoroso. Mi hanno guardata.
Un attimo dopo sono svenuta. Da lontano, mi arrivavano le loro grida.
Da allora il signor Horibe non  pi venuto nel mio appartamento. Al lavoro non ho pi avuto
modo di rivederlo. Probabilmente restava tutto il tempo al laboratorio. Avevo il cuore in pezzi.
 arrivata la stagione dei fiori di astragalo.
Una sera, intorno a mezzanotte, ho sentito bussare alla porta. Era il signor Horibe. Ero molto
sorpresa. Erano trascorsi quattro mesi dalla sua ultima visita. Avevo paura che il vicino potesse
denunciarmi un'altra volta all'impresa. Incurante della mia preoccupazione, il signor Horibe  entrato e
ha cercato subito di abbracciarmi. Ero confusa. Respingendolo, ho detto: "Adesso che cosa vuole?". Mi
ha riafferrata di forza. Ho resistito: "La smetta!". Mi sono divincolata, ma non mi ha mollata. Quando
non ce la facevo pi a oppormi, ha esclamato: "Mi manchi tanto!". Ero ancora confusa. Gli ho detto:
"Lei  sposato. Non deve pi venire da me". Sentivo sulla sua camicia il solito odore di medicinali.
Spossata, sono rimasta immobile fra le sue braccia.
"Il mio," ha detto, " un matrimonio solo di convenienza. Sono l'erede di una famiglia illustre. I
miei genitori hanno scelto la moglie per me." La parola "moglie" mi tocca nel profondo. Ho detto: "Ma
andate a letto insieme...". Stavo per scoppiare a piangere. Mi ha accarezzato i capelli. "Mia moglie?
Non devi essere gelosa di lei. Amo solo te!  stato molto difficile non vederti in questi mesi. Mi
capisci?"
Continuavo a stare in piedi. Prima mi ha baciato le labbra e le guance bagnate di lacrime, poi il
viso e il collo e a quel punto il suo respiro  diventato sempre pi intenso. Mi ha spogliata brutalmente
e ha continuato a baciarmi il seno, i capezzoli, la pancia, il sesso. Gli tenevo la testa. Ho emesso un
gemito: "Ah!". Mi ha stesa sul futon. Dopo essersi tolto i vestiti,  entrato subito in me. Sentivo il
tepore del suo corpo. Ha mosso le natiche con energia e ha raggiunto l'orgasmo, senza nemmeno stare
attento.
Eravamo supini. Ho chiesto:
"Come trova sua moglie?  bella?".
"Mia moglie?" ha detto. "S,  bella ma altezzosa. E non  indipendente."
"Cio?"
"Non sa stare da sola, ha sempre bisogno di qualcuno che la ascolti. In casa si annoia con niente
e invita i suoi familiari o le amiche per passare il tempo. La lascio libera di fare ci che vuole. Dicono
che sono un marito generoso. In realt, non sopporto le sue chiacchiere frivole con quella gente.
Quando si assenta da casa  un sollievo."
Quella sera, prima di andarsene, mi ha promesso che avrebbe cercato un appartamento per noi,
un posto discreto.
Qualche settimana dopo, al lavoro, il signor Horibe mi ha dato un foglio su cui era scritto
l'indirizzo di un appartamento che aveva trovato. Appena ho finito, ci sono andata. Era un edificio in
fondo alla strada. Aveva un ingresso comune al centro ma al nostro appartamento si accedeva da una
porta d'angolo. Era invisibile perch restava coperta da un albero. Ero soddisfatta. Il mese seguente, ho
traslocato.
Il signor Horibe veniva "a casa nostra" con maggiore frequenza. Si tratteneva pi a lungo e
cenava addirittura con me. Ero molto felice. Diceva che sua moglie viaggiava tanto. Una cosa non era
cambiata dal nostro primo incontro: non passava mai la notte n usciva con me.
Quel mese, non ho avuto le mestruazioni. Ero disorientata. Mi sentivo troppo a disagio per
parlarne con lui. Al terzo mese si  accorto che ero incinta. Sembrava imbarazzato quando diceva: "
successo l'unica volta in cui non mi sono controllato?  incredibile!". Piangevo non sapendo cosa fare.
Mi ha detto che potevo tenere il beb ma lui non avrebbe potuto riconoscerlo. Non capivo la parola
"riconoscere". Mi ha spiegato che il suo nome non sarebbe stato inserito nel mio koseki n nel suo
come padre del bambino. "Hai capito?" ha continuato. " normale in una situazione del genere." E mi
ha chiesto di lasciare l'impresa immediatamente, senza dire niente a nessuno.
Ho fatto come voleva. Furibondo, il capo ha esclamato: "Ecco perch non ero d'accordo ad
assumere un'orfana!". Il giorno dopo, il prete straniero  venuto a casa mia. Quando ho confessato di
essere incinta,  rimasto molto stupito e mi ha chiesto chi fosse il padre. Non potevo rivelarlo.
"Chiunque sia," ha replicato, "il bambino nascer. Consulta la signora Tanaka, trover un'ostetrica." La
signora Tanaka era un'anziana che lavorava all'orfanotrofio. Il prete se ne  andato assicurandomi che
sarei potuta tornare in chiesa in qualsiasi momento.
Il nuovo anno  arrivato e ho partorito Yukio a marzo. Tre mesi dopo, la signora Horibe ha dato
alla luce sua figlia, Yukiko. I nomi erano stati scelti dal padre. Il cognome del mio bambino restava
Kanazawa, come richiesto dal padre.
Il signor Horibe continuava a venire a casa "nostra" per vedere Yukio, che presto avrebbe
chiamato suo padre "Ojisan".
Quando Yukio aveva tre anni, ci siamo trasferiti in una piccola casa che aveva trovato il signor
Horibe. Voleva che i suoi figli giocassero insieme. Li portava al parco, fra le due abitazioni. Non stavo
con loro. Il signor Horibe temeva che i vicini si insospettissero.
Mi sembrava che i bambini andassero molto d'accordo. Yukio diceva: "Mamma, mi piace tanto.
 gentile". Non conosceva il nome dell'amica perch il signor Horibe e io non lo pronunciavamo
davanti a lui. Non parlavo a Yukiko, ma mi pareva intelligente. Yukio imparava parole nuove da lei,
che aveva uno sguardo limpido.
Il tempo passava cos con tranquillit. Eppure la situazione in cui mi ero messa mi deprimeva.
Mi sentivo completamente isolata dal resto del mondo. Il signor Horibe mangiava spesso con me e
Yukio, ma non voleva uscire mai con noi. Quando piangevo, mi chiedeva: "Che cosa vuoi ancora? Hai
un'abitazione e cibo a sufficienza. Mi occupo di Yukio pi di quanto non facciano tanti altri padri". Il
bambino aveva come unica amica Yukiko. I vicini vietavano ai figli di giocare con lui, malignando sul
mio conto: " un'amante o una prostituta?".
Yukio aveva compiuto da poco quattro anni. Sono andata all'orfanotrofio. Il prete straniero era
felice della nostra visita inattesa. Gli ho chiesto se potevo lavorare l, cucinando e cucendo per i
bambini. Ha accettato con entusiasmo. Mentre ero impegnata, il bambino giocava con gli orfani.
Dopo qualche tempo, in chiesa ho incontrato un uomo che si chiamava signor Takahashi.
Aiutava il prete straniero appena usciva dal lavoro. Con mia sorpresa, anche lui era farmacologo nella
stessa impresa del signor Horibe. Per giunta, erano amici e colleghi fin dall'universit. Quando il signor
Takahashi ha chiesto la mia mano pur non sapendo molto di me, sono rimasta davvero stupita. Mi ha
confessato addirittura di essere sterile. Il prete ha insistito: "Accetta.  un uomo sincero. Render felici
te e Yukio. Ne sono sicuro!".
Il signor Horibe ha detto: "Quindi ha chiesto la tua mano? Non  ragionevole. Conosco bene la
sua famiglia. Anche lui  l'erede di una famiglia tradizionale.  proprio ingenuo". Ma il signor
Takahashi faceva sul serio. Dopo aver riflettuto tanto, ho deciso di accettare la sua proposta, soprattutto
per Yukio. I suoi ricchi genitori si sono opposti al matrimonio e cos il signor Takahashi li ha
abbandonati e ha deciso di trasferirsi nella succursale di Nagasaki, dove c'era un posto libero, per
ricominciare la sua vita con noi. Non mi ha fatto domande sul passato e quando ci siamo sposati ha
adottato Yukio. Il signor Horibe non era contento. Con tono adirato, mi ha detto: "Adottato o no, Yukio
resta mio figlio. Ci sar sempre quando avr bisogno di me".
All'inizio dell'estate del 1933, mio marito, Yukio e io ci siamo trasferiti a Nagasaki. Quell'anno
il Giappone si  ritirato dalla Societ delle Nazioni.
Abitavamo in un piccolo villaggio nella valle dell'Urakami. Avevamo affittato una bifamiliare.
I nostri vicini erano la vecchia coppia di proprietari. In origine era un'unica casa, poi l'hanno divisa per
affittarne met. Le due porzioni erano perfettamente simmetriche e si trovavano all'estremit del
villaggio.
Davanti a noi scorreva un ruscello che sfociava nell'Urakami. Per una ventina di metri si
estendevano i salici piangenti, sull'altra sponda c'era un bosco di bamb. Il luogo era cos tranquillo da
far dimenticare ci che accadeva nel resto del mondo.
Mio marito organizzava gite in famiglia. Andavamo sul fiume, al mare, in campagna.
Visitavamo anche luoghi storici a Nagasaki. La vecchia coppia di proprietari ci diceva: "Che bella
famiglia!".
La sera passeggiavamo lungo il ruscello. Yukio si divertiva a prendere le lucciole. Pensavo al
signor Horibe. Lo rivedevo mentre giocava con Yukio e Yukiko. L'avevo lasciato di punto in bianco
per sposare il suo collega. Non sapevo se fosse la migliore soluzione per Yukio ma non potevo pi
condurre quella vita segregata. Mi auguravo che mio figlio dimenticasse "Ojisan" e "la sua amica" il
prima possibile. Per questo, a Tokyo avevo regalato all'orfanotrofio tutte le cose che il signor Horibe
aveva comprato a Yukio. L'unico oggetto di cui non sono riuscita a sbarazzarmi erano gli hamaguri
che Yukiko ha dato a Yukio prima della partenza. A Nagasaki li nascondevo nel cassettone insieme al
diario di mia madre.
Mio marito voleva bene a Yukio. Lo presentava ai colleghi e ai conoscenti affermando: " mio
figlio". Non aggiungeva mai "adottivo". Gli insegnava scienze e facevano sport insieme. Con il passare
del tempo, Yukio si  molto affezionato al padre adottivo.
Mio marito era rispettoso del mio carattere poco socievole. Invitava i colleghi di rado, a parte il
signor Matsumoto, che abitava con la moglie nel nostro stesso villaggio. Non avevano figli. A mio
marito piaceva giocare a sh?gi insieme a lui, un uomo educato e discreto. La sua presenza non mi
disturbava.
Non avevo amiche, ma avevo conosciuto una donna del villaggio, la signora Shimamura. Era
semplice e simpatica, e mi insegnava le abitudini del posto. Erano previsti lavori comuni femminili, a
cui dovevo prendere parte. Aveva due figli, un maschio e una femmina. Yukio giocava spesso con la
bambina che si chiamava Tamako. Erano coetanei.
Trascorrevamo il tempo tranquilli e beati.
La mia vita era completamente cambiata. La pace regnava sempre. Ero accompagnata dalla
sincerit e gentilezza di mio marito. Tuttavia temevo che l'idillio non potesse durare a lungo.
Mi trovai in imbarazzo solo quando Yukio mi fece delle domande a bruciapelo su "Ojisan" e
"sull'amica" con cui giocava. Era il giorno del suo settimo compleanno. Aveva intuito che fossero il
suo vero padre e sua sorella. Ero sconvolta ma non potevo pi serbare il silenzio, cos gli ho confessato
tutto, facendomi promettere di non svelarlo mai al padre adottivo. Ho ripetuto: "Dimentica questa
storia. Fra loro e noi  tutto finito". Yukio non me ne ha mai pi parlato, ma sono sicura che ci pensasse
di continuo e mi sentivo in colpa.
Nove anni dopo il nostro arrivo, la moglie del proprietario  morta e il marito si  trasferito nel
villaggio in cui viveva la figlia. Senza vicini, la nostra vita  diventata pi tranquilla.
Nella primavera del 1943, mio marito ha ricevuto l'ordine militare di andare sei mesi in
Manciuria. Gli chiedevano di fare ricerche sui farmaci di guerra in un ospedale: una decisione che lo ha
sorpreso, dato che era venuto a Nagasaki proprio perch l mancavano farmacologi. Non capiva perch
la sede della societ avesse scelto lui invece di qualcuno di Tokyo. Un suo collega della capitale era gi
arrivato per sostituirlo, mi aveva detto.
La sua partenza mi preoccupava. La guerra si intensificava. Avevamo appena saputo che le
truppe dell'isola di Attu avevano praticato gyokusai. Non era il momento di lasciare il paese,
soprattutto per andare in un territorio oltremare. Anche mio marito era preoccupato per me e Yukio. Gli
americani sarebbero sbarcati in Giappone, mi spiegava, sarebbero arrivati a Ky?sh?, dove abitavamo.
Ovviamente non voleva che restassimo da soli. Non avevamo familiari ed eravamo in un luogo isolato.
Un giorno, con aria sollevata, ha affermato:
"Il collega di Tokyo si trasferir con la famiglia nella casa accanto. Ora vivono in centro".
Ho chiesto:
"Chi ?".
"Non lo conosci. Era un mio amico anche all'universit di Tokyo. Si chiama signor Horibe."
"Che cosa? Il signor... signor Horibe?" Non credevo alle mie orecchie. "Non  possibile..."
Ero sconvolta. Senza notare il mio turbamento, mio marito ha continuato:
" un individuo unico fra i miei colleghi. Parla varie lingue e suona benissimo il pianoforte e il
violino. Ha fatto diversi viaggi all'estero. Da giovane, piaceva molto alle ragazze. Certo il suo
matrimonio  stato una delusione per le donne che aveva intorno".
Mi si  gelato il sangue. Sono rimasta ammutolita. Facevo il possibile per mantenere la calma,
come se non avessi mai conosciuto questo tizio. Mio marito ha detto:
"Hanno una figlia che si chiama Yukiko. Credo che sia coetanea di Yukio".
Volevo fuggire da qualche parte, lontano. Gli ho chiesto:
"Ma non potremmo accompagnarti in Manciuria, Yukio e io?".
"No," ha replicato. "Star via solo sei mesi. Sii paziente!"
Ho cercato di rassicurarmi:
"Il tuo collega e la sua famiglia torneranno a Tokyo non appena farai ritorno?".
"Credo di s," ha risposto.
Tacevo pensando: "Il vero padre di Yukio diventer il nostro vicino.  una tragedia! Come
posso trarmi da questa situazione imbarazzante?".
Mio marito ha detto:
"Spero che ti troverai bene con la signora Horibe. Ama occuparsi degli altri".
Non ho risposto. Ha aggiunto:
"Resti fra noi: il mio collega ha un'amante e un figlio a Tokyo".
Stavo per svenire.
Era anche la stagione delle lucciole. Alla fine  arrivato il giorno del trasloco della famiglia
Horibe. Dopo un mese mio marito  partito per la Manciuria, consigliandomi: "Se hai un problema,
soprattutto riguardo a Yukio, non esitare a rivolgerti al signor Matsumoto o al signor Horibe".
La mia vita tranquilla, durata dieci anni,  completamente crollata. Non riuscivo pi a
mantenere la calma e non sapevo come comportarmi al cospetto della famiglia Horibe. Li evitavo per
quanto possibile. Per fortuna, il signor Horibe sembrava molto preso dal lavoro e non avevo avuto
nemmeno l'occasione di intravederlo. La signora Horibe, invece, ha cominciato a venire a casa nostra
per ottenere informazioni sul villaggio. Non potendo rifiutare, cercavo di aiutarla. Mi infastidivano
molto la sua chiacchiera e la sua vanteria. Fin dalla prima visita, non ha fatto altro che parlare:
"Mio padre  un medico molto rinomato a Tokyo. Mia madre  professoressa di musica in una
scuola media femminile. Mio zio  giudice. A Nagasaki, ho una cugina sposata con un chirurgo
dell'esercito...".
Quando ha saputo che anch'io ero originaria di Tokyo, ha cominciato a interrogarmi sul mio
passato. Ero terrorizzata all'idea che potesse nutrire sospetti su di me. Mi ha chiesto: "In quale
quartiere  nata?" "Che scuola frequentava?" "Cosa fa suo padre?" e cos via. Non volevo svelare il
nome del quartiere in cui ero nata, uno dei pi poveri di Tokyo. Non ero andata a scuola. Non avevo un
padre. Ero una figlia naturale. Per questo, davo risposte vaghe. Mi guardava con diffidenza.
Essendo l'unica vicina, non era facile schivarla. Quando si assentava, mi sentivo sollevata come
suo marito. Mi sembra che andasse spesso in centro dalla cugina. Ma la mia tranquillit era sempre
effimera. Un giorno mi ha detto: "Signora Takahashi, mia cugina mi ha raccontato che conosce i
genitori di suo marito a Tokyo. Il mondo  proprio piccolo!".
 stato un colpo. Con tono ironico, ha aggiunto: " fortunata a essere la moglie di un uomo di
buona famiglia come il signor Takahashi".
Adesso di sicuro sapeva che ero orfana e Yukio era figlio naturale. Ero terrorizzata, temevo che
la cugina della signora Horibe fosse al corrente della verit: ero stata l'amante del signor Horibe e
Yukio era suo figlio. Se la signora Horibe lo avesse scoperto, sarebbe stata una tragedia. Non a caso,
ero tormentata dall'incubo che lei, isterica, mi coprisse di insulti.
Ogni tanto mi portava biscotti e cioccolata che le mandavano i genitori oppure verdure che le
davano i suoceri della cugina. Yukio era al settimo cielo. Era molto difficile procurarsi i dolci. Credeva
semplicemente che la vicina fosse generosa. In realt voleva chiacchierare con me, pur disprezzando il
mio passato. Non si faceva amiche a Nagasaki e le bastava poco per sparlare: "Non capisco il dialetto
di questi villici e non voglio abituarmi a una lingua tanto brutta. Vorrei tornare a Tokyo il prima
possibile. Comunque sia, mio marito  venuto a verificare la qualit delle ricerche della succursale. Se
andr tutto bene, non dovremo aspettare il ritorno di suo marito".
Dopo le indiscrezioni della signora Horibe,  sopraggiunta un'altra preoccupazione. Yukio ha
iniziato a frequentare i vicini! "Mamma, il signor Horibe mi ha invitato a giocare a go." "Mamma,
domani il signor Horibe mi porter nel suo laboratorio per mostrarmi come funzionano le
apparecchiature." "Mamma, il signor Horibe mi ha prestato dei volumi scientifici." Ero a disagio
sentendogli dire "il signor Horibe". Non volevo che si instaurasse un rapporto troppo stretto con lui ma
non sapevo come limitare le sue visite. Cercavo di essere paziente, ripetendomi: "Sei mesi passeranno
in fretta".
Di Yukiko, invece, Yukio non mi parlava. Una volta mi ha detto che gli pareva un po'
scontrosa. Non li ho mai visti insieme. A mio avviso, era educata e discreta. Aveva ancora lo stesso
sguardo limpido. A differenza della madre, non era affatto chiacchierona. Avevo notato che era molto
legata al padre. Mi capitava di vederli discorrere in modo allegro. Mi sembrava che ora si somigliassero
di pi. "Pap! Aspettami!" La sua voce dolce mi ricordava il periodo in cui Yukio giocava con lei al
parco. Di Yukiko mi diceva: " gentile. Mi piace molto!". Aveva quattordici anni come Yukio. A dire
il vero, quando l'ho rivista dopo tanto tempo, mi sono commossa. Mi chiedevo se si rammentasse
ancora degli hamaguri che aveva regalato "al suo amico" di Tokyo.
Mi si stringeva il cuore pensando che Yukio non sapeva che il signor Horibe e Yukiko erano
"Ojisan" e "la sua amica" di Tokyo.
Era la fine dell'estate. Erano passati tre mesi dalla partenza di mio marito.
Una mattina, stavo spazzando davanti casa. C'era calma. Erano tutti usciti: Yukio e Yukiko
erano andati a scuola, il signor Horibe al lavoro. La signora Horibe, invece, si era appena recata in
centro a fare spese e a trovare la cugina. La sua vita privata non mi interessava, ma, ogni volta che si
assentava, mi diceva dove andava e quando sarebbe tornata, e mi chiedeva di riferirle se avessi notato
degli sconosciuti. Pensava che nel villaggio ci fossero i ladri. "Restiamo sempre yosomono. Dobbiamo
stare attenti," precisava. Non le credevo. Non avevo mai avuto problemi ed ero contenta quando se ne
andava.
Sono rientrata in casa. Mentre pulivo la cucina, ho sentito bussare alla porta. Sono scesa
all'ingresso. Era il signor Horibe! Sconcertata, sono rimasta senza parole per qualche istante. Mi
fissava. Ho balbettato:
"Non  andato al laboratorio?".
Era la prima volta che gli parlavo dal trasloco.
"Vado nel pomeriggio," ha detto.
Ho fatto un inchino:
"La ringrazio di essere cos generoso con mio figlio".
Ha risposto:
"Non fare la sostenuta con me,  anche figlio mio!".
Tacevo. Mi ha porto un barattolo con alcune foglie. L'ho guardato in faccia. Ha sorriso:
" per te. Ieri sera ho preso una lucciola in riva al ruscello. L'estate  quasi finita. Sar una
delle ultime".
Questo gesto mi ha sorpresa e mi ha ricordato la prima volta che  venuto a casa mia a Tokyo.
Ho detto:
"Grazie, ma ho molte cose da fare stamani. Deve scusarmi".
Ho tentato di chiudere la porta. In modo brutale, mi ha preso per le braccia e mi ha spinto
dentro. Scossa, ho esclamato sottovoce:
"Mi lasci!".
Mi ha mollata.
"Ascoltami," ha proferito. "Devo dirti una cosa sul nostro passato."
Ho risposto subito:
"Non si preoccupi. Nessuno sa niente".
"Non  questo, Mariko!"
"Allora, che cosa vuole dirmi?"
"Sono molto pentito del mio matrimonio. Dopo la tua partenza per Nagasaki, ho capito quanto
ti amassi."
Ero sbalordita:
"Che cosa va raccontando?".
Non ha risposto. All'improvviso ha chiuso la porta a chiave. Ero nel panico:
"Come si permette? Questa  casa mia!".
Ho cercato di aprire. Il signor Horibe mi ha afferrato la mano stringendomi al petto con forza.
Mi sono dimenata ripetendo:
"Mi lasci!".
Ma stavolta non lo ha fatto. Esausta, mi sono rassegnata. Ero frastornata dal suo comportamento
aggressivo. Taceva. Stretta fra le braccia, sentivo un leggero odore di farmaci sulla sua camicia estiva.
Ha detto:
"Mi sei mancata tanto!".
D'un tratto, ha cominciato a baciarmi come un pazzo. Ho visto i suoi occhi bagnarsi di lacrime.
Disorientata, non mi sono mossa. Mi ha sbottonato la camicia, mi ha accarezzato il seno. Mi ha
spogliata completamente e ha esclamato:
"Ah, come sei bella! La tua pelle  ancora seta! Il tuo corpo mi appartiene!".
Mi ha fatto stendere sui tatami. Ho chiuso gli occhi. Le sue dita mi sfioravano il petto, la pancia,
le gambe... Ripeteva gli stessi gesti di un tempo. Il mio corpo ha iniziato a reagire al movimento delle
sue dita. Con tono molto dolce, mi ha chiesto:
"Ti prego, lasciami toccare il tuo corpo finch non torner tuo marito. Come sai, fra tre mesi
sar di nuovo a Tokyo. Poi non ti disturber pi".
Cos, a distanza di dieci anni, la nostra relazione  ricominciata.
 ovvio, mi sentivo la coscienza sporca pensando a mio marito, che era onesto con me ed era
costretto a restare lontano da casa per servire l'esercito. Avrei provato rimorso per ci che gli facevo
alle spalle, lo sapevo. Eppure avevo ceduto al desiderio del signor Horibe che conosceva il mio corpo
come nessuno. Alla vista delle sue lacrime, ho creduto che mi amasse ancora. Mi ero convinta che
sarebbe stata davvero l'ultima volta.
Dopo sei mesi mio marito non era ancora tornato a Nagasaki. Mi ha fatto avere un
aggiornamento inaspettato: doveva trattenersi l pi del previsto e non sapeva esattamente quando la
sua missione sarebbe finita. Confusa, ho parlato di questo cambiamento al signor Horibe. Si  limitato a
rispondere: " un altro ordine dell'esercito. Pu solo obbedire".
Sono trascorsi ancora alcuni mesi. All'inizio del 1945 la guerra si  intensificata. La situazione
del Giappone volgeva al peggio su tutti i fronti. Le scuole erano chiuse. Yukio e Yukiko lavoravano in
una fabbrica requisita dall'esercito.
Nel mese di febbraio, non ho ricevuto lettere da mio marito. Ero preoccupata perch mi
scriveva regolarmente, ogni due settimane. All'inizio di marzo, il laboratorio mi ha comunicato una
notizia terribile: "Suo marito  scomparso". Ero turbata. "Scomparso? Com' possibile?" Poi hanno
cominciato a circolare certe voci, secondo le quali mio marito avrebbe collaborato con il Partito
comunista. Ero incredula.
Disperata, ho chiesto al signor Horibe che cosa dovevo fare. Mi ha detto: "Non preoccuparti.
Conosco una persona importante che lavora all'ospedale in cui era tuo marito. Mi metter in contatto
con lui. Almeno sapremo la verit".
Una sera la signora Horibe  venuta a casa mia. Aveva un'espressione ansiosa. Per un attimo ho
immaginato che avesse saputo della mia relazione con suo marito. Ha detto: "Questo pomeriggio Yukio
 stato convocato dalla polizia". Ero esterrefatta. Mi ha spiegato che qualcuno in fabbrica l'aveva
denunciato alla polizia accusandolo di appartenere al Partito comunista, come suo padre. Ho gridato:
" impossibile!". "Lo so," ha detto. "In ogni caso mio marito  andato a prenderlo perch Yukio ha
fornito al poliziotto il numero del laboratorio e il nome di mio marito. Stia tranquilla. Il signor Horibe 
rispettato dalle autorit. Suo figlio torner presto."
Lo stipendio di mio marito  stato sequestrato. Ero nel panico. Dovevo pagare l'affitto e il cibo.
Non potevo contare troppo a lungo sul nostro deposito bancario. Era necessario che cercassi un
impiego subito. "Che cosa posso fare?" Dopo il matrimonio, non avevo mai lavorato fuori. L'unica
possibilit era la sartoria. Allora mi sono proposta a diverse fabbriche che producevano abiti militari.
Purtroppo i posti erano occupati tutti da giovani studentesse.
Dopo qualche settimana ancora non c'erano novit. Molto depressa, sono andata in banca a
ritirare i soldi e mi sono recata dal nostro proprietario di casa. Con mia sorpresa, mi ha detto: "L'affitto
 gi stato pagato". Non capivo. Mi ha spiegato che ci aveva pensato il signor Horibe; aveva detto: "Il
signor Takahashi  un mio collega e amico. Provveder io al pagamento fino al suo rientro". Sono
rimasta stupita. Il proprietario ha esclamato: "Che uomo generoso!  fortunata, signora Takahashi!". E,
quando sono tornata a casa, davanti alla porta ho trovato un grosso pacco. Proveniva da una delle
fabbriche a cui mi ero rivolta per cercare lavoro. C'erano maniche e busti di camicie da uomo, con un
modello finito. Si trattava di un lavoro in subappalto. Ho immaginato subito che il signor Horibe si
fosse occupato anche di questo. Quando l'ho ringraziato di cuore, ha affermato: "Di niente. Quando
occorre, sono sempre pronto ad aiutarti". Ero commossa. Ha aggiunto: "Mariko, d'ora in poi, dammi
del tu".
I giorni passavano senza che ricevessi notizie di mio marito.
Era il mese di aprile.
Gli americani erano sbarcati sull'isola di Okinawa. Le truppe della guardia giapponese avevano
praticato gyokusai. A Nagasaki ha cominciato a suonare l'allarme antiaereo. Dei caccia nemici
sorvolavano la citt. E un giorno un capannone del cantiere  stato attaccato. Tornando dalla fabbrica,
Yukio mi ha raccontato che si era sparsa una voce terribile: "In citt circola il cianuro di potassio.
Vogliono usarlo per suicidarsi prima di essere catturati dagli americani".
Il nostro villaggio isolato restava tranquillo. La relazione con il signor Horibe andava avanti. Ci
vedevamo sempre la mattina. Organizzava i nostri incontri mandando la moglie in centro a fare delle
commissioni e comunque, in quel periodo, la signora Horibe era impegnata con la cugina che aveva i
suoceri malati e il marito chirurgo trasferito a Taiwan. Il signor Horibe non entrava in casa mia dalla
porta principale, ma da un piccolo buco che aveva aperto nel muro divisorio degli oshiire. Trascorreva
un'ora con me prima di andare al laboratorio. Alla fine ho iniziato a dargli del tu come mi aveva
chiesto.
Continuavo a cucire per guadagnare un po' di soldi. Alla fine della settimana, passava qualcuno
della fabbrica a prendere i vestiti che avevo finito. Un giorno  venuta la signora Shimamura, che non
vedevo da tempo. Non abitavamo pi nello stesso villaggio. Con mio stupore, anche lei lavorava per la
fabbrica. L'ho invitata a prendere il t. Mi ha dato una triste notizia sul figlio: era stato imprigionato
dagli americani a Saipan, ed era morto. Non si conosceva la vera causa del decesso, ha detto, ma certa
gente condannava la sua famiglia. Sostenevano che il giovane avrebbe dovuto suicidarsi prima della
cattura e che la sua morte era una vergogna. Compativo molto i suoi familiari. Ha parlato anche di sua
figlia Tamako, diventata operaia.
Con aria contenta, ha aggiunto:
"Tamako si  fatta una nuova amica venuta da Tokyo. Si chiama Yukiko Horibe".
Non sapevo che Yukiko e Tamako lavorassero nello stesso stabilimento. Ho detto:
" la figlia dei miei vicini...".
"Davvero? Allora la conosce bene!"
"S..."
La signora Shimamura ha aggiunto:
"Mia figlia mi ha raccontato che Yukiko  una studentessa della scuola media N.  un istituto
molto selettivo. Deve essere intelligente".
"In effetti..."
Ho detto il meno possibile. Non volevo chiacchierare con lei della famiglia Horibe.
Ciononostante ha continuato:
"Cosa fa suo padre?".
"Quale padre?"
Ero disorientata. Ha sorriso:
"Ma il padre di Yukiko ovviamente!".
Ho distolto lo sguardo:
" farmacologo come mio marito".
"Anche lui? Che coincidenza!"
Tacevo. Ha proseguito parlando della figlia. Quando ha finito il t, mi ha mostrato un
pacchettino di carta bianca ripiegato.
"Ecco il cianuro di potassio!" ha affermato.
"Che cosa?"
Per un attimo ho pensato che fosse uno scherzo. Ha precisato:
"Presto gli americani sbarcheranno a Ky?sh?. Dobbiamo tenerci pronti. Mi dispiace che mio
figlio non ne avesse quando lo hanno catturato".
Mi ha posato il pacchetto di veleno davanti. Guardandomi negli occhi, ha detto:
" per te!".
Non ho osato rifiutare perch era molto seria.
Se ne  andata con una scatola piena dei vestiti che avevo appena cucito. La voce che Yukio mi
aveva riferito era fondata. Non sapevo dove nascondere il veleno. Alla fine l'ho messo nella scatola di
legno in cui custodivo gli hamaguri di Yukio.
Una sera passeggiavo da sola lungo il ruscello. C'era la prima luna piena dell'estate. Mi sono
seduta su un ceppo rimasto sul ciglio della strada. Quando ho visto alcune lucciole volare sopra
all'acqua, sono scesa gi, vicino alla riva.
Mentre guardavo gli insetti, pensavo a mio marito, scomparso in Manciuria. "Dove sar?" Mi 
apparsa la sua immagine sorridente. Senso di colpa e nostalgia mi hanno invasa, stringendomi il cuore.
Ero confusa per ci che stavo facendo: speravo nel ritorno di mio marito eppure proseguivo la relazione
con il suo collega.
"Sei troppo ingenua, Tamako!"
D'un tratto ho sentito la voce di una ragazza giungere dalla strada pi in alto. Mi sono resa
conto che era Yukiko. Camminava con la figlia della signora Shimamura. Un attimo di silenzio. Forse
si erano sedute sul ceppo.
Yukiko ha detto:
"Lascia perdere ora prima che sia troppo tardi. Hai solo sedici anni!".
Tamako ha risposto:
"Non posso!".
Ascoltavo, curiosa di sapere di cosa parlavano. Ho teso l'orecchio. Yukiko ha continuato:
"Devi essere realista".
"Che cosa significa realista'?"
"Che tiene conto della realt."
L'altra taceva. Yukiko ha proseguito con voce nitida:
"Riflettici bene!  sposato, con figli per giunta. Non penso che abbandoni la famiglia su due
piedi".
Ero sconvolta. Era come se Yukiko stesse criticando la mia relazione con suo padre.
Tamako ha replicato:
"Eppure mi ripete che non sopporta pi la moglie e che prima o poi divorzier. Fa sul serio".
"Non ci credo nemmeno un po'. Innanzitutto non pare sincero."
Tamako alza la voce:
"Sei cattiva, Yukiko! Mi ama e ha bisogno di me. Questo  certo!".
"Bisogno? Se resti incinta, avrai solo grane."
Tremavo alle parole di Yukiko. Rivivevo la mia situazione di un tempo, quando ero innamorata
persa di suo padre. Anch'io avevo sedici anni. Tamako  scoppiata a piangere. Yukiko ha continuato:
"Non dimenticare che  il tuo capo. Abusa del suo potere. Inoltre ha scelto una giovane ingenua
come te per soddisfare le sue necessit. Che mascalzone!".
Tamako singhiozzava. Ha ribadito: "Yukiko, sei cattiva!".
Allora lei, arrabbiata, ha risposto:
"Senti, mi hai chiesto un consiglio e ti ho detto cosa sarebbe meglio per te. Se non ti va bene,
rivolgiti a qualcun altro!".
Tamako  ammutolita.  calato il silenzio. Un nugolo di lucciole ha attraversato il ruscello.
Yukiko ha gridato:
"Le lucciole!".
Temevo che le ragazze scendessero. Sarebbe stato imbarazzante scoprire che qualcuno aveva
colto la loro conversazione. Per fortuna non si sono mosse.
"Ho... ho... hotaru koi..."
Yukiko ha cominciato a cantare. L'ascoltavo distratta. In testa, mio marito mi diceva: "Mariko,
torner presto. Resisti!". Le lacrime mi hanno offuscato la vista.
Yukiko ha detto:
"Credo che questa canzone sia stata creata da un uomo per sedurre le donne".
Finalmente Tamako ha riso:
"Ma no!  una canzone da bambini".
L'amica ha replicato:
"Siamo ancora giovani. Dobbiamo stare attente a non cadere nell'acqua zuccherata".
Tamako, calma, ha risposto:
"Hai ragione. Rifletter".
Se ne sono andate, a poco a poco il rumore dei loro passi si allontanava. Nel silenzio assoluto,
piangevo soffocando i singhiozzi.
Un giorno Yukio  stato invitato a cena dal signor Matsumoto, che era venuto da noi a giocare a
sh?gi con mio marito. Abitava con la moglie all'ingresso del villaggio, in una casa davanti alla fermata
dell'autobus. Hanno proposto al ragazzo di restare a dormire da loro, cos il giorno dopo sarebbe stato
pi semplice andare in fabbrica, Yukio non avrebbe dovuto alzarsi presto. Ha accettato molto
volentieri.
Quella sera la signora Horibe era andata in centro a trovare la cugina. Il signor Horibe  entrato
in casa mia dal buco nella parete divisoria. Ha detto che Yukiko stava dormendo in camera sua.
Temevo che si svegliasse.
Non appena mi ha vista, mi ha baciata. Sono rimasta passiva. A occhi chiusi, pensavo alla
conversazione fra Yukiko e Tamako. "Sei troppo ingenua, Tamako!" La voce nitida di Yukiko mi
risuonava ancora in testa.
Il signor Horibe ha affermato:
"Dobbiamo cercare un posto per incontrarci".
Ho risposto incerta:
"Lasciami riflettere. Sono confusa.  meglio finirla...".
Sorpreso, mi ha guardato un attimo, cercando di convincermi subito:
"Non potrei vivere. Ho bisogno di te! Mi occuper di te e Yukio. Dimentica tuo marito, non
torner mai".
Mi baciava un orecchio. La lingua calda scendeva sulla nuca. Il mio corpo fremeva. Mi sono
spostata di lato e ho avuto il coraggio di chiedere:
"Allora divorzierai da tua moglie, no?".
Ha risposto senza guardarmi:
"Come sai, questo matrimonio non significa niente. Il divorzio non cambier nulla fra noi".
Tacevo. Pensavo a Tamako, che piangeva ascoltando il consiglio di Yukiko.
Il signor Horibe ha continuato con le effusioni. Restavo ancora passiva, lasciavo che mi
spogliasse. Non sapevo pi se lo amavo.
Dopo un'ora, se ne  andato dicendo:
"Torner anche domani notte. Il mio collega Matsumoto ha un messaggio per te: Yukio passer
un'altra notte a casa sua".
Il giorno seguente mi sentivo depressa, il lavoro andava a rilento. Non facevo che meditare.
Alla fine, ho deciso di rompere con il signor Horibe. Ho valutato la prima conseguenza: avrei dovuto
trasferirmi. "Come lo spiegher a Yukio?" Abitavamo in quel quartiere perch era uno dei pi sicuri di
Nagasaki. C'era un'altra conseguenza, ancora pi pesante: avrei dovuto guadagnare abbastanza denaro
per pagare l'affitto della nuova casa.
Quella notte il signor Horibe  tornato. Gli ho subito impedito di toccarmi. Seria, ho detto:
"Voglio chiudere la nostra relazione. Amo mio marito. Mi vergogno per ci che faccio alle sue
spalle".
Con molta calma, mi ha risposto:
"Non sappiamo se tuo marito torner. Pu darsi che sia gi morto. Hai bisogno di me,
soprattutto per nostro figlio, Yukio. Devi pensare al suo futuro.  un ragazzo intelligente che merita di
ricevere un'ottima istruzione, ma da sola non puoi garantirgli tutto questo".
"Lavorer sodo e anche Yukio. E in ogni caso aspetto sempre il ritorno di mio marito."
Ed  stato allora che mi ha confessato una cosa terribile: si era adoperato per far trasferire mio
marito in Manciuria e per ritardarne il rientro. In verit avevano chiesto a lui di andarci. Mi ha detto
che per lui era logico rimanere a Nagasaki, in quanto padre dei due ragazzi. "Per," ha precisato, "non
c'entro niente con la scomparsa di tuo marito. Sar stato deportato dai cinesi o dai russi. Mi hanno detto
che un giorno  andato a passeggio da solo vicino al confine. Se far ritorno, sar un miracolo!" Ho
insistito: "Mio marito torner vivo!". Con freddezza, ha detto: "Se sar cos, gli dir che Yukio  mio
figlio". Ho gridato: "Sei pazzo!". Se ne  andato, minacciandomi: "Vedi di essere ragionevole con me.
Lo dico per il tuo bene!".
L'indomani sono restata tutto il giorno a letto. Avevo la febbre. Non avevo la forza di mangiare.
A occhi chiusi, ripensavo alle parole del signor Horibe. Non avrei mai immaginato che potesse
fare una cosa simile a mio marito. Avevo sempre creduto che fosse venuto a Nagasaki per sostituirlo.
Quando mi aveva aiutata pagando l'affitto e trovandomi un lavoro, l'avevo ringraziato per la
generosit. "Sei ingenua, Tamako!" La voce di Yukiko mi risuonava in testa.
Quella sera Yukio non  tornato alla solita ora. "Prima forse doveva passare dal signor
Matsumoto," mi sono detta. Quando ha fatto buio, sono uscita a passeggio, con l'idea di incontrare
Yukio per strada. Sono arrivata nel punto in cui avevo sentito la conversazione fra Yukiko e Tamako.
Mi sono seduta sul ceppo e ho aspettato l'arrivo di mio figlio, che continuava a tardare. C'era un bel
chiaro di luna, come la notte precedente. Sono scesa in riva al fiume. Sentivo il dolce rumore
dell'acqua. Vedevo una lucciola brillare in un ciuffo d'erba. Mi sono seduta su una pietra. Fissando la
superficie dell'acqua, pensavo distrattamente: "Se l'acqua fosse abbastanza profonda, potrei
lanciarmici dentro...".
Ho sentito la voce di Yukio. Mi sono alzata chiedendomi con chi stesse parlando. Erano il
signor Matsumoto e sua moglie. Volevo salutarli ma non avevo il coraggio. Sono restata in basso, sulla
sponda. I loro passi si avvicinavano sempre pi. Quando sono arrivati al ceppo, Yukio ha detto:
"Grazie tante! Buonanotte!".
Hanno risposto:
"Buonanotte, Yukio!".
Aspettavo che se ne andassero. La signora Matsumoto ha esclamato:
"Guarda, tesoro! Le lucciole!".
Non si sono mossi. Credo che si fossero accomodati sul ceppo. Lei ha esordito:
" un ragazzo in gamba!".
Il signor Matsumoto ha replicato:
"Proprio cos. Povero Yukio, chiss dov' suo padre adesso. Spero che sia ancora vivo".
"Deve essere un momento difficile per la signora Takahashi. Possiamo aiutarla invitando Yukio
a casa nostra. Credo che anche il tuo collega, il signor Horibe, e sua moglie la aiutino."
Sono rimasti in silenzio per qualche istante. La signora Matsumoto ha continuato:
"Le nostre vicine dicono che il signor Horibe  attraente. Deve piacere a molte donne!".
Il marito ha risposto:
"Non mi meraviglia. Ha un'amante a Tokyo, da cui ha avuto un figlio".
"Davvero? La signora Horibe lo sa?"
"Non credo."
"Mio Dio...  orribile!"
"Che cos' orribile?"
"Tutti conoscono questo segreto eccetto lei. Che umiliazione! Mio padre aveva un'amante e mia
madre ne era al corrente, lo sai. Quando l'amante ha avuto un figlio, mia madre ha perfino detto a mio
padre che desse il suo nome al neonato, pensando che fosse meglio per il futuro del piccolo."
Il signor Matsumoto ha affermato:
"Ognuno reagisce a modo suo. Non penso che la signora Horibe accetterebbe questa situazione,
come tua madre.  orgogliosa. Divorzierebbe subito".
Li ascoltavo tremando. Mi figuravo la signora Horibe che, isterica, offende il marito. Il signor
Matsumoto ha proseguito:
"Resti fra noi, ho appena saputo un'altra storia sul signor Horibe".
"Cosa?"
"Qualche anno fa, a Tokyo, ha sedotto una giovane impiegata, rimasta presto incinta."
Ero frastornata. Come? Ha ripetuto ci che aveva fatto a me?' La signora Matsumoto ha detto:
"Sul serio? Allora  diventata la seconda amante?".
"No, si  suicidata.  morto anche il bambino. Lei aveva solo diciassette anni."
Mio Dio...' Stavo per svenire. La signora Matsumoto ha gridato:
"Poveretta! Il signor Horibe ha abusato del suo potere".
"Gi."
Ero scossa, non riuscivo pi ad ascoltarli. Pochi minuti dopo se ne sono andati chiacchierando.
Mi  passata davanti una lucciola. D'un tratto, sono stata colta da una rabbia violenta. Ho odiato il
signor Horibe con tutta me stessa. Ho avuto addirittura istinti omicidi. Guardando le lucciole, mi sono
ricordata del cianuro che mi aveva dato la madre di Tamako.
Nagasaki  stata bombardata due volte intorno alla fine di luglio. Il bersaglio erano i cantieri
navali. Il tram  stato interrotto. Ho supplicato Yukio di non andare in fabbrica, dato che era ancora
studente. Ha rifiutato: " necessario, altrimenti mi accuseranno di essere comunista come mio padre.
Non ho scelta".
Il terzo attacco  avvenuto il primo agosto. L'indomani ho ricevuto una notizia terribile dalla
signora Horibe: "La figlia della signora Shimamura  stata uccisa nel bombardamento. Stava andando
in un ufficio in centro. Il capo della fabbrica le aveva ordinato di portare dei documenti". Mi  tornata
in mente la voce di Tamako. Mi sono chiesta se era riuscita a chiudere la relazione con il capo. Avevo
il cuore a pezzi.
La signora Horibe ha affermato: "Non voglio che mia figlia vada in fabbrica, ma non mi
ascolta.  uscita stamattina presto". Aveva tutta l'aria di voler continuare a parlare. Ho detto: "Mi
scusi, ma ora devo lavorare". Ha insistito: "Non sa niente della fabbrica per cui cuce?". Non capivo. Mi
ha spiegato che il giorno prima l'impresa siderurgica di M. era stata bombardata e anche la fabbrica
accanto era stata distrutta. Sono impallidita, stavo per piangere. La signora Horibe ha riflettuto un
attimo e ha aggiunto: "Mia cugina conosce una coppia di fattori che vorrebbero barattare del riso con
abiti occidentali. Le interessa? Mi ricordo che lei ne ha molti". Esitando, ho accettato la proposta. Ha
sorriso: "Venga a casa di mia cugina la settimana prossima. Sar gi l". Mi ha scritto su un foglio la
data e l'indirizzo. "Gioved 9 agosto, alle 9.30, 2-3-2, S-machi." Ha aggiunto che era una grande casa,
circondata da pini, tutti la conoscevano, nel quartiere.
Era luned 6. La sera, Yukio rientrando ha gridato: "Mamma!  terribile! Hiroshima  stata
attaccata stamani da una bomba molto potente, mai vista prima. Tutta la citt  avvolta dalle fiamme e
sono morti quasi tutti nello stesso momento!".
Il giorno dopo sarei andata in campagna con la signora Horibe. Ero sola in casa. Yukio era a
casa del signor Matsumoto. L'indomani doveva recarsi direttamente all'ospedale universitario per
aiutare il collega di mio marito a cercare alcuni libri nella biblioteca medica.
Quella notte temevo che il signor Horibe venisse da me, visto che la moglie era fuori. Era
partita la mattina per raggiungere la cugina. Prima di coricarmi, ho messo delle scatole piene di libri
contro il muro con il buco. Yukiko doveva essere nella sua stanza. Immaginavo che suo padre non
avrebbe voluto fare rumore spingendo l'ostacolo.
Non riuscivo a prendere sonno. Pensavo all'uscita con la signora Horibe. Sapevo che avrebbe
chiacchierato senza sosta e indagato ancora sulla mia vita privata. Ero pentita di aver accettato la sua
proposta ma dovevo andarci: avevo bisogno di riso.
Finalmente, quasi all'una del mattino, mi sono addormentata.
Al buio, Yukiko e Tamako cantano: "Ho... ho... hotaru koi...". Tamako dice all'amica: "Hai
ragione! Ho deciso di rompere definitivamente con il mio capo". Yukiko sorride: "Perfetto!". Tamako
attraversa la strada portando alcuni documenti della fabbrica. All'improvviso esplode una bomba. La
ragazza cade a terra, morta. La signora Shimamura urla al capo: "Ha ucciso mia figlia! Perch l'ha
mandata in centro in una situazione cos pericolosa!  pazzo!". Guardo il corpo di Tamako nella bara.
Yukiko mi dice: "Signora Takahashi, sia realista. Mio padre abusa del suo potere. Non  lui ad amarla,
ma suo marito". Mi alzo per andare al com. Apro il cassetto in cui nascondo il cianuro. Apro la scatola
e guardo il pacchettino di veleno appoggiato sugli hamaguri. Sento la voce della signora Shimamura:
"Lo usi, signora Takahashi!". Con un sorriso ironico, il signor Horibe mi dice: "Hai bisogno di me.
Pensa al futuro di tuo figlio". Mi ripeto: "Voglio ucciderlo. Domani, s, prima di raggiungere sua
moglie...". Mi trema la mano. Nel momento in cui prendo il pacchetto, mio marito grida: "Mariko,
lascialo stare!".
Era ancora buio quando mi sono svegliata. Ho controllato, erano le cinque e un quarto. Ho
cercato di dormire un altro po', almeno fino alle sei e mezzo. Contavo di uscire alle sette e mezzo per
raggiungere la signora Horibe. Dovevo prendere l'autobus fino in centro, poi sarei andata a piedi a casa
della cugina. Dopo il bombardamento del 29 luglio, il tram non funzionava pi.
Era tutto tranquillo. Nel giro di pochi istanti, ho sentito un flebile rumore provenire
dall'abitazione dei vicini. Era la porta scorrevole dell'ingresso. Qualcuno la stava aprendo molto
lentamente. Mi sono chiesta: "Chi sar di mattina cos presto?". Il signor Horibe e Yukiko uscivano di
casa per andare al lavoro solo dopo le sette. Per un attimo ho temuto che fosse un ladro. Mi sono alzata
per guardare fuori. Dalle tende, ho visto Yukiko passare davanti a casa mia. Camminava con passo
spedito. "Non era un ladro." Mi sentivo sollevata, ma provavo una sensazione strana: "Dove va a
quest'ora?". Sono tornata a letto.
Alle sei e mezzo mi sono alzata. Ho preparato la colazione. Mentre mangiavo, all'improvviso
ho sentito il fragore di un bicchiere in frantumi. Veniva dalla cucina accanto. In quel mentre qualcuno
ha bussato pi volte al muro divisorio, gridando: "Aiuto!". Era la voce del signor Horibe. "Che cosa
succede?" E d'un tratto, silenzio. Avevo paura. Sono restata immobile, a lungo. Alla fine ho deciso di
andare a vedere.
La porta non era chiusa a chiave.
"C' nessuno?"
Mi tremava la voce. Niente. Sono salita con timore e mi sono precipitata in cucina. Appena
arrivata, mi si  gelato il sangue per lo spavento: il signor Horibe era steso sul pavimento. Dalla bocca
socchiusa scorreva un liquido bianco. Aveva gli occhi aperti. " morto!" Intorno a lui c'erano pezzi di
vetro sparsi. Ho notato subito una confezione di medicine sull'acquaio. Accanto, un foglio di cellofan
era spiegato. "Deve aver preso un medicinale avvelenato!"
Sono entrata nella camera di fronte. C'era un cassettone con alcuni trucchi. Era tutto in ordine.
Sono andata nella stanza vicina, dove ho visto un'uniforme scolastica alla marinara, lasciata sullo
schienale di una sedia. Era la camera di Yukiko. Nulla di strano. Poi mi sono accorta di un pezzo di
carta sulla scrivania. Mi sono avvicinata. Ho trovato un appunto: "Addio, mamma. Non cercarmi,
Yukiko". Mi sono detta: "Allora  stata Yukiko!". Non capivo perch avesse ucciso il padre. Sono
rimasta esterrefatta. Mi ripetevo: "Perch? Perch?". Ho preso quel messaggio e sono tornata a casa.
Ho subito bruciato il foglio in cucina.
Era l'ora di partire. Ho cercato di calmarmi. Dovevo preparare gli abiti occidentali per la coppia
di fattori. All'improvviso, ho avuto un brutto presentimento. Dal cassettone ho preso il denaro e il
libretto di risparmio, insieme alla scatola con gli hamaguri e il pacchetto di veleno. Dopo aver riposto
tutto nello zaino, mi sono ricordata di un'altra cosa importante: il diario di mia madre. L'ho cercato in
fretta e infilato in fondo allo zaino.
Sono uscita e ho camminato spedita. Mi tremavano le gambe. Mi girava la testa. Vedevo
l'immagine del signor Horibe. Gli occhi stralunati, la bocca aperta, il liquido bianco... Stavo per
vomitare.
Mi sono chiesta ancora una volta perch Yukiko avesse ucciso il padre. Ero convinta che
andassero d'accordo. Il signor Horibe non aveva mai accennato a problemi con la figlia. Anzi, era fiero
di lei, della sua intelligenza e discrezione. "Ora dove sar? Se  davvero scomparsa, i sospetti
ricadranno su di lei... Non si suicider?" Ho giurato a me stessa che non avrei raccontato mai a
nessuno ci a cui avevo assistito quella mattina.
Sono arrivata nel quartiere in cui abitava la cugina della signora Horibe. Mi sono affrettata, ero
in ritardo di circa mezz'ora. Seguendo le sue indicazioni, ho cercato una grande casa circondata di pini.
Quando l'ho trovata, ho visto la signora Horibe seduta su una panchina davanti alla staccionata. Mi
sono sentita sollevata, non dovevo vedere la cugina, che conosceva i genitori di mio marito. Voltata
dall'altra parte, la signora Horibe non si era ancora accorta di me.
Ho salutato esitante:
"Buongiorno...".
Sorpresa, mi ha risposto:
"Ah... signora Takahashi!".
Non ho osato fissarla negli occhi. Ho fatto un profondo inchino:
"Mi scusi del ritardo".
Ha subito esclamato:
"Non si preoccupi!".
Si  alzata. Ho dato un'occhiata al suo viso. Mi ha spaventata. Era corrucciata. Sembrava
addirittura arrabbiata. Senza guardarmi ha detto:
"Andiamo!".
L'ho seguita. Camminavamo in silenzio. Era strano. Non chiacchierava come al solito. Siamo
arrivate in fondo alla montagna, da cui partiva la strada per andare a casa dei fattori. Si  fermata. Ero
dietro di lei.
A bruciapelo mi ha chiesto:
"Suo marito l'ha mai tradita?".
"Come?" Ero sbalordita. Non capivo perch mi chiedesse una cosa del genere. Ha sgranato gli
occhi. Per un attimo mi  apparsa l'immagine del cadavere di suo marito. Ho distolto lo sguardo. Ha
insistito:
"Mi risponda, per favore".
A capo chino, ho replicato:
"No, mai".
Ha esclamato:
"Meglio cos!".
Di cosa parlava?' Ero confusa. Ha detto:
"Torner presto a Tokyo con mia figlia".
Ho balbettato:
"Mi dispiace, ma non capisco...".
Ha alzato la voce:
"Non capisce? Strano! Tutti sanno tranne me, e lei non sa di cosa parlo!".
Mi  tornata subito in mente la conversazione fra il signor Matsumoto e la moglie, che avevo
sentito dalla sponda del ruscello. La donna aveva detto: "Che umiliazione! Tutti conoscono questo
segreto eccetto lei". Sono impallidita credendo che la signora Horibe avesse scoperto qualcosa su di me
e suo marito. Ha proseguito:
"Mia cugina mi ha appena informata che mio marito a Tokyo ha un'amante, dalla quale ha
avuto un figlio, ha conosciuto questa donna prima del nostro matrimonio. Sono sposata da diciassette
anni e lui non me lo ha mai detto, mentre era di dominio pubblico! Da quanto tempo sono lo zimbello
di tutti?".
Da ci che diceva, ho evinto che la cugina della signora Horibe non sapeva ancora che l'amante
e il figlio a Tokyo eravamo io e Yukio.  stato un sollievo momentaneo, ma ho pensato che alla fine
qualcuno avrebbe raccontato la verit alla cugina. Prima o poi, sarei dovuta andarmene da Nagasaki
insieme a Yukio.
Spalancando gli occhi, la signora Horibe mi ha chiesto:
"Davvero lei non ne era al corrente?".
"No."
Avrei voluto fare dietrofront all'istante, ma non ne avevo il coraggio.
Furiosa, ha detto:
"Insulter mio marito! E sveler tutto a mia figlia. Sar uno choc per lei".
Ha continuato a parlare. Rivedevo la scena di quella mattina. Yukiko passava davanti a casa
mia con passo spedito. Sentivo il fragore di un bicchiere in frantumi per terra. Guardavo il signor
Horibe, steso sul pavimento. Gli occhi stralunati. La bocca, da cui scorreva un liquido bianco.
Nell'intimo mi ripetevo: " morto!".
Come se stesse parlando fra s e s, la signora Horibe ha detto:
"Ho deciso di divorziare. In verit, prima ancora di divorziare, vorrei uccidere mio marito!".
Mi girava la testa. Presto avrebbe trovato il marito avvelenato. Me la immaginavo mentre
correva alla stazione di polizia, poi in fabbrica per cercare la figlia, invano.
La signora Horibe ha ricominciato a camminare. Percorrevamo una salita angusta. Ha detto che
era una scorciatoia per andare dai fattori, saremmo arrivate fra un'ora. La seguivo in silenzio. Per
fortuna, stava zitta.
Dopo una discesa ripida, ci siamo riposate per qualche minuto. Il paesaggio era bellissimo. Il
cielo limpido. Sedute su un grosso ceppo, guardavamo in lontananza la valle di Urakami dove
vivevamo. Appariva piccolissima. Stentavo a credere a ci che era successo quella mattina. Pensavo
che fosse un incubo: dato che avevo manifestato la volont di avvelenare quell'uomo, il mio desiderio
si era realizzato in sogno.
Finalmente la signora Horibe e io siamo arrivate dai fattori. La donna ci ha accompagnate in
casa. Ho steso sui tatami gli abiti che avevo portato. La loro figlia  entrata con le tazze di t. Non
appena ha visto i vestiti, ha esclamato: "Come sono belli!". Sua madre la guardava sorridendo.
E all'improvviso, abbiamo sentito il marito gridare: "Venite tutte qui!". La moglie si  alzata:
"Che cosa c', tesoro?".
Ha gridato un'altra volta:
"Venite tutte qui!".
Siamo uscite in giardino. Indicava il nord. Abbiamo visto subito una nuvola molto densa sopra
la valle di Urakami. Era un'enorme massa di cotone. "Mio Dio! Che orrore!" Siamo impalliditi. La
nuvola si ingrandiva sempre pi e diventava un fungo enorme. Il marito ha sussurrato:
"Deve essere una bomba simile a quella caduta tre giorni fa su Hiroshima".
La signora Horibe mi ha detto:
"Andiamo gi subito! Dobbiamo ritrovare i nostri figli".
Aveva ragione. Sono tornata in casa per riprendere lo zaino. Ho lasciato i vestiti. Mi sono resa
conto della gravit della situazione. Avevo i brividi, pregavo in cuor mio: "Yukio, Yukiko, dovete
farcela!".
La signora Horibe e io abbiamo iniziato a scendere in fretta lungo la discesa. I fattori ci
gridavano: "Siate prudenti!".
Finalmente siamo arrivate ai piedi della montagna. Per prima cosa, la signora Horibe ha deciso
di andare in fabbrica a cercare Yukiko. Sapevo che era inutile, ma non ho detto niente. Anche perch
non avevo alcuna idea di dove si trovasse la ragazza. Ho lasciato la signora Horibe e mi sono diretta
all'ospedale universitario in cui Yukio e il signor Matsumoto dovevano andare la mattina.
La citt di Nagasaki era l'inferno in terra. Camminavo scansando i cadaveri. Erano deformati,
insanguinati, bruciati. Un odore spaventoso si diffondeva nell'aria. Gente in punto di morte chiedeva
acqua, gemendo di dolore. Tutte le case di legno erano crollate. Pi avanzavo verso nord e pi la
situazione peggiorava. Ero assalita dal terrore. Gridavo: "Yukio! Yukio!".
Quando l'ho intravisto fra le macerie dell'ospedale, non credevo ai miei occhi: era indenne.
Anche il signor Matsumoto era sano e salvo. Stavano assistendo alcuni feriti. Il signor Matsumoto mi
ha chiesto di cercare sua moglie al villaggio perch lui non poteva allontanarsi. Me ne sono andata
subito, lasciando Yukio ad aiutare altre vittime.
Per strada, ho saputo che il nostro villaggio era stato distrutto completamente dalla detonazione
della bomba ed erano tutti morti.
Sono arrivata al villaggio dilaniato. La casa del signor Matsumoto non esisteva pi. Ho pensato
che la moglie non fosse sfuggita alla morte, altrimenti sarebbe venuta a prendere il marito all'ospedale.
A meno che non fosse ferita. Vedevo il suo volto sorridente, sentivo ancora le sue parole: "Le nostre
vicine dicono che il signor Horibe  attraente. Deve piacere a molte donne!".
Camminavo lungo il ruscello, nascosto sotto le rovine. I salici piangenti erano scomparsi. La
strada era coperta di cenere e sassi. Davanti a me c'era un mucchio di calcinacci. Ho continuato ad
avanzare. Finalmente sono arrivata nel punto in cui sorgeva la nostra abitazione. Era tutto in rovina.
Sarebbe stato impossibile ritrovare il corpo del signor Horibe. In ogni caso, in quelle circostanze
nessuno si sarebbe accorto che era stato avvelenato. Mi sentivo molto sollevata per Yukiko.
Sono rimasta inchiodata sul posto per molto tempo. Quando ho visto una tavola in fiamme, mi
sono ricordata del cianuro che avevo nello zaino. Ho preso il pacchetto dalla scatola e l'ho gettato nel
fuoco. La carta ha cominciato a bruciare lentamente. Ho canticchiato: "Ho... ho... hotaru koi...".
Nel giro di qualche giorno, sono venuta a sapere che Yukiko era viva mentre la cugina della
signora Horibe e i suoceri erano morti.
Tre settimane dopo la bomba atomica, la signora Horibe e la figlia sono tornate a Tokyo.
III
Accennando un sorriso, Obochan mi dice:
 Tsubaki, ecco la storia di una lucciola caduta nell'acqua zuccherata. Grazie per averla
ascoltata fino alla fine.
 Sar stato doloroso per te non poter confidare a nessuno, per tanto tempo, un fatto cos grave.
Mi sento pesante. Ero curiosa di conoscere il suo passato misterioso, ma non avrei mai
immaginato di ascoltare una storia simile da un mio familiare.
Obochan sussurra:
 Povero Ojochan...
Abbassa la testa. Penso a mio padre, che ha lo stesso sguardo nostalgico della madre. Domando:
 Un giorno racconterai a mio padre di Yukiko e dell'avvelenamento?
Riflette e scuote la testa:
 No, non credo.
Fissa l'orto, con aria distratta. Per un attimo mi chiedo se avr altre allucinazioni su quella
ragazza, Yukiko. Obochan dice:
 Continuo a non capire perch Yukiko ha ucciso il padre.
 Pu darsi che l'abbia ferita profondamente, come  successo con te.
 No. A quanto so, era sempre molto dolce con lei.
 Allora  davvero un mistero.
 S. Oppure il mio demone si sar impossessato anche di Yukiko...
Tace per qualche istante. Le salgono le lacrime agli occhi. Sussurra:
 Con il fardello che si porta addosso, Yukiko deve condurre una vita molto difficile. Vorrei
dirle che sono colpevole quanto lei.
Chiude gli occhi. Le lacrime le bagnano le guance. Non so cosa rispondere. Stiamo in silenzio.
Noto che ha ancora gli hamaguri in mano. Li agita. Kotokotokoto... Sono molto sorpresa che dopo tutti
questi anni conservi ancora quell'oggetto. Sono sicura che mio padre se ne sia dimenticato. Dico:
 Che fine ha fatto il diario di tua madre?
Interrompe il movimento della mano. Il viso si fa presto cupo.
 L'ho bruciato anni fa, dice, perch mi ricordava la scomparsa di mia madre e dello zio.
Non fiato. Le vedo il volto. Le lacrime le scorrono sulla mano in cui ha gli hamaguri.
 Sono stanca, dice. Vorrei riposarmi un po'.
L'aiuto a sistemare la coperta. Mi stringe la mano.
Stasera mangio insieme ai miei genitori.
Mia madre parla del film che ha visto ieri con mio padre.  la storia di un amore osteggiato. Un
ragazzo e una ragazza si innamorano senza sapere di essere fratellastri. Si promettono l'uno all'altra
prima di essere separati dai genitori. Passano gli anni. Quando il giovane va in cerca dell'amata, lei 
gi morta per una malattia incurabile. Mia madre, commossa, dice:  Com' triste! Mio padre sorride: 
Ma queste cose nella realt non capitano quasi mai.
Resto in silenzio. Penso al professore H. che desidera vedermi da sola dopo avermi confidato
che il suo matrimonio  ormai in crisi. Adesso capisco perch Obochan si era opposta con tanta
fermezza all'idea che lo incontrassi.
 Che cosa c', Tsubaki? Stasera sei gi di morale, dice mio padre.
Sollevo la testa. Mi guarda con i suoi occhi nostalgici. Rispondo:
 Niente. Sono stanca. Tutto qua.
Mia madre aggiunge:
 Sei gentile, ogni fine settimana vieni a trovare Obochan e ad aiutarci, ma pensa anche a
divertirti. Nella tua vita non c' ancora qualcuno di speciale?
Sembra curiosa. Mio padre continua a guardarmi. Sorrido loro:
 No, non ancora. Non preoccupatevi, un giorno trover una persona come Ojochan.
Mia madre esclama:
 Ojochan? Mi sorprendi! Non pensavo che ti ricordassi bene di lui. Avevi solo sei anni quando
 morto.
Mio padre aggiunge:
  un bell'esempio.
Dopo cena, mio padre  uscito a comprare una rivista scientifica nella libreria vicino alla
stazione di Kamakura. Mia madre e io beviamo il t. Prende l'edizione serale del giornale. Le guardo il
viso. Ha dodici anni meno di mio padre. Le chiedo:
 Perch mio padre si  sposato con te cos tardi? Aveva trentacinque anni allora, no?
Mia madre  stupita:
 Perch questa domanda improvvisa?
 Semplice curiosit.
Tace un po'. Riflette con il giornale in mano.
 Tuo padre, dice alla fine, aveva qualcuno a Nagasaki a cui si sentiva legato da una promessa.
 Davvero? Allora che cosa  successo?
 Un bel giorno, la fidanzata  sparita e quando lui ha scoperto dove abitava, lei era gi sposata.
 Mio Dio... Deve aver sofferto molto.
Penso a Obochan, svenuta sentendo la notizia del matrimonio del signor Horibe.
 Gi, risponde mia madre.  per questo che solo dopo tanto tempo ha preso in considerazione
l'idea di sposarsi con qualcun'altra. Forse la sua fidanzata aveva un motivo grave per venire meno alla
sua promessa, come nel film di ieri sera. Ci sono cose che non si possono confidare... Tuo padre me ne
ha parlato una volta sola prima del matrimonio. Tieni questa storia per te, per favore.
Sono al buio. Guardo le lucciole nell'acquario. Ce ne sono ancora due. Si arrampicano sulle
felci. Sotto, resta loro un po' d'acqua. Quando brillano, mi ricordo che sono maschi, in cerca delle
femmine, i "vermi luminosi", che qui non ci sono.
Mi appare l'immagine di Obochan, che si sente in colpa per l'avvelenamento del signor Horibe.
Dice che il suo demone si sar impossessato di Yukiko, altrimenti non sa come spiegarsi questa
coincidenza. Senza comunicare, due persone hanno avuto un'idea spaventosa nello stesso momento: un
omicidio con il cianuro. Mi chiedo come Yukiko si sia procurata il veleno. Forse tramite Tamako, la
figlia della signora Shimamura che lo aveva dato a Obochan. Ora vedo i volti di quattro donne
accomunate dal cianuro: Yukiko, Tamako, la signora Shimamura e Obochan.
Ho letto da qualche parte in un libro scientifico che alcune lucciole brillano all'unisono e a un
certo ritmo. Sono come un'orchestra senza direttore. Fino a poco fa, questa sincronizzazione era un
mistero, si pensava che fosse dettata dal caso. Dal volume, invece, si evince che il meccanismo del
fenomeno  semplice: ogni insetto  dotato di un oscillatore, una sorta di metronomo, che misura lo
scorrere del tempo automaticamente in risposta all'emissione di luce degli altri. Non credo nelle
coincidenze. Deve esistere una relazione fra i fenomeni che accadono insieme. Allora quale nesso
collega le ragioni dell'omicidio di Obochan e quelle di Yukiko?
Nell'acquario le lucciole continuano a brillare. Una si arrampica su una felce fino in cima e si
ritrova all'estremit della foglia. L'altra arriva e si ferma dietro alla prima. Restano immobili come se
non sapessero pi dove andare. Decido di liberarle. Appoggio l'acquario sul davanzale e apro il
coperchio. Gli animali non si muovono. Tiro fuori la foglia su cui sono. Dopo qualche istante,
finalmente spiccano il volo e spariscono nell'oscurit.
Nel cielo salgono enormi cumulonembi, tipici dell'estate, che non piacciono a Obochan.  Fra
poco sar il cinquantesimo anniversario. Non avrei mai sperato di vivere tanto... ripete in questi giorni.
Queste parole mi pesano addosso come un macigno.
 domenica pomeriggio. Sono stata solo due notti a casa dei miei, eppure mi sento come se
fossi arrivata pi di una settimana fa. Mi appresto a tornare a Tokyo. Domani mattina devo lavorare.
Entro in cucina, mia madre sta preparando un mazzo di fiori. Lo porter sulla tomba di Ojochan, di
strada per la stazione di Kamakura. Sono aster cinesi. L'azzurro dei petali ricorda i wasurenagusa.
Mentre mi porge il bouquet, mia madre dice:  Aspetto che ci presenti un uomo come Ojochan!
Sorrido. Mi accorgo che il pensiero del professore H. non mi tormenta pi. Anche se continua ad
attrarmi, ho deciso di rifiutare la sua proposta.
Esco. Fa caldo. Le cicale friniscono sul caco. Mio padre  seduto nella poltrona di bamb,
all'ombra. Legge la rivista scientifica che ha comprato ieri sera. Davanti a lui, su un tavolo di legno ha
appoggiato il cappello di paglia di Ojochan. Do un'occhiata al viso di mio padre, penso che lo sguardo
nostalgico dipenda molto dal suo passato difficile. Resterebbe molto sorpreso se conoscesse il segreto
di Obochan.
 Pap, devo partire.
Si alza e mi accompagna fino alla siepe che cinge il giardino. Nel momento in cui faccio per
andarmene, grida:  Aspetta! e va a prendere il cappello di paglia. Mettendomelo in testa, mi dice serio:
 Sta' attenta a non prendere un'insolazione!
 Hai ragione.
Il cappello  un po' grande. Lo sistemo meglio. L'odore del sudore di mio padre mi sfiora le
narici. Chiedo:
 Posso tenerlo?
 Certo! risponde. Ti sta bene!
 Grazie e a presto!
Sorride:
 Grazie per il tuo aiuto, Tsubaki!
Mi dirigo alla stazione di Kamakura.
Non ho salutato Obochan perch si  addormentata dopo pranzo. Stamani era silenziosa,
un'espressione enigmatica. Mi guardava come se non mi avesse raccontato niente. Pulivo la sua camera
senza rivolgerle la parola. Ogni tanto agitava gli hamaguri. Kotokotokoto... Mi ha solo domandato:
"Tsubaki, Ojochan mi aspetta nell'altro mondo?". Con dolcezza, ho risposto: "Certo, ma tu devi vivere
ancora tanto al posto suo!". Ha sorriso lievemente.
Cammino lungo il ruscello. Arrivo presto al tempio S., in cui  custodita la tomba di Ojochan.
Entro e passo davanti allo hond?. Non c' nessuno. Salgo la scala di pietra per andare al cimitero.
Sento l'odore del senk?. La tomba di Ojochan  dalla parte opposta rispetto all'ingresso. Mi avvicino.
Guardo le lettere incise sulla lapide: "Tomba della famiglia Takahashi". Tolgo i fiori appassiti
dalla canna di bamb accanto alla lapide. Ci metto il mazzo di aster cinesi che ha preparato mia madre.
L'azzurro dei fiori risplende. Chiudo gli occhi. Vedo i nonni passeggiare mano nella mano su una
spiaggia. Penso a Obochan, che non  riuscita a confessare la verit al marito. Prego: "Ojochan vieni a
prendere Obochan, altrimenti vagher senza meta come una lucciola smarrita". All'improvviso una
cicala inizia a cantare sopra di me.
Arrivo alla stazione. Appena entro, vedo le due liceali che avevo notato venerd scorso.
Facciamo la coda allo sportello. Mentre aspetto dietro di loro, le ascolto parlare nel dialetto di Ky?sh?.
Discutono del daibutsu. Una ha un'espressione molto ingenua, l'altra molto attenta. Mi dico: "Sono
Tamako e Yukiko!". La ragazza che somiglia a Yukiko chiede con voce nitida:  Due biglietti per
Nagasaki, per cortesia! La guardo a bocca aperta. Compro il biglietto per Tokyo. Le due giovani vanno
direttamente al binario.
Sollevo la testa. I cumulonembi si sono trasformati in cirri. Chiudo gli occhi. I nonni
camminano su queste nuvole alte nel cielo terso. Sono sempre mano nella mano. Chiamo: "Obochan!".
Lei si ferma. Con aria inquieta, prova a dirmi qualcosa. Le rispondo subito: "Non preoccuparti! Non
cadr nell'acqua zuccherata". Ojochan sorride: "Tsubaki, anche tu incontrerai qualcuno di speciale
nella vita". Sorrido a mia volta: "Grazie per il cappello!".
...
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...
FINE.
...
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...
GLOSSARIO.
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Aka: rosso. Per estensione, comunista.
Aka-gami: ordine di chiamata alle armi; Aka: rosso; Gami (kami): foglio.
Amado: porte scorrevoli di legno che vengono chiuse per sicurezza o contro la pioggia.
Arirang o Ariran: canzone folk coreana. Indica anche il nome di un colletto.
Baishunfu: prostituta.
Bakufu: governo feudale giapponese (fino al 1867).
Biwa: nespole del Giappone.
Bon: festa buddista dei morti, che si celebra dal 13 al 15 luglio o dal 13 al 15 agosto, a seconda
delle regioni.
Chima-chogori: completo coreano da donna; Chima: lunga gonna; Chogori: giacca corta
indossata sopra il chima.
Chosenjin: coreani.
Daibutsu: grande statua del Buddha.
Daikon: ravanello bianco dell'Asia orientale.
Daishinsai: letteralmente: grande disastro sismico. L'espressione rimanda anche al terremoto
che colp la regione del Kanto nel 1923.
Engawa: veranda di legno in cui sedersi. Si trova davanti alla stanza con i tatami.
Forin: campanella che tintinna al vento.
Fuyuki: albero dell'inverno.
Genmai: riso integrale.
Go: gioco fra due giocatori su una scacchiera con pedine nere e bianche. Vince chi riesce a
conquistare pi territorio dell'avversario.
Gyokusai: morire valorosamente, combattere fino alla morte.
Hakama: lunga gonna a pieghe che si indossa sopra al kimono. Indica anche i pantaloni larghi
indossati durante le cerimonie o in alcune arti marziali.
Hakujin: bianchi, caucasici.
Hamaguri: vongola giapponese.
Hang?l: alfabeto coreano.
Hanmun: ideogrammi cinesi in uso nella lingua coreana.
Hikokumin: traditore della patria.
Hiragana: scrittura sillabica giapponese creata a partire dal corsivo dei caratteri cinesi.
Hondo: edificio principale di un tempio buddista.
Hotaru: lucciola.
Ijime: angheria, bullismo.
Innen: fatalit.
Jishin: terremoto.
Kaiawase: Kai: conchiglia; Awaseru: unire.
Kaimyo (oppure homyo, hogo): nome dato dopo la morte nella religione buddista.
Kami-sama: Dio, il Signore nel monoteismo; dio nel politeismo.
Kanto-daishinsai: nome del terremoto che colp la regione del Kanto nel 1923. Sisma di forza
7,9, caus 140.000 fra morti e dispersi. Le citt di Tokyo e Yokohama furono distrutte. Approfittando
del disordine e del panico, il governo giapponese tent di eliminare i socialisti e i coreani, il cui paese
all'epoca era una colonia giapponese. Fra cinque e seimila coreani furono massacrati dall'esercito,
dalla polizia e da gruppi di autodifesa.
Katakana: scrittura sillabica giapponese, usata per le parole di origine straniera e per aggiungere enfasi.
Kika: naturalizzazione.
Kimchi: piatto coreano di verdure marinate e speziate usate per accompagnare il riso.
Kinoko-gumo: fungo atomico; Kinoko: fungo; Gumo (kumo): nuvola.
Kirisuto: Cristo.
Koseki: stato civile che stabilisce il domicilio legale di una famiglia i cui individui portano tutti lo stesso cognome.
Manshokoku: Manciuku.
Miai: incontro combinato in vista di un matrimonio.
Miso: pasta di soia fermentata.
Nagaya: fila di case identiche coperte dallo stesso tetto.
Natsuko: figlia dell'estate.
Nezabudka: pronuncia giapponese dalla parola russa , myosotis (nontiscordardim).
Niizuma: nuova moglie.
Nisei: immigrati di seconda generazione.
Nori: foglie di alghe essiccate.
Obochan: nonna, anziana.
Obento: pasto che sostituisce il pranzo fuori casa.
Ofuro: vasca da bagno giapponese.
Ojochan: nonno, anziano signore.
Ojisan: zio, signore.
Okusan: signora, donna sposata.
Onochan: sorella maggiore. La desinenza chan  un vezzeggiativo e indica affetto, familiarit,
usato di solito per i bambini e le ragazze, mentre san  onorifico e indica rispetto.
Onosan: sorella maggiore.
Onigiri: polpetta di riso.
Oshiire: armadio a muro per biancheria da camera e vestiti.
Oyayubi-hime: titolo giapponese della fiaba Pollicina (o Mignolina) di Hans Christian
Andersen; Oyayubi: pollice; Hime: principessa.
Randoseru: zaino scolastico.
Senko: bastoncino di incenso.
Shamisen: strumento musicale giapponese a tre corde che si suona con un plettro.
Shinpu-sama: Shinpu: padre, abate, curato; Sama: suffisso di cortesia per dire signore, signora,
signorina, pi formale di san.
Shogi: scacchi giapponesi.
4Shoyu: salsa di soia.
Tetenashigo: figlio senza padre, illegittimo, bastardo.
Tsubaki: camelia.
Tsubame: rondine.
Wagatsuma: mia moglie.
Wasurenagusa: myosotis (nontiscordardim).
Yaoya: negozio tradizionale giapponese in cui si vendono principalmente verdure.
Yosomono: straniero/a.
Yukata: kimono estivo di cotone.
Zabuton: cuscino usato per sedersi sui tatami.
Zainichi: stranieri residenti in Giappone.
...
.
...
FINE.